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La coccinella e la farfalla.


    
   G Baby n. 6 giugno 2008 - Home Page

Nell’orto della fattoria di Grangrano gli insetti se la passavano piuttosto bene. Per un tacito accordo col fattore, cercavano di non rovinare troppo le fresche insalatine e le zucchine di cui erano ghiotti, mangiando solo lo stretto indispensabile. E lui, uomo buono e rispettoso della natura, evitava di inondare l’orto con quelle sostanze puzzolenti e pestifere che di solito i contadini spruzzano sulla frutta e sulla verdura. Così vivevano in armonia.

Nell’orto abitavano una famiglia di coccinelle nella zona della lattuga, due famiglie di bruchi intorno ai fagioli e tre di maggiolini dalle parti dei peperoni croccanti e colorati. C’erano anche un piccolo formicaio, qualche farfalla e, naturalmente, vermi e lombrichi in gran quantità.

Ogni giorno, poi, passavano, ma senza fermarsi, scarabei, moscerini, api e cavallette, millepiedi e gatte pelose, e, purché rispettassero le regole dell’orto, erano tutti benvenuti.

Nella famiglia delle coccinelle nacque, in una bella mattina di sole, una nuova cucciola, Cilla. E si vide da subito che era una coccinella speciale: invece che rosse, le sue ali erano di un bell’arancione carico, punteggiate di nero e dimostrò presto la sua natura distratta e sognatrice. Capitava spesso di vederla nel bel mezzo di una larga foglia di lattuga, ferma, imbambolata a fissare qualche cosa, senza sentire che la mamma la stava chiamando, due, tre, quattro volte.

Illustrazione di Marina e Annalisa Durante.

La mamma sospirava, le andava vicino e le dava un buffetto con le zampine, Cilla allora si riscuoteva e le diceva: «Che c’è mamma, mi hai chiamata?».

Tutti pensavano che fantasticasse senza guardare nulla in particolare. In realtà contemplava, struggendosi dal desiderio di essere anche lei così bella, le farfalle. Invidiava soprattutto una farfalla variopinta che abitava non lontano dalla sua casa, con le ali più belle che Cilla avesse mai visto: in confronto, le sue parevano piccole, storte e brutte, d’un arancione spento e tutte macchiate (almeno così le vedeva lei).

Così stava a guardare la farfalla che si posava e svolazzava di qua e di là, ne ammirava l’eleganza, la leggerezza, i colori e sospirava: «Io non potrò mai essere così bella!».

Un giorno che, come al solito, stava contemplando la farfalla, quella finalmente le rivolse la parola. «Stai sempre a guardarmi, coccinella, posso fare qualcosa per te?».

«Non penso proprio, bella farfalla, perché io vorrei essere come te, ma so che è impossibile, sei troppo bella».

La farfalla sorrise compiaciuta e disse: «Sì, è vero, e mi dispiace per te che hai quelle alucce tristi e spente. Io sono così fiera di avere queste mie ali maestose... belle e colorate».

Proprio in quel momento Cilla vide il cielo oscurarsi sopra di lei, come se qualcosa avesse coperto il sole. Alzò gli occhi e vide un’enorme figura che avanzava a piccoli passi e intanto mormorava: «Vieni qui, bella farfallina, manchi solo tu per finire la mia collezione, ma che bei colori hai!».

E zac!... una reticella velocissima intrappolò la povera farfalla, che scoppiò a piangere, ma inutilmente. La figura si mise a correre verso la fattoria gridando gioiosamente: «L’ho presa, l’ho presa!». Guarda mamma, guarda che bellissima farfalla!».

Cilla, impietrita, stette a guardare per un po’ il fiore sul quale sino a un momento prima si era posata la sua amica farfalla, poi spiegò le sue ali piccole e d’un solo colore e volò via, contenta di essere quello che era.

Simona Bonariva

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