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n.
39 del 20-10-20098
Questa
settimana
scelti per voi... |
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di BRUNA BONINO
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Televisione. Il passaggio
al digitale "spegne" un’epoca
di GIULIO SEGINO
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SCOPERTE -
Dna del tartufo
Il sesso della
trifola
di A.R.
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Genoma. Un
comitato franco-italiano di cinquanta ricercatori ha studiato per cinque
anni il Dna del tartufo nero del Périgord, riuscendo a tracciarne il
genoma. E ora un comitato analogo si dedicherà al Tuber magnatum Pico.
Ricerca. Francis Martin: «Finora si pensava
che il tartufo fosse ermafrodita: da qui la convinzione che si trattasse
di un "clone", mentre tracciandone il Dna abbiamo scoperto la
presenza di caratteri "maschili" e "femminili"».
Tutto
quello che avreste voluto sapere sul tartufo... e non avete mai osato
chiedere!: un titolo intrigante, per un tavolo di relatori di
rispetto, guidato da Giacomo Oddero, presidente del Centro studi sul
tartufo, e moderato da Marcello Masi del Tg2 Rai. Si è svolta dal 12 al
14 ottobre la nona edizione del convegno organizzato dal Centro studi sul
tartufo, in collaborazione con la Regione, l’Ente fiera internazionale
del tartufo bianco, la Città di Alba e il Dipartimento di biologia
vegetale dell’Università-Istituto per la protezione delle piante del
Centro nazionale ricerche di Torino.
Genetica. I riflettori sono stati puntati sulla genetica. Un
comitato franco-italiano di 50 ricercatori ha infatti studiato per cinque
anni il Dna del tartufo nero del Périgord, in Francia, riuscendo a
tracciarne il genoma completo. E da martedì scorso un comitato analogo,
di cui fanno parte il Cnr di Perugia e le Università di Torino, Parma,
Urbino e Bologna, si dedicherà alla ricerca del genoma del Tuber
magnatum Pico, meglio noto come tartufo bianco d’Alba.

Foto Luciano Martire.
Certificazione d’origine. «I geni del Tuber melanosporum del
Périgord sono 7.500; di questi, 5.500 sono in comune con gli altri
funghi, mentre i rimanenti sono solo del tartufo. In questi geni abbiamo
riscontrato molte variabili, mentre si credeva fino a ora che le
differenze dipendessero dal terreno», ha spiegato lo studioso francese
Francis Martin dell’Inra (Istituto nazionale per la ricerca agronomica).
«Ci sono invece variabili sia genetiche sia legate al territorio e ciò
fa pensare di poter arrivare a una certificazione di origine controllata,
strumento utile per combattere la contraffazione».
Maschio e femmina. Grande interesse nella relazione di Martin ha
suscitato il tema del «sesso nel sottosuolo». Lo studioso: «Finora si
pensava che il tartufo fosse ermafrodita: da qui la convinzione che si
trattasse di un "clone", mentre tracciandone il Dna abbiamo
scoperto la presenza di caratteri "maschili" e
"femminili"». Una scoperta che può avere una ricaduta pratica.
«Per creare varietà, sarà opportuno che i "tartuficoltori"
introducano elementi con entrambi i caratteri», ha proseguito Martin.
Aroma. L’ultimo fronte su cui ha lavorato l’équipe franco-italiana
è legato all’aroma, individuando geni "marcatori" del
caratteristico olezzo. «Ora la "comunità del tartufo nero"
lascia spazio alla "comunità del tartufo bianco" e già tra
qualche settimana potrebbero arrivare i primi risultati dell’analisi
genetica del "diamante" d’Alba, ma ci vorranno almeno due o
tre anni per avere la mappatura completa del genoma», ha concluso il
ricercatore.
Pezzi unici. È quindi toccato a Mauro Carbone, direttore del
Centro studi, ipotizzare gli scenari di un tartufo noto fino all’ultimo
gene: «L’idea del genoma del tartufo bianco d’Alba fa impressione dal
punto di vista del marketing e sembra opporsi alla magia di un
prodotto misterioso. Ma va detto che è l’unico strumento per informare
il consumatore. Inoltre, la codifica del Dna del tartufo può far
ipotizzare migliori possibilità di conservazione e di stabilizzazione
degli aromi. Infine, ci permetterà di capire perché si sviluppa il Tuber
e aiuterà, se non a incrementare, almeno a conservare la produzione.
Per ora a testimoniare che il tartufo che compriamo da un trifolao è
d’Alba c’è la sua parola: con la mappatura dei geni sapremo quando si
tratta di Tuber magnatum Pico. Potremo affermare che quel tartufo
costa un determinato prezzo, perché è un pezzo unico ed è tracciato».
a.r.
| Valore
Per ora a testimoniare che il tartufo venduto da un trifolao è
davvero d’Alba c’è solo la sua parola. Con la mappatura dei
geni sapremo quando si tratta di Tuber magnatum Pico. Potremo
così affermare che quel tartufo costa un determinato prezzo,
perché è un pezzo unico ed è tracciato
Mauro Carbone
direttore Centro studi tartufo
Frontiere
Per creare varietà, i tartuficoltori dovranno
introdurre elementi "maschili" e "femminili"
Francis Martin
ricercatore dell’Inra |
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