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Maurizio
Pallante sostiene che con la diminuzione del Prodotto interno lordo può
aumentare la qualità della vita. Come? «Puntando su scelte qualitative
piuttosto che quantitative».
PIL. Il
presupposto è che la quantità dei beni che in teoria formano la
ricchezza di un Paese non corrisponde al livello di benessere della
popolazione. E la crescita trova un limite nel fatto che le risorse
naturali non sono infinite.
Esempio. In Italia si spende, per ogni metro
quadrato di fabbricato, circa un terzo di combustibile in più che in
Germania o Svizzera. Un piano di ristrutturazione porterebbe a un aumento
dell’occupazione.
Decrescita,
una parola che si può leggere sempre più spesso sui giornali, ascoltare
in televisione. È una teoria filosofica, un piano politico, un progetto
sociale, un sogno economico. Per capire meglio Gazzetta ne ha
ascoltato il diretto ispiratore, il filosofo Maurizio Pallante.
- Che cos’è la decrescita, Pallante?
«La decrescita è una teoria secondo la quale a una diminuzione del
Pil (Prodotto interno lordo) corrisponde un aumento della qualità della
vita. Questa concezione è basata sul fatto che il Pil non è un
indicatore del benessere, ma un parametro capace di misurare la quantità
di merci scambiate e vendute. Spesso infatti si fa confusione concettuale
fra il termine "merce" e il termine "bene". Il primo
si riferisce a oggetti o servizi che si possono comprare, il secondo a
oggetti o servizi che soddisfano un bisogno. Il Pil è un parametro che
può misurare le merci e non i beni e in quanto tale non rappresenta un
indicatore attendibile del benessere e della qualità della vita
effettiva. Eppure, i Governi di tutto il mondo perseguono lo scopo di
innalzare sempre di più il valore del Pil (la linea di pensiero alla base
dell’attuale capitalismo). Come ho detto, questo non corrisponde a un
miglioramento della qualità della vita. E non bisogna dimenticare che una
crescita illimitata, come vorrebbe il capitalismo nella sua forma moderna,
non è possibile per il semplice fatto che le risorse a disposizione sul
pianeta non sono infinite. Si rende necessaria, allora, un’inversione di
rotta».
- Come si mette in pratica questa teoria? Può fare un esempio?
«Le nostre case consumano mediamente 20 litri di gasolio all’anno al
metro quadrato, mentre in altri Stati, come la Germania e la Svizzera, i
litri consumati ammontano a 13. Ciò accade perché le nostre case sono
costruite male. Se il Governo mettesse a punto un piano di
ristrutturazione finalizzato a consumare di meno, accadrebbe ciò che
segue. La riduzione del consumo di energia comporterebbe una diminuzione
del Pil in quanto gran parte dell’energia prima necessaria scomparirebbe
dal mercato, non sarebbe cioè né comprata né venduta. Tale energia
sarebbe comunque disponibile per i Paesi che più ne hanno bisogno,
conducendo in tal modo non solo a una più equa redistribuzione delle
risorse, ma anche a un minore impatto ambientale. Allo stesso tempo, il
piano di ristrutturazione aumenterebbe il livello occupazionale (per
ristrutturare c’è bisogno di manodopera). Vediamo così come a una
diminuzione del Prodotto interno lordo corrisponda un effettivo aumento
del benessere della popolazione e della qualità della vita, non solo a
livello locale ma anche, ipoteticamente, a livello internazionale».

- La crisi economica e la popolarità della teoria delle decrescita
sembrano essere fenomeni concomitanti. Pura casualità o relazione?
«La diffusione della teoria e è stata catalizzata dall’attuale e
critica congiuntura economica. Questa è una crisi causata dalla
sovrapproduzione, cioè dal fatto che si produce più di quello che si
compra. Il Governo, dimostrando una pigrizia intellettuale impressionante,
sta rilanciando la domanda su due fronti: quello dell’automobile e
quello dell’edilizia. Peccato che questi due settori abbiano già
raggiunto dimensioni spropositate. Si pensi che negli anni Sessanta le
automobili in circolazione erano due milioni, ora sono 35. Incentivando la
popolazione a comprare un’auto si inflaziona così l’effetto della
crisi, perché si incita la gente ad acquistare qualcosa che è già
prodotto in eccesso. Senza contare il fatto che sia gli edifici che le
automobili sono nocive per l’ambiente. Insomma, gli organi politici si
ostinano a operare scelte quantitative piuttosto che qualitative. Ed è
proprio nell’inversione di questa tendenza che nasce la teoria della
decrescita».
Matteo Viberti
IL
FILOSOFO
Teoria suggestiva e
controversa
Maurizio Pallante è nato a Roma nel 1947. Laureato in lettere,
è un famoso saggista ed esperto di risparmio energetico. Ha
lavorato per il Ministero dell’ambiente e collabora con la
trasmissione radiofonica Caterpillar. È il principale
ispiratore, a livello nazionale, del Movimento per la decrescita
felice, una corrente di pensiero ispirat a
alle teorizzazioni di Nicholas Georgescu Roegen e Serge Latouche. L’assunto
è che l’aumento del Pil non è proporzionale all’aumento della
qualità della vita e che l’attuale sistema economico, basato sull’imperativo
e sulla volontà di crescere illimitatamente, è destinato al
fallimento, poiché le risorse planetarie non sono infinite. Per
quanto controversa, in un clima di pesante recessione economica, la
teoria della decrescita sta, in Italia, trovando diffusione. Alcune
amministrazioni hanno già fatto propri alcuni dei princìpi: è
quanto illustrato in Un programma politico per la decrescita (Edizioni
della decrescita felice). In questo volume, di cui Pallante è
il principale autore – la prefazione è di Beppe Grillo –,
vengono raccolte le esperienze degli amministratori comunali che
hanno promosso la raccolta differenziata, bloccato la
cementificazione e promosso progetti ecosostenibili. I risultati
sono impressionanti: posti di lavoro, benessere e qualità della
vita hanno registrato impennate.
m.v. |

LASCITO - Aldo
abitava nella casa di riposo da vent’anni I 2,5 milioni verranno
utilizzati anche per la ristrutturazione
Lascio
tutto all’Ottolenghi
di ADRIANA
RICCOMAGNO
È
morto nella notte fra mercoledì 15 e giovedì 16 aprile: un anziano
ospite della casa di riposo Ottolenghi ha lasciato, a mezzo
testamento, l’intera eredità alla struttura dove ha vissuto per oltre
vent’anni, per un ammontare di due milioni e mezzo di euro. «Si era
sempre trovato bene e aveva allacciato rapporti di amicizia con il
personale e la Direzione dell’Ottolenghi», spiega Johnny
Marengo, che ne è presidente. «Questa è la terza donazione che la
struttura riceve: la prima, a fine 2005, con il lascito ereditario di
alcune opere dell’artista Pinot Gallizio da parte del figlio, la vendita
all’asta fruttò oltre 200 mila euro; la seconda risale a due anni fa ed
è di un’ospite che vive all’Ottolenghi da oltre 25 anni, che
ha donato 300.000 euro per l’acquisto dei mobili della nuova struttura.
Considero questi atti di liberalità come un riconoscimento da parte degli
ospiti sia per la qualità dell’assistenza, sia per il rapporto umano
che si crea».

(Foto di Silvia Muratore).
Questa la storia dell’anziano scomparso: «Si chiamava Aldo
Casalvolone e aveva 87 anni: l’anziano proveniva dalla provincia di
Torino, aveva vissuto con i Salesiani e in seguito per un periodo con suo
fratello, anch’egli senza famiglia, scomparso una quindicina d’anni
fa. Probabilmente a un certo punto non andava più d’accordo con il
fratello, e oltre vent’anni fa aveva scelto di venire ad abitare nella
casa di riposo, dove allora era ancora particolarmente forte la presenza
delle suore. Era sempre stato solo e, seppur avesse molti soldi, non li
spendeva: aveva sempre addosso gli stessi vestiti, e non ne comprava, ci
occupavamo noi di acquistargli qualcosa ogni tanto. Già anni fa aveva
manifestato l’intenzione di lasciare l’intero ammontare dell’eredità,
consistente di per sé, perché non ha mai fatto investimenti azzardati,
all’Ottolenghi. È rimasto lucido fino alla fine: stava bene fino a
pochi giorni fa, poi è stato ricoverato in ospedale; ieri sera era ancora
lucido, anche se non si sentiva bene, e non ci aspettavamo che mancasse
stanotte».
Marengo ha le idee chiare su come impiegare l’ingente somma. «Una
parte dell’eredità sarà utilizzata per i lavori di ristrutturazione
che abbiamo in programma, consentendoci di evitare l’indebitamento»,
dice. «È mia intenzione proporre al Consiglio di amministrazione, che
penso appoggerà la mia idea, di dare una cifra per i terremotati e di
individuare un’associazione che si occupi di bambini abbandonati o
malati cui dare un contributo». Negli ultimi anni la casa di riposo
Ottolenghi è stata oggetto di alcuni interventi: dal 2005, quando è
diventato presidente Johnny Marengo, è stata finita e inaugurata a
settembre 2008 la struttura nuova, è stata terminata la ristrutturazione
dell’ala verso corso Asti ed è stata iniziata la ristrutturazione dell’ultima
ala in via Romano che sarà terminata entro la fine dell’anno.
Adriana Riccomagno
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