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Il Cnr ora ha le prove: la coltivazione non è più un sogno

Tartufo bianco, nuova era

di GIUSEPPE ALTAMORE
    

   Gazzetta d'Alba n. 25 del 23-6-99 - Home Page I tartufi italiani potranno costare di meno e al tempo stesso essere garantiti dalla Denominazione di origine protetta, grazie ai risultati di un progetto strategico del Cnr nel settore delle biotecnologie, condotto in collaborazione con dieci Regioni. Dopo tre anni di ricerche e 2 miliardi e mezzo di investimento, il progetto Tuber: biotecnologia della micorrizazione ha dato, secondo il presidente del Cnr Lucio Bianco, esiti importanti sia dal punto di vista scientifico, sia da quello economico. Infatti, ha detto il coordinatore del progetto, Vilberto Stocchi, sono stati messi a punto metodi molecolari che permettono l’identificazione delle diverse specie di tartufo in tutte le fasi del ciclo biologico.

Virgilio Vezzola, il micologo che ha scoperto come coltivare il Tuber magnatum.
Virgilio Vezzola, il micologo che ha scoperto come coltivare il Tuber magnatum.

La possibilità di identificare diciotto diverse specie di tartufi dovrebbe mettere a riparo da frodi anche di una certa entità, dal momento che il mercato vale circa mille miliardi l’anno, tremila se si considera l’indotto. In futuro sarà possibile garantire i tartufi italiani di qualità pregiata, certificandoli con la Denominazione di origine protetta e far fronte così all’introduzione di prodotti di basso livello, come quelli provenienti dalla Cina, che stanno inquinando il mercato. Inoltre, grazie alle biotecnologie, si potrà avviare la coltivazione del tartufo con la produzione di piantine micorrizate (alle cui radici è associato il fungo in scambio simbiotico), anch’esse certificate, che potrebbero far aumentare la produzione, abbassando i prezzi che ora, al mercato di Alba, arrivano a toccare i 5-7 milioni al chilogrammo.

Le dieci Regioni che hanno collaborato al progetto strategico del Cnr, finanziandolo al 50 per cento, sono tra quelle più interessate alla tutela delle specie del tartufo italiano, e cioè: Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Toscana, Umbria e Valle D’Aosta. Altre però se ne potrebbero aggiungere se, come sembra quasi certo, il progetto avesse una prosecuzione di altri tre anni per affinare le tecnologie molecolari, con uno studio approfondito anche per la coltivazione certificata del fungo porcino.

Ma sarà possibile coltivare il pregiato tartufo bianco? Mentre università e centri di ricerca finanziati con decine di miliardi, cercano da anni di riprodurre il famoso Tuber magnatum Pico, un appassionato di funghi, esperto micologo autodidatta, ha raggiunto l’agognato obiettivo. Virgilio Vezzola, 57 anni, di professione tecnico elettronico, nel laboratorio ricavato nella sua villetta di Roè Volciano (Brescia), inseguiva il sogno del tartufo bianco dal 1975. Un sogno che ora è realtà. Risalgono a oltre vent’anni fa le sue prime prove di micorrizazione secondo il metodo Manozzi-Torini.

«L’operazione consisteva nel mettere in contatto le spore con le radici di giovani querce in modo che, al momento della germinazione, le ife fungine potessero invadere le radichette e formare le micorrize (unione tra radice e fungo, ndr)», racconta l’elettrotecnico.

Le prove vanno avanti per anni, ma i primi risultati arrivano solo nel 1984, e con il Tuber melanosporum. «A Natale ho raccolto i primi tartufi neri», ricorda. Spinto dall’entusiasmo, attrezza il piccolo laboratorio con microscopio ottico e stereoscopio. Utilizza una macchina fotografica, una telecamera e incomincia a confrontare i caratteri delle piantine prodotte nel laboratorio di Roè Volciano con quelli descritti nelle pubblicazioni scientifiche. L’obiettivo è il tartufo bianco. In quel periodo, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, si ebbero le truffe con le piante vendute a 300 mila lire, che avrebbero dovuto produrre il prezioso fungo ipogeo. Diversi vivaisti e alcuni centri universitari avevano micorrizato piante con spore di tartufo bianco. Ma alla fine, dopo anni di attesa, la delusione era stata cocente: da quelle radici spuntavano solo il Tuber maculatum, non commestibile, e il Tuber albidum, di scarso interesse. In rari casi, si parlò di sporadiche produzioni dopo molti anni.

Vezzola allora si concentra sugli "sbarramenti" che impediscono al più pregiato tartufo bianco di svilupparsi. Le prime micorrize osservate al microscopio risalgono al ’90, ma il tartufo non si sviluppa. Con molta pazienza, Vezzola approfondisce le ricerche e mette a punto una tecnica di micorrizazione innovativa. «Spesso mi recavo nei boschi sulle colline del lago di Garda, dove avevo trovato il Tuber magnatum», racconta, «e cercavo di capire quale sbarramento la natura avesse inventato».

Ci riesce, e finalmente, nel ’94, ottiene le prime piante micorrizate integralmente.

Nel ’96, altra tappa fondamentale: Vezzola riesce a documentare una a una le fasi della germinazione delle spore del tartufo bianco, svelando così i segreti che la natura aveva finora gelosamente custodito. La scoperta viene confermata anche dal Cnr di Torino. Porzioni di radici lunghe 10 centimetri vengono sottoposte agli esami biomolecolari del Dna, e i risultati sono positivi: è proprio il Tuber magnatum. Le piantine micorrizate sono messe a dimora e ora non rimane che attendere la raccolta dei primi tartufi bianchi in Valle Sabbia.

Vezzola intanto è stato cooptato nel "Progetto tartufo" che coinvolge le dieci Regioni. Diventato collaboratore del Centro di biochimica delle proteine dell’Università di Urbino, diretto dal professor Vilberto Stocchi, svelerà il suo segreto negli ambienti accademici che per lunghi anni avevano inseguito lo stesso sogno. Da quel sogno è nata una realtà destinata a scuotere il mercato del tartufo bianco e, di conseguenza, l’economia di quei centri che da sempre vivono di questa rara risorsa della natura. Ma Vezzola non intende fermarsi: sta lavorando da tempo anche alla riproduzione degli ovuli, che sono funghi diversi dai tartufi.

Giuseppe Altamore

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