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Papa Giovanni Paolo II nel suo viaggio in Messico ha ribadito i princìpi della giustizia sociale

Neoliberismo inaccettabile

di SEBASTIANO DHO, vescovo di Alba
    
   

   Gazzetta d'Alba n. 11 del 17-3-99 - Home Page Non ha ottenuto finora la dovuta attenzione, in casa nostra, l’intervento forte ed esplicito pronunciato da Giovanni Paolo II in Messico, nel gennaio scorso, in merito agli scottanti problemi sociali che travagliano tutto il mondo, ma con particolare drammaticità l’America Latina. Eppure, se si vuole essere debitamente aggiornati, ad esempio, sulla dottrina sociale della Chiesa, è indispensabile mantenersi bene informati e attenti agli ultimi pronunciamenti in materia, sia perché i documenti più recenti tengono conto dei precedenti, sia perché, trattandosi di realtà temporali in continua e complessa evoluzione, gli ultimi sono indispensabili per affrontare le nuove situazioni. D’altronde, per analogia, nessuna azienda oggi usa macchinari degli anni ’30, ma si adegua alle esigenze tecnologiche, pena il fallimento.

L’occasione per l’intervento del Papa è stata la solenne consegna alle Chiese latino-americane del documento Ecclesia in America, frutto dell’apposito Sinodo tenutosi a Roma a fine ’97. Naturalmente la maggior parte del testo è dedicata alla grande opera tipica della Chiesa in ogni luogo e in ogni tempo: l’evangelizzazione, che non può essere però disincarnata come non lo è stato Cristo stesso. Perciò si comprende come, prima al Sinodo da parte dei Vescovi dell’America Latina, poi dal Papa nel documento, si sia dato largo spazio alla realtà umana e sociale dei popoli a cui annunciare il Vangelo di Gesù.

Su queste tematiche trattate con ampiezza dal Papa, tante sarebbero le riflessioni da farsi (pensiamo ai diritti umani, alla pena di morte fermamente condannata, agli armamenti e alla cultura di morte, ecc.). Ci limitiamo qui ad accennare a due, interessanti anche per noi in loco.

Globalizzazione della solidarietà

Giovanni Paolo II, dopo aver presentato il fenomeno della globalizzazione anche nei suoi innegabili risvolti positivi (efficienza e incremento della produzione), ammonisce: «Se però la globalizzazione è retta dalle pure leggi di mercato applicate secondo la convenienza dei potenti, le conseguenze non possono essere che negative. Tali sono ad esempio l’attribuzione di un valore assoluto all’economia, la disoccupazione, la diminuzione e il deterioramento di alcuni servizi pubblici (...), l’aumento delle differenze tra ricchi e poveri, ecc.» (n. 20).

Dunque, una netta presa di distanza, motivata dall’interpretazione comune unicamente efficientistica ed economicistica, senza preoccupazione per le persone coinvolte. Proprio per rispondere a questa esigenza, che cioè anche il nuovo fenomeno imponente e potente possa servire alla crescita dell’uomo e di tutti gli uomini, il Papa propone (n. 55) la globalizzazione della solidarietà, richiamando alla visione morale della Chiesa che da sempre «poggia sulle tre pietre angolari fondamentali della dignità umana, della solidarietà e della sussidiarietà. L’economia globalizzata deve essere analizzata alla luce dei princìpi della giustizia sociale, rispettando l’opzione preferenziale per i poveri che devono essere messi in grado di difendersi in un’economia globalizzata». E più avanti (n. 56), tra «i peccati sociali che gridano al cielo» include le disuguaglianze tra i gruppi sociali. Parole che non lasciano dubbi circa una valutazione cristiana di questa realtà quasi magica, ma spesso tragica.

Un sistema che emargina i deboli

Se già il giudizio su un certo concetto di globalizzazione è critico, ancor più lo è sul neoliberismo " modello americano", altrettanto esaltato anche nei nostri ambienti. Dice il Papa, al n. 56: «Sempre più in molti Paesi americani domina un sistema noto come neoliberismo, sistema che, facendo riferimento a una concezione economicistica dell’uomo, considera il profitto e le leggi del mercato come parametri assoluti a scapito della dignità e del rispetto della persona e del popolo. Tale sistema si è tramutato talvolta in giustificazione ideologica di alcuni atteggiamenti e modi di agire in campo sociale e politico che causano l’emarginazione dei più deboli. Di fatto i poveri sono sempre più numerosi, vittime di determinate politiche e strutture spesso ingiuste».

Sono frasi che non hanno bisogno di molti commenti, tanto più che sono suffragate purtroppo dai dati. Pare che a livello di finanza mondiale, quella che comanda tutti, compresi i governi, il 50% degli uomini di tutto il pianeta conti nulla perché non produttore né consumatore di beni in modo significativo. È notorio come nei tanto decantati Usa decine di milioni di cittadini vivano in condizioni di povertà e privi di assistenza sanitaria perché senza possibilità di pagarsela.

Alla luce di queste affermazioni di Giovanni Paolo II, sembra azzardato giustificare, come conformi alla dottrina sociale della Chiesa, certe concezioni in campo economico del lavoro e della società in genere, pretendendo che siano cristiane.

Per concludere con un’autorevole conferma a queste riflessioni sulle parole del Papa, voglio citare un intervento di Giancarlo Zizola su un giornale non sospetto di avversione pregiudiziale al mondo degli imprenditori economici: Il sole-24 ore. Il 24 gennaio egli scrive: «È almeno dalla caduta del comunismo sovietico che il papato catalizza con Wojtila la funzione critica, un tempo confiscata dall’ideologia marxista, nei confronti del modello economico e sociale opposto. Oggi egli si presenta deciso a non abbandonare né il sogno americano né l’identità cristiana dell’America all’influenza del modello neoliberista, ma di imprimere sul cristianesimo del Continente l’impronta d’un ruolo di alternativa sociale della Chiesa alla strategia neoimperiale del secolo americano».

+ Sebastiano Dho
vescovo

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