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Gazzetta d'Alba, n. 3 del 20 gennaio 2009

n. 3 del 20-1-2009
Questa settimana
scelti per voi...

Sobrietà e solidarietà

Ci serve un palacongressi
di MARIA GRAZIA OLIVERO

Futuro più incerto in classe
di DANIELA SCAVINO

Tutti intorno a un tavolo
per soccorrere l’istruzione

di DANIELA SCAVINO

Per le superiori si sta fermi un giro
di DANIELA SCAVINO

Follia tassare l’immigrato
di CRISTINA BORGOGNO

Interinali Asl salvati da Amos
di GIULIO SEGINO

Doc Alba: ok della Regione
di GIANCARLO MONTALDO

Depuratore puzzolente:
rabbia e rassegnazione

di VALTER MANZONE

Salesiani: da 50 anni a Bra
di FRANCO BURDESE

«Obiettivo 3.000 sacche»
di VALTER MANZONE

Liceo aperto da settembre
di ELENA CHIAVERO

Riparte il Centro pastorale
di LIVIO OGGERO

Ogni viaggio una speranza
di MARIA GRAZIA OLIVERO

Padre Prandi, generoso missionario albese morto per mano dei giapponesi
di RAOUL MOLINARI

Storie di chi si diverte con i fiocchi
e chi cade, vittima della neve

S'intasa il pronto soccoso
di CRISTINA BORGOGNO.

Preghiera e testimonianza
di + SEBASTIANO DHO

Castellengo candidato Pdl
di M.G.O

 


 

ASAVA – Volontariato

Ogni viaggio una speranza

di MARIA GRAZIA OLIVERO
 

 

Guido Marchisio. Ogni viaggio una storia, ogni storia una vita, un sentimento, una speranza. Si chiama Asava (Associazione servizio ambulanze volontari Alba) l’esperienza che racconta il presidente Guido Marchisio.
Roberto Boffa: «Il rapporto con il malato è faticoso e il rischio in agguato sulle strade, ma il volontariato coinvolge, ognuno vi trova la propria motivazione. L’elemento accomunante è l’intervento a favore degli altri e la gente lo sa».
  

Ogni viaggio una storia, ogni storia una vita, un sentimento, una speranza. Si chiama Asava (Associazione servizio ambulanze volontari Alba) e si legge passione l’esperienza che racconta Guido Marchisio, da otto anni presidente del gruppo albese di supporto all’Asl Cn2. Non solo autisti – diciamolo subito –, ma persone che dedicano gratuitamente parte dell’esistenza per assistere i malati. Sono 350 gli uomini e le donne Asava – numerosi i pensionati, ma coadiuvati da un folto gruppo di giovani –, che da maggio 1977, data in cui fu fondata l’Associazione, non hanno smesso di operare nemmeno un minuto.

La storia. «Non dimenticherò mai gli occhi da capriolo ferito di una donna malata di cancro che ho accompagnato spesso, anni addietro, da Alba a Torino a Cuneo a Candiolo. L’ultima volta che l’ho adagiata dalla barella sul letto, mi ha abbracciato e baciato, presagendo l’addio. Non è stato facile». L’immagine è forte e altre si affastellano nel racconto di Marchisio. Vite che scorrono in ambulanza e che traggono sollievo da un sorriso, una parola, un gesto d’amore gratuito.

Il presidente dell’Asava Guido Marchisio.
Il presidente dell’Asava Guido Marchisio.

Gli inizi. Sono passati 32 anni, ma sembra la descrizione di un mondo antico. Guido Marchisio: «Eravamo alla fine degli anni Settanta. Non c’erano ambulanze in città. L’unica apparteneva a un’impresa funebre ed entrava in funzione quando i Vigili l’allertavano. Poi, la Regione ne donò una all’ospedale, ma mancavano gli autisti. Fu così – vedendola nel cortile del San Lazzaro, parcheggiata invano – che si ebbe l’idea di utilizzarla. Ci credettero oltre ogni dubbio il vigile del fuoco Agostino Bertone – che divenne il primo presidente Asava –, Silvio Veglio, presidente dell’ospedale, Alberto Levi, che mobilitò Radio Alba per cercare volontari. I primi furono 33, sei di loro sono ancora in servizio. Furono tempi pionieristici, durante i quali non mancarono inspiegabili ostracismi. L’Asava muoveva comunque i primi passi e nel 1979 l’associazione fu costituita con atto notarile».

Uno dei mezzi.
Uno dei mezzi.

Marchisio. «Nei primi anni si faceva meno di un servizio al giorno mentre oggi abbiamo una media di 44 interventi, con punte di 70, attraverso uno staff di 350 persone, 20 mezzi, tra cui 10 autoambulanze, una delle quali in servizio per il 118». Ma l’Asava non è un servizio qualsiasi. Il Presidente ne sottolinea la specificità: «Siamo anomali. Ad Alba, del resto, si sa, lo siamo tutti, in tutto. Non siamo né vogliamo diventare – nonostante le spinte che arrivano – autonomi: rappresentiamo un servizio per l’Asl Cn2, attivi da 32 anni, 24 ore su 24, ogni giorno».

I mezzi Asava sono impegnati per il 118 (5-6 servizi al giorno in media), per i pazienti che giungono al San Lazzaro, per quelli che devono eseguire la radioterapia a Cuneo (non esiste il servizio sotto le torri e il paziente viene accompagnato al Santa Croce), la dialisi e molto altro. Quando i medici chiamano, lo staff si prepara con il mezzo adeguato. Marchisio: «Ogni turno impegna 15-18 volontari nelle ore di punta e almeno 4-6 di notte. Sono previsti quattro turni al giorno, vuol dire 40-45 persone disponibili a partire con qualsiasi tempo, qualsiasi strada e in tutte le ore del giorno o della notte. Se si decurtano dal numero totale di volontari le centraliniste – che operano in sede –, il gruppo del progetto Virgilio – accoglienza al pronto soccorso – e qualche decina di persone che per motivi diversi possono avere problemi, in servizio continuativo restano 270 volontari, i quali svolgono almeno un turno la settimana».

Un intervento.
Un intervento.

Asava non manca di forze. «Fortunatamente no. Anche se gli "anziani" sono la base portante, stanno arrivando i giovani. La nostra forza è la passione che prende chi ha provato a salire su un’ambulanza. Siamo autisti, portantini, ma anche un po’ "psicologi", che affiancano il malato. Per questo frequentiamo corsi specifici e siamo in grado d’intervenire in molte situazioni: per il massaggio cardiaco, i traumi, il supporto dell’ammalato, ad esempio».

L’Asava, pur essendo al servizio del 118, non è iscritta all’Anpas (Associazione volontari pubbliche assistenze). Il Gruppo albese salvaguarda lo spirito degli esordi e non intende perdersi tra registri contabili, fatture e denaro. Marchisio: «I mezzi – spesso acquisiti tramite donazioni all’Asava – sono trasferiti all’Asl, che provvede alle spese. Per il resto, i volontari sono in servizio gratuito. Hanno bisogno di nulla, se non della loro convinzione».

Il rischio. «Non siamo perfetti», aggiunge Roberto Boffa, responsabile della comunicazione Asava: «Il rapporto con il malato è faticoso e il rischio in agguato sulle strade, ma il volontariato coinvolge, ognuno trova la propria motivazione. L’elemento accomunante è che ci muoviamo per gli altri. E la gente che ci ha conosciuto lo capisce».

Maria Grazia Olivero

Tabella.


      

  
GENTE DI CASA NOSTRA

Padre Prandi, generoso missionario albese
morto per mano dei giapponesi

di RAOUL MOLINARI
 

La memoria, la storia, intesa come maestra di vita, un tempo considerata patrimonio della collettività, ora viene sempre più offuscata o da una generale superficialità oppure addomesticata e strumentalizzata per fini personali, ideologici, politici. Noi italiani, forse per indole, abbiamo la memoria corta: ieri eravamo un popolo di emigranti e oggi non perdiamo occasione per dimostrare la nostra intolleranza per lo straniero, che viene da noi in cerca di lavoro; nonostante fossimo povera gente, e bisognosi di tutto, eravamo capaci di solidarietà e, aiutandoci l’un l’altro, abbiamo tirato su la testa e, superata non solo la povertà, ma la miseria, lavorando duro e privandoci di tutto, siamo riusciti a raggiungere il benessere, ma abbiamo anche, purtroppo, maturato egoismo e grettezza.

Padre Vincenzo PrandiNella lotta per la libertà, abbiamo scritto importanti pagine con protagonisti di ogni ceto sociale, tutti determinati a combattere fino al dono della propria vita per la salvezza e la dignità della nostra gente. Da qualche tempo, invece, spira un’aria di revisionismo che, spesso, esula dalla veridicità storica, per raggiungere obiettivi di bassa speculazione politica. Fortunatamente, nonostante questo clima avverso, sopravvivono nel nostro territorio associazioni e persone che, con caparbietà, ogni giorno, ogni anno, tornano a ricordarci uomini i quali, superando ogni barriera umana di popoli e di razze, di ambiente e di clima, hanno dato massima prova di amore al prossimo non temendo di mettere a repentaglio la loro stessa vita.

Fra breve, ad Alba, con una pubblica manifestazione, presso la Madonna della Moretta, verrà commemorata la figura di padre Vincenzo Prandi, missionario albese, perito in un’isola dell’Oceano Pacifico, nel 1945, per mano delle truppe giapponesi in ritirata. Padre Vincenzo Prandi era nato ad Alba nel 1892; primogenito di una famiglia di dodici figli, compì brillantemente gli studi fino a essere ordinato sacerdote, nel 1915, nella Congregazione dei Giuseppini di Asti. Subito arruolato nel Corpo scelto dei Bersaglieri, fu inviato al fronte della grande guerra; quasi sempre in prima linea, dimostrò le proprie capacità nel confortare i giovani soldati impegnati in una guerra lontana dal suo e dal loro intendere. Rientrato fra i confratelli, i racconti delle avventure di alcuni Padri giuseppini missionari maturarono in lui la voglia di partire. Nel 1921, infatti, si imbarcò con due compagni chierici, a Barcellona, per raggiungere Manila, nelle Filippine.

Vivace d’intelligenza, di animo impulsivo e generoso, dotato di eccezionale forza fisica, di prorompente vitalità, di amore verso il prossimo e i sofferenti, era proprio il sacerdote ideale per essere inviato in terre non solo lontane, ma anche difficili e bisognose di aiuto tanto religioso, quanto umanitario. Lo troviamo parroco a Cuenca; la chiesa era poco più di un capannone fatto di legno, bambù e paglia: padre Vincenzo ne progettò una in cemento armato e muratura, improvvisandosi ingegnere e capomastro; la sua felicità e quella dei parrocchiani furono, però, destinate a durare poco: in una terribile notte, un tifone distrusse quasi completamente quanto realizzato. Il coraggioso missionario non si demoralizzò: si rimboccò le maniche e costruì un’altra chiesa a prova di tifone. Con la stessa forte voglia di fare, con la stessa deter-minazione, lo troviamo a San José, con ancora maggiori responsabilità perché nominato superiore di quella missione nel Capitolo generale. All’entrata in guerra del Giappone a fianco dell’Asse, tutti i cittadini italiani e tedeschi residenti in quelle isole furono arrestati, tra quelli anche padre Prandi; dopo le sofferenze della prigionia, fu rilasciato, ma, purtroppo, altre complicazioni di guerra si abbatterono su quelle terre e, in particolare, sulla sua missione.

In un tardo pomeriggio di fine gennaio, padre Vincenzo venne avvertito che alcuni suoi parrocchiani, tra i quali anche il Sindaco, erano stati prelevati dai giapponesi: senza porre indugi, il generoso sacerdote si presentò agli ufficiali per intercedere a favore dei suoi fedeli. Il suo gesto fu inutile: il 27 gennaio 1945, padre Vincenzo Prandi venne ucciso con gli uomini che aveva cercato fino all’ultimo di salvare in quella stessa zona di Batagans, nell’isola di Ludzon, nelle Filippine dove egli aveva speso gli ultimi 24 anni della sua vita di abnegazione per gli altri.

Raoul Molinari