Gazzetta d'Alba online Logo San Paolo
 

 
Gazzetta d'Alba, n. 40 del 28 ottobre 2008

n. 40 del 28-10-2008
Questa settimana
scelti per voi...

Ebadi. 
Il Nobel per la pace ospite di "Albalibri"

di DANIELA SCAVINO

I ragazzi del liceo "Govone"
hanno accolto il messaggio di Shirin

di CHIARA CAVALLERIS

L’alta Langa scopre l’eolico?
di CORRADO OLOCCO

Handicap sotto la scure dei tagli
di M.G.O.

La casa resta un miraggio
di ALESSANDRO CASSINELLI

«Non abbattete quell’edificio»
di DIEGO LANZARDO

Strada Sabecco vuole l’allaccio alla fognatura
di VALTER MANZONE

Patata, risorsa da sviluppare
di VALERIA PELLE

Pannelli solari sul Municipio
di FULVIO LOVISOLO

Don Franco Servetto, fedele fino
all’ultimo alla sua idea di povertà
di RAOUL MOLINARI

Un piano contro i disastri
di GIORGIO BABBIOTTI

È mobilità per Albadoro
di G.S.

Miroglio chiude in Puglia
di G.S.

Se 1.150 euro devono bastare
di FABIO BAILO

In lotta per un’occupazione migliore
di F.B.

La Rosa è il commissario per la Fondazione
di VALERIA PELLE

Il Presidente mette il casco
di M.G.O.

 


 

Giudice prima dell’avvento del regime islamico in Iran, è rimasta nel suo Paese per sostenere i diritti di donne e bambini

Ebadi
Il Nobel per la pace ospite di "Albalibri"

di DANIELA SCAVINO
 

 

«Alì Shariati, un filosofo morto due anni prima dell’avvento del regime, diceva: "Se non potete eliminare l’ingiustizia, allora raccontatela a tutti"». Shirin Ebadi ha riassunto in una frase il proprio impegno. La prima donna musulmana a ricevere il premio Nobel per la pace, nel 2003, è stata accolta ad Alba da un fiume di domande il 23 ottobre. Era l’ospite d’onore dell’evento speciale organizzato da Albalibri. Carlo Panella, con Nico Orengo, Luciano Bertello e Giovanni Tesio del comitato scientifico della manifestazione, l’ha accolta «oltre che come Nobel, come personaggio in sintonia con Alba: una donna che non è militante politica ma che si oppone a questo totalitarismo così simile al nazismo».

Negli incontri con gli studenti del Liceo classico e con la cittadinanza, Ebadi ha colto l’occasione della recente pubblicazione per Rizzoli del proprio ultimo libro, La gabbia d’oro, per parlare dell’Iran e del regime che calpesta ogni giorno diritti civili. Nella Gabbia d’oro, Shirin Ebadi usa la forma del romanzo per raccontare la storia del proprio Paese attraverso quella di tre fratelli, Abbas, Javad e Alì, coinvolti in modo diverso nella rivoluzione islamica che nel 1979 trasformò l’Iran in un regime teocratico. Nel visitare la redazione di Gazzetta, ha risposto ad alcune domande, accompagnata dalla traduttrice del libro, Ella Mohammadi.

Shirin Ebadi.
Foto Marcato
.

  • Il Nobel assegnatole nel 2003 ha cambiato il suo lavoro per i diritti civili? Che cosa è cambiato, inoltre, con l’avvicendarsi del Governo di Ahmadinejad?

«A livello internazionale il Nobel mi ha dato la possibilità di far sentire la mia voce, di denunciare ciò che avviene nel mio Paese. Manon ha facilitato il mio lavoro in Iran: continuo a essere censurata da tutti i mezzi di comunicazione, televisione e radio di Stato. Non diedero neppure la notizia del Nobel, cinque anni fa, se non due giorni dopo, in un brevissimo inciso, perché la notizia era ormai giunta in altri modi e la gente protestava per questo silenzio. La censura mi colpisce ormai anche fuori dai confini, per l’enorme potere che l’Iran ha sul resto dei Paesi islamici: qualche giorno fa avrebbe dovuto esserci un grande convegno sui diritti civili in Malesia, dove io avrei dovuto essere il relatore principale. Ma il Governo iraniano ha detto a quello malesiano che i rapporti tra i due Paesi sarebbero stati compromessi se avessi parlato pubblicamente: così il convegno è stato annullato, con grandi proteste delle organizzazioni per i diritti umani dell’Asia».

  • E nel suo Paese? C’è una società civile aperta al dialogo? Come si oppongono, le donne, al regime?

«Con la rivoluzione islamica la situazione è peggiorata: la vita di una donna vale la metà di quella di un uomo, la sua testimonianza in un processo vale la metà; una donna sposata, per fare qualsiasi cosa, deve avere il permesso del marito. Questa oppressione risalta ancora di più se si pensa che il 65% degli studenti sono donne, che le donne mantengono ruoli di alto livello, sono medici, sono nell’Amministrazione statale: uno dei vice di Ahmadinejad ha come stretto collaboratore una donna. A dispetto di questo alto livello di cultura, la discriminazione è fortissima e le battaglie che portiamo avanti fanno impercettibilmente cambiare qualcosa, poco per volta: per esempio la tutela del minore è cambiata a favore della madre, negli ultimi anni».

  • Da donna di legge – Ebadi è stata ricercatrice universitaria in legge, magistrato fino all’avvento del regime e oggi lavora come avvocato per i diritti civili e musulmana – come vive l’assimilazione della religione al diritto dei Paesi islamici?

«Il regime dice che le sue leggi arrivano dall’Islam: alle proteste della popolazione, viene opposta la religione. Ma questo è sbagliato. Ogni religione, come ogni ideologia, è passibile di interpretazione: così avviene per il cristianesimo, interpretato variamente da Chiese diverse; così sta accadendo per l’Islam. Nei Paesi islamici c’è una diversa interpretazione del Corano applicato alla legge: in Arabia Saudita, alle donne è addirittura impedito di guidare l’auto. Al contrario, in altri Paesi, ci sono stati primi ministri donne, come in Bangladesh o in Indonesia; in Marocco e Tunisia la poligamia è vietata. Nel mio Paese si usano pene, come il taglio della mano, che in Algeria o in Egitto vengono proibite. La legge ha introdotto discriminazioni che originariamente, nei testi e nella tradizione, non sono previste: si può invece arrivare alla parità tra l’uomo e la donna e alla democrazia, interpretando diversamente l’Islam. Ciò che danneggia le donne non è la religione, ma qualcosa di più sottile: è la cultura patriarcale, che vige anche fuori dai Paesi islamici, persino in Europa».

  • Come vede, lei, le donne in Occidente?

«La situazione per le donne è più semplice, ma le discriminazioni esistono; penso a un convegno in Danimarca cui fui invitata qualche anno fa: distribuivano una spilla a forma di euro, ma con uno spicchio mancante. Lo scopo di questa immagine era protestare perché a parità di mansioni, una donna, anche in Danimarca, guadagna un quarto in meno di un uomo. Così ho pensato che ci sono discriminazioni contro le donne in ogni parte del mondo: voi in Italia avete mai avuto un presidente della Repubblica o un primo ministro donna?».

Daniela Scavino
   

«Per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia. Perché si è concentrata specialmente sulla battaglia per i diritti delle donne e dei bambini»: sono le motivazioni dell’Accademia di Svezia per assegnare, cinque anni fa, il Nobel per la pace a Shirin Ebadi, undicesima donna da quando il premio è stato istituito nel 1903, e prima musulmana. Nata nel 1947, laureata in legge nel 1969 all’Università di Teheran, nominata presidente di tribunale nel 1975, con l’avvento del regime di Khomeini nel 1979 fu costretta a dimettersi per le leggi che limitarono autonomia e diritti civili delle donne iraniane. Ebadi non lasciò il Paese, come molti connazionali, ma è rimasta in Iran, costretta fino al 1992 all’isolamento casalingo destinato alle donne. Da allora è impegnata come avvocato, difendendo le famiglie di scrittori e intellettuali uccisi tra il 1998 e il 1999; poi come attivista per i diritti umani e pacifista: è tra i fondatori della ong Society for protecting the child’s right per la protezione dei diritti dei bambini in Iran. Arrestata e imprigionata continua a essere sostenitrice dei diritti femminili e dei bambini.

d.s.


      

  
I ragazzi del liceo "Govone"
hanno accolto il messaggio di Shirin

di CHIARA CAVALLERIS
  

Shirin Ebadi giovedì ha incontrato gli studenti del liceo classico Govone. Gazzetta è stata nella scuola e ha seguito Shirin nei suoi racconti e nel colloquio con i ragazzi. La pacifista iraniana è stata diretta e ha saputo rivelare con un linguaggio chiaro, attraverso semplici concetti, una realtà opposta a quella dei suoi interlocutori. I brevi racconti sconvolgenti con cui ha descritto l’Iran di oggi hanno in pochi minuti cambiato le espressioni di molti. Shirin si è rivolta a Francesca, seduta di fronte a lei, e le ha parlato della sua vita se fosse nata in Iran: «Dovresti coprirti i capelli con il velo e indossare un abito largo, per dimostrare il tuo disaccordo potresti al massimo tirare un po’ indietro lo chador, e già per questo saresti considerata una "ribelle". Avresti il diritto di studiare, di diventare medico o avvocato, ma la tua testimonianza a un processo varrebbe la metà di quella di un uomo. E a una festa iraniana a casa di amici indosseresti abiti normali e conosceresti persone che altrimenti non avresti mai potuto "vedere"». Shirin, che in Iran non può svolgere il suo lavoro di giudice in quanto donna, ha raccontato il ruolo della moglie attraverso una vicenda: «Sono stata avvocato difensore di molte signore maltrattate dai mariti, che possono chiedere il divorzio solo dimostrando l’ impossibilità di vivere con il coniuge. Una volta ho difeso una donna menata dal marito per aver ballato al matrimonio della sorella. Mi sono presentata in tribunale con i testimoni e l’uomo ha ammesso di aver picchiato la moglie. Allora il giudice, un mullah di 60 anni, ha chiesto all’imputato: "Pensi di aver fatto una cosa giusta?". L’uomo ha ammesso di aver sbagliato e il caso è stato chiuso. Alle mie proteste il giudice ha risposto: "Perché non permette a queste persone di vivere la loro vita?"».

Studenti e insegnanti del liceo albese con Shirin Ebadi.
Studenti e insegnanti del liceo albese con Shirin Ebadi.

Gli studenti hanno avuto la possibilità di dialogare direttamente con Shirin. Ecco alcuni stralci del colloquio. Edoardo: come viene percepita l’Europa in Iran e come l’immagine dell’Occidente viene presentata dal regime iraniano? «Lo Stato mostra la comunità occidentale come corrotta, decadente e immorale, ma i giovani iraniani non credono in queste cose. I nostri ragazzi leggono molto, scaricano illegalmente film da Internet e conoscono la vostra realtà».

Giovanni: un cristiano può professare liberamente la sua religione? «Il cristianesimo è accettato in Iran. Un cristiano può frequentare chiese e praticare il suo credo, purché non evangelizzi nessuno. Ma non ha la possibilità di diventare giudice o ufficiale militare e non può sposare una ragazza musulmana, mentre un’islamica può sposare un cristiano, perché una donna vale la metà».

Giulia: le donne cristiane hanno l’obbligo di portare il velo? «Tutte le donne in Iran hanno l’imposizione di indossare lo chador, anche le turiste. Una delle mie conquiste è stata quella di convincere il Governo a non imporre le proprie leggi all’estero. Ora quando un’iraniana sale sull’aereo di un altro Paese si toglie il velo ancor prima di sedersi, poi si sistema i capelli. Sono andata a ritirare il premio Nobel senza chador e nessuno ha potuto dirmi niente, mentre il popolo iraniano mi vedeva in televisione». Shirin ha raccontato con semplicità l’infelicità di un popolo povero in uno Stato ricco, il secondo al mondo per giacimenti di gas naturale, rame e uranio, un Paese in cui il petrolio abbonda e si vive come nella Germania nazista, definito dal suo ultimo romanzo come La gabbia d’oro.

Chiara Cavalleris