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Tullio Pinelli,
sceneggiatore di Federico Fellini, traccia un ritratto dello scrittore
di Santo Stefano Belbo, del quale nel 2008 ricorreranno i cent’anni
dalla nascita: «Diceva di sentirsi tormentato, come se avesse un nido
di serpenti in testa».
Nel
2008 Tullio Pinelli, lo storico sceneggiatore di Federico Fellini, con il
quale vinse quattro premi Oscar, compirà cent’anni. Classe 1908, fu
compagno di scuola di Cesare Pavese al liceo D’Azeglio di Torino,
sotto la guida di Augusto Monti, e gli rimase accanto fino alla tragica
estate del 1950, quando lo scrittore si tolse la vita. «Il nostro primo
incontro non fu dei migliori», ricorda Pinelli, ancora lucidissimo. «Lui
aveva un carattere molto chiuso e scontroso, così un giorno decisi di
affrontarlo: sapevo che dopo la scuola passava sempre in biblioteca, lo
seguii e mi misi al suo fianco cercando di parlargli e di interessarlo
spiegandogli ciò che amavo leggere, ma lui non mi ascoltava,
evidentemente lo seccavo, così a piazza Solferino mi lasciò solo e se ne
andò per la sua strada».

Cesare Pavese e Tullio Pinelli (a destra) al
liceo D’Azeglio con alcuni compagni.
Già da adolescente Pavese si dimostrava sofferente e a disagio nei
confronti della società, caratteristiche che sarebbero poi emerse nelle
sue opere e soprattutto nel diario Il mestiere di vivere.
«Ciò che in seguito ci unì profondamente», continua Pinelli, «fu
un viaggio collettivo, proposto dal nostro compagno Predella (anch’egli
morto suicida, nda) in Toscana e Umbria: per 15 giorni siamo stati
insieme, dormendo tutti e tre nella stessa stanza».
Iniziò così una lunga frequentazione che si prolungava anche oltre le
ore scolastiche, rafforzata dal fatto che i due vivevano nella stessa
strada di Torino, via Lamarmora: «Spesso, nei fine settimana, andavamo
nella casa di Pavese a Reaglie, sulla collina torinese, a trascorrere la
serata con pane, salame, prosciutto e vino, e poi tornavamo a casa
strisciando le ginocchia per terra». Le discussioni, durante quei lunghi
pomeriggi, affrontavano soprattutto argomenti di letteratura: «Io in quel
periodo avevo scoperto i racconti di Mistral, ricchi di vagabondaggi di
gente liberissima, artisti, scrittori e pittori, così lo feci conoscere a
Pavese». Insieme decisero di vivere per un periodo nello stesso stile. «Avevamo
preso l’abitudine di passare tutta la giornata in collina a vagabondare
senza meta», continua Pinelli. «Partivamo al mattino e tornavamo la sera
tardi, finché non trovavamo una piola per rifocillarci; il
problema era che lui detestava il vino rosso, perché diceva che gli
ricordava il sangue».
Non era solo la letteratura a tenere banco durante quelle lunghe
passeggiate: Pavese parlava anche dei suoi amori e soprattutto di
suicidio. «Diceva di sentirsi tormentato, come se avesse un nido di
serpenti in testa», riferisce lo sceneggiatore. «Ricordo che un giorno
lo vidi arrivare stravolto con una notizia terribile: il nostro compagno
Baraldi si era ucciso».
Una vicenda tragica, quella di Baraldi: «Aveva intrapreso una
relazione con una ragazza contro il volere dei genitori di lei, così una
notte erano scappati nella sua villa a Bardonecchia, avevano passato lì
la notte e al mattino lui aveva sparato a lei e poi si era tolto la vita».
La ragazza fortunatamente sopravvisse, ma la vicenda aggiunge ulteriore
mistero al destino di Pavese: dopo quello di Predella e di Baraldi, il suo
sarebbe stato il terzo suicidio all’interno del D’Azeglio. «Aveva dei
momenti, anche quando eravamo tutti insieme, in cui si isolava, non
parlava più, non rispondeva», conclude Pinelli. «La sua morte,
francamente, me l’aspettavo».
Andrea Icardi
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