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Gazzetta d'Alba, n. 48 del 18 dicembre 2007

n. 48 del 18-12-2007
Questa settimana
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Pavese. Il compagno di scuola solitario
 di A.C.

 


 

Pavese. Il compagno di scuola solitario

di ANDREA ICARDI
 

 

Tullio Pinelli, sceneggiatore di Federico Fellini, traccia un ritratto dello scrittore di Santo Stefano Belbo, del quale nel 2008 ricorreranno i cent’anni dalla nascita: «Diceva di sentirsi tormentato, come se avesse un nido di serpenti in testa».
   

Nel 2008 Tullio Pinelli, lo storico sceneggiatore di Federico Fellini, con il quale vinse quattro premi Oscar, compirà cent’anni. Classe 1908, fu compagno di scuola di Cesare Pavese al liceo D’Azeglio di Torino, sotto la guida di Augusto Monti, e gli rimase accanto fino alla tragica estate del 1950, quando lo scrittore si tolse la vita. «Il nostro primo incontro non fu dei migliori», ricorda Pinelli, ancora lucidissimo. «Lui aveva un carattere molto chiuso e scontroso, così un giorno decisi di affrontarlo: sapevo che dopo la scuola passava sempre in biblioteca, lo seguii e mi misi al suo fianco cercando di parlargli e di interessarlo spiegandogli ciò che amavo leggere, ma lui non mi ascoltava, evidentemente lo seccavo, così a piazza Solferino mi lasciò solo e se ne andò per la sua strada».

Cesare Pavese e Tullio Pinelli (a destra) al liceo D'Azeglio con alcuni compagni.
Cesare Pavese e Tullio Pinelli (a destra) al liceo D’Azeglio con alcuni compagni.

Già da adolescente Pavese si dimostrava sofferente e a disagio nei confronti della società, caratteristiche che sarebbero poi emerse nelle sue opere e soprattutto nel diario Il mestiere di vivere.

«Ciò che in seguito ci unì profondamente», continua Pinelli, «fu un viaggio collettivo, proposto dal nostro compagno Predella (anch’egli morto suicida, nda) in Toscana e Umbria: per 15 giorni siamo stati insieme, dormendo tutti e tre nella stessa stanza».

Iniziò così una lunga frequentazione che si prolungava anche oltre le ore scolastiche, rafforzata dal fatto che i due vivevano nella stessa strada di Torino, via Lamarmora: «Spesso, nei fine settimana, andavamo nella casa di Pavese a Reaglie, sulla collina torinese, a trascorrere la serata con pane, salame, prosciutto e vino, e poi tornavamo a casa strisciando le ginocchia per terra». Le discussioni, durante quei lunghi pomeriggi, affrontavano soprattutto argomenti di letteratura: «Io in quel periodo avevo scoperto i racconti di Mistral, ricchi di vagabondaggi di gente liberissima, artisti, scrittori e pittori, così lo feci conoscere a Pavese». Insieme decisero di vivere per un periodo nello stesso stile. «Avevamo preso l’abitudine di passare tutta la giornata in collina a vagabondare senza meta», continua Pinelli. «Partivamo al mattino e tornavamo la sera tardi, finché non trovavamo una piola per rifocillarci; il problema era che lui detestava il vino rosso, perché diceva che gli ricordava il sangue».

Non era solo la letteratura a tenere banco durante quelle lunghe passeggiate: Pavese parlava anche dei suoi amori e soprattutto di suicidio. «Diceva di sentirsi tormentato, come se avesse un nido di serpenti in testa», riferisce lo sceneggiatore. «Ricordo che un giorno lo vidi arrivare stravolto con una notizia terribile: il nostro compagno Baraldi si era ucciso».

Una vicenda tragica, quella di Baraldi: «Aveva intrapreso una relazione con una ragazza contro il volere dei genitori di lei, così una notte erano scappati nella sua villa a Bardonecchia, avevano passato lì la notte e al mattino lui aveva sparato a lei e poi si era tolto la vita».

La ragazza fortunatamente sopravvisse, ma la vicenda aggiunge ulteriore mistero al destino di Pavese: dopo quello di Predella e di Baraldi, il suo sarebbe stato il terzo suicidio all’interno del D’Azeglio. «Aveva dei momenti, anche quando eravamo tutti insieme, in cui si isolava, non parlava più, non rispondeva», conclude Pinelli. «La sua morte, francamente, me l’aspettavo».

Andrea Icardi