| |
|
Ormai
l’accordo è vicino. Mancano le firme di alcuni (pochi) proprietari, ma
dovrebbe essere questione di giorni: il percorso storico panoramico al
castello, per citare Manzoni, «s’ha da fare», anche perché il
progetto studiato dall’Amministrazione «è un’occasione unica per
ridare prestigio a una delle aree più suggestive del paese e sistemare
quei ruderi di interesse pubblico che altrimenti dovrebbero essere messi
in sicurezza dagli stessi proprietari», hanno spiegato il sindaco Aldo
Bruna e l’assessore Stefano Garelli nel corso della riunione di giovedì
scorso.

La linea bianca indica dove dovrebbe
svilupparsi il sentiero.
Da questo progetto, tutti trarrebbero dei vantaggi. I quindici
proprietari dei terreni su cui si ergono i ruderi eviterebbero di
scontrarsi con le imposizioni della Soprintendenza e il paese avrebbe una
risorsa in più per il turismo.
Il progetto di riqualificazione dell’area, per il quale il Comune
dispone di un contributo regionale di 140 mila euro, prevede interventi «poco
invasivi, che servirebbero soltanto alla messa in sicurezza delle due
torri e delle mura», hanno spiegato i progettisti Paolo Cavallero e Dario
Cavallotto.
Si vuole realizzare un percorso panoramico di quasi un chilometro, che
si snoderebbe da via Donne a piazza Castello. «Nelle aree di accesso al
sentiero installeremo bacheche in legno che permetteranno al turista di
scoprire la storia del castello e di muoversi autonomamente lungo il
percorso, seguendo la segnaletica», ha aggiunto l’ingegner Cavallero.
Nel primo tratto verrebbero costruite piccole scale in pietra per
agevolare l’ascesa ai ruderi e alcune fontanelle. «Dopo aver
attraversato la breccia delle mura, il turista potrà ammirare i ventotto
archi e la torretta di avvistamento», spiega Cavallero.
Un ulteriore tracciato, delimitato da una staccionata, condurrà alla
torre principale, a cui però, per motivi di sicurezza, non si potrà
accedere. Saranno installate anche alcune panchine e verrà consolidata
una frana nell’ultimo tratto del percorso. Grande attenzione sarà
prestata alle mura, che saranno messe in sicurezza senza veri e propri
interventi di restauro, come ha illustrato l’ingegner Cavallotto: «L’obiettivo
principale è di ripulire le mura dalle erbe infestanti. Inoltre,
controlleremo il profilo dei muraglioni per evitare crolli e valuteremo i
possibili interventi da effettuare al vecchio palazzo situato nei pressi
del castello».
Molti proprietari hanno già firmato l’atto formale con cui si
permette al Comune di passare, restaurare, pulire, e inserire bacheche e
panchine sui terreni privati. Nei prossimi giorni dovrebbero arrivare
tutti i consensi. In caso contrario verranno studiate leggere modifiche al
percorso.
Enrico Fonte

GENTE DI CASA NOSTRA
Carlo, detto
Carlin, lo spumantiere che passò alla storia della Moretta
di RAOUL MOLINARI
Si
avvicina il capodanno che, tradizionalmente, viene salutato e festeggiato
con il botto anche se gli esperti consigliano per l’incolumità, e non
solo, di tutti coloro che brindano coi "lieti calici" di
contenere l’effetto tappo al sussurro di un sospiro. Si racconta che fu
un’abile imprenditrice francese, madame Clicquot-Ponsardin,
rimasta vedova in giovane età, a perfezionare il metodo champénois,
o metodo classico, vale a dire quel sistema di rotazione delle bottiglie
detto comunemente rémoige, finalizzato all’eliminazione dei
depositi formatisi nel vino dopo la rifermentazione. Siamo a Reims, all’inizio
dell’Ottocento: da più di un secolo si produceva Champagne, ma,
sino ad allora, le bottiglie venivano consumate fastidiosamente torbide.
La perspicace madame Clicquot ideò l’operazione, utilizzando un tavolo
da cucina forato dove le bottiglie venivano capovolte e mosse
sistematicamente con movimento rotatorio-oscillatorio. Presero vita in tal
modo i tipici cavalletti a piramide conosciuti come pupitres. La
primogenitura delle bollicine va perciò riconosciuta ai francesi,
tuttavia anche da noi, a Canelli, Carlo Gancia, nel 1867, aveva iniziato
la produzione del Moscato-Champagne. Da allora, si andò formando, nell’industria
spumantistica, una vera e propria "aristocrazia operaia" dotata
di forte professionalità e grande orgoglio: i formidabili champagnisti.
Ogni azienda aveva il proprio campione: ricordiamo fra gli altri il
maestro per eccellenza Paolo Gallese, capo spumantista alla Cinzano e,
in particolare, l’albese Carlo Artusio, che, seppur autodidatta,
perfezionò il metodo gallese, imprimendo alle bottiglie un movimento
verticale dall’alto al basso, riducendo così il tempo di permanenza
sulle pupitres.
Carlo Artusio, detto Carlin, era nato ad Alba nel 1900. Fin da giovane,
seguì le orme del padre iniziando a lavorare presso la nota cantina Calissano,
produttrice del "Duca d’Alba", famoso spumante dell’anteguerra.
Fu maestro di molti spumantisti presso diverse aziende di importanza
nazionale come la Cora e la Fontanafredda; in quest’ultima,
negli anni Cinquanta, fu protagonista, con il figlio Luigi, nella
produzione dello spumante classico "Contessa Rosa" che, ancora
oggi, primeggia per eccellenza. Fu anche insegnante teorico-pratico presso
la cantina della Scuola enologica di Alba. Nel settore spumantiero emerse
per la passione nel lavoro tanto che i familiari ci ricordano i suoi polsi
deformati dalla lunga e meticolosa attività di rotazione delle bottiglie.
In quella funzione era particolarmente abile e veloce: si dice,
addirittura, che riuscisse a ruotare 15.000 bottiglie al giorno. Carlin,
lo spumantiere, era orgoglioso di poter trasmettere agli altri gli
accorgimenti acquisiti durante la lunga pratica del mestiere: già in
pensione, sino agli ultimi anni di vita, veniva contattato dai giovani
enologi. Bevitore di qualità e talento, amava la compagnia, la "ribotta"
e il gioco del pallone. Buontempone, arguto, amante della battuta, era un
grande intrattenitore; sul finire degli anni Quaranta, aprì alla Moretta
di Alba il mitico "Bar Carlin", luogo di ritrovo assai noto e
frequentato dagli amanti di un buon bicchiere e della partita a tressette.
Già nel ’54, fu uno dei primi ad avere il televisore in sala dopo le
Acli e la Canonica del Duomo, ma l’attrazione maggiore del suo bar era
la lingua in salsa rossa, sapientemente preparata dalla Palmina, sua
moglie e ottima cuoca: era un piatto stuzzicante, piccante e forte stimolo
al buon bere.
Carlin passò alla storia della Moretta anche come buon cantante ed
esperto ballerino; si spense nel dicembre 1989, senza malattie e senza
sofferenze: non aveva mai amato ricorrere al medico e al farmacista.
Auguro un gioioso cin cin senza il botto!
Raoul Molinari
|