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Gazzetta d'Alba, n. 42 del 6 novembre 2007

n. 42 del 6-11-2007
Questa settimana
scelti per voi...

Ceneri al vento in Piemonte
di G.S.

«Non giova a nessuno vivere come
se la morte non ci fosse»
di GIUSEPPE ZEPPEGNO

Famiglia, parlarne ancora?
di BATTISTA GALVAGNO

Le reliquie di San Domenico ad Alba
le MONACHE DOMENICANE

Chiude l'ufficio della ex Gec
di VALTER MANZONE

Scuola di pace: si dibatte
sul dramma della Birmania

di VALTER MANZONE

Il castello chiude per lavori
di ELISA PIRA

Inproma: i test in Procura
di FERICO BARBIERI

Il  castello apre ai visitatori nuove stanze
di GI.BA.

Il diospiro protagonista assoluto a Optima Roero
di ELENA CHIAVERO

Fondazione Pavese:
nessun accordo per la Direttrice

di ANDREA ICARDI

Aldo Bona, missionario della Consolata
 «Era pura generosità, puro slancio»

di RAOUL MOLINARI

L’azzardo piace al pubblico
di GIACOMO BATTAGLINO

Swap? Niente rischi, siamo albesi
di M.G.O.

Palasport senza gestore
di GIULIO SEGINO

Più abitazioni per tutti
di A.C.

Se la casa diventa un peso mortale
di BRUNO MURIALDO

Gli operai sfidano i "falchi"
di A.C.

AlbaLibri
Una settimana di letteratura in città

di PAOLO RASTELLI

Stranieri, sfruttati e precari
di ALESSANDRO CASSINELLI

Vasile, il romeno che ha paura
degli italiani

di M.G.O.

 


 

GENTE DI CASA NOSTRA

Aldo Bona, missionario della Consolata
«Era pura generosità, puro slancio»

di RAOUL MOLINARI
 

 

Sono sempre più continue e drammatiche le stragi di emigranti in cerca di un lavoro in un cammino della speranza che spesso si infrange tra le onde o tra gli scogli di spiagge sognate e mai raggiunte. Le montagne di immagini crudeli su guerre dei poveri e altre realtà ancora più tragiche, perché volutamente ignorate, ci portano a riflettere sull’infinità di profonda miseria che travolge un mondo un tempo tanto lontano da noi. Nello stesso tempo, ci portano a ricordare con spirito di ammirazione e gratitudine quelle figure di missionari religiosi e laici, che hanno dedicato e dedicano tuttora con amore e umiltà il loro impegno e la loro stessa vita all’umanità derelitta e dimenticata.

La nostra terra da sempre ha espresso belle figure di missionari, che, in ogni parte del mondo, hanno portato la loro fede e la loro opera. Il 18 ottobre 2006, ad Alpignano, si spegneva uno di loro: Aldo Bona, nato a San Donato di Mango il 10 aprile 1915, missionario della Consolata.Padre Aldo Bona.

Nel suo testamento spirituale a parenti e amici così sintetizzava: «Ho 88 anni, 39 vissuti in Italia, 49 in Colombia, 64 di sacerdozio, 76 di vita religiosa dedicata alla vita missionaria». E continua: «Dio, la cui essenza è amore, mi ha creato per amore, mi mantiene in vita per amore, mi chiama continuamente a dar dimostrazioni di amore, mi sta aspettando nella felicità e pienezza del suo amore infinito ed eterno. Questa è stata la mia vocazione e missione: la chiamata all’amore».

Padre Aldo Bona ebbe un’infanzia travagliata: mentre suo padre non era ancora tornato dal fronte della grande guerra, la mamma e la sorellina morirono per la febbre spagnola e lui venne affidato ai nonni materni. Il padre si risposò e lo prese a vivere con sé presso la piccola osteria di proprietà familiare; il ragazzo, vivendo in quell’ambiente fatto per discorsi e giochi da adulti, divenne, come lui stesso amava dire, un «bel désbla». Un suo cugino, che aveva intrapreso gli studi presso la Consolata, lo avviò allo stesso Istituto, però, purtroppo, il suo parente, amico e consigliere, morì a soli 20 anni. Questa nuova morte colpì profondamente il giovane Aldo e rafforzò la sua vocazione alla vita religiosa. Ordinato sacerdote il 29 giugno 1939, venne subito chiamato a posti di responsabilità. Fu vicedirettore e poi direttore presso l’importante sede di Varallo Sesia fino al 1954, anno in cui ebbe inizio la sua missione in Colombia. Nel lontano Paese dell’America latina rimase in pratica quasi fino alla morte profondendo il suo impegno e la sua attività in favore degli indigeni.

A Bogotá realizzò il Seminario di cui fu direttore spirituale; nella capitale colombiana e in altre città, grazie alla sua capacità, dinamicità e spirito di abnegazione, ricoperse cariche importanti e tanto numerose che è impossibile elencarle. Sacerdote di spirito illuminato, era aperto a una Chiesa indulgente, alla promozione umana, al riscatto sociale, alla comprensione verso gli umili e verso le fasce di popolazione più sfavorite (e non solo in terra di missione): i bambini, le donne, gli indigeni e gli anziani.

Rapportandosi con gli allievi e le persone in generale, non tendeva a imporre il suo pensiero, ma a esaltare le altrui capacità; era grande organizzatore, attento economo e, soprattutto, propugnatore di un lavoro che contribuisse alla dignità della persona e alla crescita del territorio.

Anche in terra lontana, padre Bona aveva conservato le forti radici delle sue colline di Langa: quando poteva, nelle ricorrenze importanti, ritornava a celebrare le funzioni e a far festa con i parenti e gli amici.

In una commovente nota così scrive il cugino Danilo Manera: «Padre Aldo Bona era un motore vivente e sorridente. Era pura generosità, puro slancio. Si è spento perché il corpo non ce la faceva più a realizzare le mille e una cosa che gli chiedeva un’anima come quella, un’anima che non era, e non è, mai spenta».

Raoul Molinari


      

   
FINANZE

L’azzardo piace al pubblico

di GIACOMO BATTAGLINO
   

Comuni, Province, Regioni, ma anche molti privati hanno sottoscritto con i grandi gruppi bancari i "contratti derivati". Armi rischiose, che trasferiscono il debito alle generazioni future, o utili strumenti finanziari?
 

I "prodotti derivati" offerti da grandi banche a imprese, Comuni e Regioni italiane sono polizze assicurative o giochi d’azzardo? Il tema è molto complesso e delicato. Tuttavia – senza pretese di completezza o rigore tecnico – tentiamo una riflessione.

Cosa sono, come sono. I "derivati" sono prodotti finanziari che trasferiscono all’investitore il rischio derivante dall’operazione che li ha originati. Si distinguono in due famiglie principali: quelli "di copertura" e quelli "speculativi", sovente mischiate tra loro. I "derivati speculativi" sono vere scommesse con le quali un investitore – pagando o incassando una somma – si prende per contratto il rischio (o ricava il beneficio) di un fatto economico incerto. I "derivati speculativi" puntano sull’andamento futuro dei tassi d’interesse o dei prezzi di materie prime o delle quotazioni di un titolo in Borsa o di una moneta e così via. Le scommesse, lo sappiamo, hanno esito tanto più favorevole o dannoso in proporzione al grado di probabilità che il fatto in gioco si verifichi. Condizione essenziale è che il sottoscrittore sia consapevole del rischio che si prende, potenzialmente elevatissimo.

L’equivoco del tasso fisso. I derivati di copertura "puri" sono una cosa buona, essendo forme assicurative contro rischi finanziari stipulate tra contraenti con esigenze opposte. C’è chi, ad esempio, ha la necessità di annullare o ridurre a tempi lunghi gli effetti delle variazioni dei tassi d’interesse. Secondo un detto comune «il mondo è metà da comprare e metà da vendere». Infatti esso è diviso da uno specchio virtuale: una parte vede le cose in modo inverso all’altra, quindi – al giusto prezzo, quotato in Borsa – è sempre possibile trovare una controparte per concludere un’operazione economica. Nell’esempio, un debitore che paga un tasso variabile può passare al tasso fisso per congelare la spesa futura. Sul mercato troverà chi è nella condizione contraria, cioè un debitore che paga un tasso fisso ma ritiene che in futuro per lui sia più conveniente il tasso variabile. Tramite operatori specializzati (banche o finanziarie) i due signori si scambiano un contratto (swap) col quale il primo pagherà il tasso fisso del secondo e viceversa. Di regola il peso delle due operazioni è diverso e alla stipula del contratto esse vengono rese equivalenti con una commissione che pareggia l’onere.

Una cliente in un istituto bancario europeo e, in alto, la Borsa americana.
Una cliente in un istituto bancario europeo e, in alto, la Borsa americana (foto Tosatto/Psp).

Swap e finanza creativa. Con un’operazione di swap si può cambiare anche la durata di un debito. Chi ha stipulato un mutuo, poniamo, a cinque anni può allungarne la scadenza fino a 10 anni e trova un operatore specializzato (banca o finanziaria) che, dietro compenso, si carica la maggior durata del debito. La quota da rimborsare ogni anno è minore se la durata del debito è più lunga, quindi il debitore può incassare la differenza di capitale generata dalla proroga del mutuo.

Enti locali. Questa, pare, è l’operazione alla quale molti enti locali italiani – tra cui la Regione Piemonte e il Comune di Torino – sono ricorsi per ottenere soldi da investire, altrimenti indisponibili. Se così è, va sottolineato che l’impegno finanziario che si alleggerisce per l’attuale Amministrazione risulterà più pesante per quelle future.

Bilanci opachi. E sta qui – oltre all’aspetto, da verificare, dei costi e degli ulteriori rischi dell’operazione – la riserva morale e politica verso la finanza creativa. Questa pratica ambigua ha reso opachi i bilanci pubblici, gli amministratori locali e i governi centrali, che hanno l’alibi per scaricare la propria (ir)responsabilità su «chi c’era prima». Fu la legge finanziaria 2002 (secondo governo Berlusconi, Giulio Tremonti ministro dell’economia), a permettere agli enti locali il ricorso ai derivati. Sulla natura di queste operazioni riporto un paragrafo del Sole 24 ore del 27 ottobre: un "guru" del mercato il 4 marzo 2003, li definì «armi di distruzione di massa». L’ex ministro dell’economia Domenico Siniscalco, parlandone il 24 marzo 2004 in Parlamento a proposito degli enti locali, disse che «a volte assomigliano a droghe pesanti». Alessandro Profumo, amministratore delegato di UniCredit group, il 17 ottobre ha detto invece che sono «strumenti che servono per chiudere i rischi finanziari, utili e usati da tutti». Il ministro Tommaso Padoa-Schioppa il 24 ottobre ha affermato che i derivati non destano preoccupazioni per Comuni, Province e Regioni. Ma quantificare i contratti venduti dalle banche per la copertura dei rischi finanziari degli enti locali – copertura reale solo se le controparti sono capaci di comprendere strutture e costi dei contratti – è difficile. Certamente il problema esiste ed è grave, infatti è all’esame del Parlamento una stretta per gli enti pubblici ai "derivati". E anche la Banca d’Italia, che non ha competenza sugli enti locali, di recente ha svolto un censimento nel sistema bancario per capire l’entità del fenomeno.

Giacomo Battaglino
   

Swap? Niente rischi, siamo albesi

«Droghe pesanti» per l’ex ministro – torinese – Domenico Siniscalco, i "contratti derivati" hanno fatto breccia alla grande nei bilanci pubblici. Lo ha sottolineato, tra gli altri, Angelo Burzi, capogruppo forzista in Regione, puntando il dito sulle scelte di Mercedes Bresso e lanciando l’allarme anche per le imprese sabaude. Il debito degli enti locali è apparso agli inizi del nuovo millennio un’insperata opportunità per i grandi gruppi bancari e la caccia si è aperta nel pubblico, alimentata dalla contingenza: tassi calanti, la scure sui trasferimenti dallo Stato, il debito come un macigno e i maggiori vincoli ai bilanci. Per sindaci e amministratori il gioco è apparso un comodo escamotage per risolvere i problemi: sottoscrivendo i "contratti derivati" si allunga la scadenza del debito, si abbassano i tassi e si può pure ottenere un’entrata immediata.

Quale chimera migliore per le asfittiche casse di Comuni, Regioni, Province e Comunità montane? Se – per restare in zona – la Regione Piemonte, Torino, Asti, Cuneo e Carmagnola ci hanno creduto e oggi difendono la scelta, così non si è comportata Alba. Qui si sono scontrate – spiegano in piazza Duomo – due correnti di pensiero, ma alla fine ha vinto la concretezza dei tecnici, supportata dal pensiero dell’assessore alle finanze Carlo Castellengo. Alle banche che facevano la fila, swap in mano, i langhetti hanno opposto la politica dell’estinzione del mutuo non appena la cassa lo permetteva. In periodi di tassi calanti e conformismo finanziario imperante gli albesi hanno calcolato il rischio e deciso di continuare a infilare mattone su mattone, euro su euro, azzerando milioni di debiti a tasso elevato. E oggi? Alba conferma l’indirizzo, attendendo un decreto per l’utilizzo in tal senso dell’avanzo di amministrazione.

m.g.o.