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Gazzetta d'Alba, n. 16 del 18 aprile 2006

n. 16 del 18-4-2006
Questa settimana
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di ROBERTO BUFFA

Domenica tutti alla "Doi pass"!
di SEVERINO MARCATO

Auguri

Alba: 73 modi di fare sport 
Calcio e ciclismo i più diffusi

di CORRADO OLOCCO

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solo 20 sodalizi iscritti nelle due città

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Da 152 nazioni a Terra Madre
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 Il Comune abbassa il volume in paese
di GIORGIO BABBIOTTI

 Enoteca Piemonte, ultimo atto
di ROBERTO BUFFA

 Profondamente innamorato di Bra
e del Roero

di RAOUL MOLINARI

 Nei mitici anni Settanta il teatro albese
era Lut

di EDOARDO BORRA

 Al centro dell’enoturismo
di V.P.

 Tutti gli eventi giorno per giorno

 Alla ricerca di piazza...
di V.P.

 Luci puntate sull’Enologica
di ALESSIA BARILE

 Quando noi si comprava a...
di DIEGO LANZARDO

 Bottiglie e vignaioli più sicuri

 

 

 

GENTE DI CASA NOSTRA

Profondamente innamorato di Bra e del Roero

di RAOUL MOLINARI
 

 

Ho avuto notizie che, in occasione del 25 aprile, a Monteu Roero, sua patria di adozione, verrà ricordata la figura del generale Icilio Ronchi Della Rocca.

Nato a San Miniato di Pisa nel 1910, dopo un’educazione ispirata ai valori di patria e di fede, il giovane Icilio scelse la carriera militare. Capitano presso il diciassettesimo Reggimento artiglieria sul fronte iugoslavo, sorpreso dall’armistizio dell’8 settembre, non esitò ad accorrere nelle file della Resistenza, tenendo alto nella sopraggiunta drammaticità della situazione il buon nome dell’Italia e dei suoi soldati. Rientrato in patria, nell’ottobre 1943 scelse le montagne di Cuneo per affiancarsi alla Resistenza partigiana. Giunto nel nostro territorio, vi fondò l’attivissima divisione "Bra". Lunghissimo sarebbe l’elenco delle azioni compiute dai suoi quasi mille uomini in Bra, Sommariva, Monticello, San Bartolomeo e Cherasco fino allo storico vittorioso scontro con i nazifascisti nell’aprile 1945 a Sommariva Perno sul ponte del Galante. Con decreto presidenziale del 5 giugno 1951 al valoroso comandante, per merito di guerra in seguito all’attività partigiana, venne concesso l’avanzamento da maggiore a generale. Nel suo libro Ricordi di un partigiano-La Resistenza nel braidese traspare il suo affettuoso riconoscimento per i 675 partigiani, che con lui combatterono fianco a fianco, il dolore per i caduti e la solidarietà per i mutilati e gli invalidi. Profondamente "innamorato" di Bra, Icilio Ronchi volle aggiungere al proprio cognome quello di "Della Rocca" , appellativo che lo aveva contraddistinto durante la lotta partigiana per il suo legame alla città della Zizzola.Icilio Ronchi Della Rocca.

Il generale Della Rocca non era soltanto guida e comandante, ma uomo rispettoso della persona, delle idee e delle opinioni altrui.

Per la prima volta sentii parlare di lui sui banchi del liceo "Govone" di Alba dal professor Pietro Chiodi, anch’egli partigiano e combattente. L’illustre docente di storia e filosofia dedicava alcuni minuti di ogni lezione alla storia recente.

Tra le azioni più significative intraprese dai partigiani sul nostro territorio egli citava in particolare quelle condotte dal generale Della Rocca, perché volute e studiate, mai improvvisate né temerarie, sempre portate al successo con abile strategia militare. Ospite del professor Enrico Packner, ebbi poi la fortuna di conoscerlo personalmente al castello di Monteu Roero.

Conquistato dalla sua piacevole verve di buon toscano e scoprendo di condividere le stesse idee sulla salvaguardia del territorio, del suo ambiente, della sua identità, della sua cultura e delle sue tradizioni, fui onorato della sua amicizia. Fin dalle prime riunioni, indette dal geometra Baggini, per la costituzione della Libera Associazione del Roero, ci trovammo fianco a fianco per portare avanti le idee in cui credevamo fermamente. Eravamo fortemente convinti e avevano come obiettivo l’unione dei Comuni della sinistra Tanaro che, anticamente, costituivano le terre denominate Astisio e che, però, senza falsi storici, avrebbero potuto essere identificate come Terra rotaria per la loro comune appartenenza ai conti Roero.

Il Roero, oggi, da idea è diventato realtà concreta, di partecipata coesione culturale ed economica: le idee di Della Rocca ispirate dal profondo amore per una terra in cui non era nato, ma che lo aveva affascinato al punto da venirci a vivere e morire, non solo sono attuali, ma suscettibili di una migliore attenzione per il futuro di questa terra. Lo incontrai per l’ultima volta a Cinzano , già molto sofferente, ma, nonostante la malattia, sempre vivace e determinato a fare.

Improvvisamente, mi disse: «È tanto che siamo amici, diamoci del tu; io sono Icilio».

Colpito nel profondo, quasi balbettai: «No, per me lei è sempre il caro valoroso generale Della Rocca, eroe partigiano e uomo di grandi valori».

Raoul Molinari


      

 
Nei mitici anni Settanta il teatro albese era Lut

di EDOARDO BORRA
  

"Il Laboratorio universitario teatrale nacque nel 1972 dalla filodrammatica di Controluce e per una decina d’anni fu una parte importante della vita culturale cittadina. «Cercavamo idee che fossero legate alla vita reale e ai problemi delle nostre zone e ne discutevamo; cercavamo storie e persone», racconta Valerio Elampe, uno dei fondatori".
   

Gli anni Settanta sono un decennio su cui forse si è ancora poco riflettuto, a livello di microstoria albese: troppo vicino per consentire la famosa "distanza storica". Dal punto di vista della cultura, inoltre, appare in ombra, oscurato dalla casuale eccezionalità del periodo del dopoguerra, ormai ampiamente divulgato e mitologizzato. Eppure, a chi se ne voglia occupare seriamente e serenamente, i Settanta si rivelano come un momento di molto interesse, animato da molteplici realtà associazionistiche – circoli politici, culturali, cooperative sociali e altro ancora – che hanno intercettato bisogni, talenti e idealità specie in ambito giovanile. Mentre alcune di queste esperienze proseguono tuttora (e si apprestano a festeggiare trentennali e venticinquennali), altre si sono esaurite da tempo, pur avendo segnato vivacemente non solo la vita privata dei loro aderenti, ma anche quella pubblica della città. È il caso del Lut, il Laboratorio universitario teatrale, fondato nel 1972 da un gruppo di studenti universitari formatisi in larga parte in ambiente cattolico, impegnati a sinistra e sicuri dell’identità di comunismo e cristianesimo. Attenti alla questione operaia (del contadino-operaio stagionale dell’albese), erano dunque consapevolmente politicizzati e – per la parte più clericale e perbenista di allora – senz’altro politicamente scorretti. Per ricostruire la parabola del Lut, siamo andati a chiacchierare con Valerio Elampe, fondatore del Laboratorio e autore dei testi, da solo o a quattro mani con Alberto Canottiere, uomo di cultura prematuramente scomparso già più di vent’anni fa. Elampe ha conservato locandine, articoli di giornale, fotografie; dei cinque copioni originali del Lut, ha la versione dell’epoca, rigorosamente ciclostilata e pinzata, e una trascrizione più attuale, ribattuta al computer. «E in alcuni passaggi "edulcorata"», dice, «delle "ingenuità" di quei tempi». Elampe tiene a premettere alla lettura una precisa contestualizzazione; e sa come riparlare oggi di una "utopia politica" possa apparire desueto e ingenuo, se non si ricostruisce il clima diffuso di quegli anni e la sincerità e l’entusiasmo delle persone.

Beppe Cencio e Valerio Elampe in Vanni fotografati da Bruno Murialdo.
Beppe Cencio e Valerio Elampe in Vanni fotografati da Bruno Murialdo.

«Tutto è iniziato intorno alla redazione del mensile Controluce, nato intorno al ’68 e fatto da un gruppo di noi, insegnanti dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici). Ci venne in mente di fondare una filodrammatica, e cercammo la collaborazione di Roberto Alonge, mio docente di Storia del teatro all’Università di Torino. Esiteva, presso l’Università di Torino, un sodalizio che si occupava di teatro: il Cut (Centro universitario teatrale); sulla falsariga di quello, nacque alla fine il Lut, anche se le prime uscite, i primi spettacoli negli anni tra il ’69 e il ’71, erano sotto l’insegna della filodrammatica di Controluce».

Il primo spettacolo originale in assoluto fu Il buon samaritano, che aveva per sottotitolo Parabola moderna in due tempi, e fu fin da subito un teatro che «rompeva la quarta parete, coinvolgendo lo spettatore nella rappresentazione, con attori seduti in platea e il pubblico chiamato ogni sera a partecipare, a esprimersi, a prendere posizione su quanto veniva messo in scena».

Valerio Elampe.
Valerio Elampe.

Il debutto si tiene nella casa diocesana di Altavilla, durante la "tre giorni" di settembre 1969 dell’Aimc. A dicembre lo spettacolo si ripete nella sala di via Mandelli (più o meno l’attuale sala della cooperativa l’Incontro). Lo spettacolo di Natale diventa un appuntamento fisso: l’anno seguente va in scena la seconda produzione della filodrammatica dell’Aimc, intitolata Ora avvenne che-Sacra rappresentazione in cinque quadri e quattro intermezzi. La messa in scena della nascita di Cristo viene interrotta da uno speaker radiofonico che parla da una stazione sciistica; la piéce si conclude con l’episodio di un barbone che viene ipocritamente invitato alla cena di Natale da una signora della buona borghesia, ma rifiuta seccamente di sedersi al suo tavolo. La chiusura è forte, volutamente provocatoria: questa asprezza di temi e toni diventerà il marchio di fabbrica del Lut, e dividerà il pubblico tra calorosi sostenitori, in Alba e nei paesi delle Langhe, e detrattori anche pesantemente trancianti.

A Pasqua del 1971 è la volta di La passione secondo il Commendatore-Rappresentazione semi-sacra in tre quadri e un ragioniere: la filodrammatica di Controluce sta per diventare (dopo la visita tutto sommato non molto influente presso Roberto Alonge) il Lut. «L’idea del Laboratorio rifletteva la pratica del nostro fare teatro: i testi erano aperti, cercavamo idee che fossero legate alla vita reale e alle problematiche delle nostre zone e le discutevamo insieme», spiega Elampe. «Cercavamo storie e persone, anche con lo spirito dell’etnografo. L’influenza della politica era notevole, ma io ero stato molto colpito anche da quanti in quegli anni si occupavano di recuperare il patrimonio dei canti popolari, per documentare realtà umane e lavorative di povertà e fatica. L’ascolto del Cantacronache, dei Dischi del sole per me è stato determinante. Il nostro voleva essere un tentativo di teatro popolare in quel senso: entrare in rapporto con il popolo, parlare della gente vera».

Claudio D'Amelio (a sinistra) e Corrado Marengo durante la rappresentazione della Càsina di Plauto.
Claudio D’Amelio (a sinistra) e Corrado Marengo
durante la rappresentazione della Càsina di Plauto.

Tra Pirandello e Dischi del sole, spuntano le produzioni più memorabili del Lut, che fanno parlare sui giornali locali di teatro «contro il potere»: Cordero Pasquale detto Paco, operaio per una stagione (1972); Quando Vanni lo chiamavano Bill (1974), Corino Giovanni, casualmente morto per davvero (1975). I temi sono la condizione operaia, la Resistenza come punto di riferimento, la presa di coscienza politica della realtà, lo sfruttamento dell’uomo, l’ipocrisia del perbenismo. Nel Lut le persone entrano ed escono: «Saranno passate una settantina di persone, negli anni», e c’è anche chi è costretto, a malincuore, a lasciare la scena, per via di copioni davvero troppo "scomodi", con riferimenti eccessivamente puntuali alla realtà locale. Lo spettacolo successivo, per attenuare il clima, viene ambientato all’epoca della prima guerra mondiale: sono i due atti di Casagrande Vincenzo, servitore per nascita (1976), seguiti da Cantamessa Secondo operaio per amore. Intanto, circa alla metà degli anni Settanta, il Lut era entrato in contatto con la Compagnia teatro classico di Genova, diretta dal regista Sandro Bobbio. L’incontro è propiziato dalla rinnovata direzione dell’Ente fiera del Tartufo, che con Bobbio aveva cominciato da un paio di stagioni l’esperimento del Teatro della Fiera: si rappresentano adattamenti da Pavese, Fenoglio, Oreste Gallina e altri, in giro in estate per le aie e le piazze di Langa, in ottobre ad Alba.

Dall’unione delle due entità nasce la Cooperativa teatro Langa: vengono ripresi spettacoli originali del Lut e messi in scena adattamenti nuovi (Vecchio Blister, La licenza da Fenoglio; si fa Plauto e si cerca, senza riuscire, di fare Re cervo da Gozzi). Alle rappresentazioni si affiancano letture pubbliche, corsi di storia del teatro organizzati con il Teatro stabile di Torino; all’inizio degli anni Ottanta – quando il sodalizio con Bobbio si allenta, e il Lut comunque va avanti – si produce una recita antologica, C’era una volta il Lut, con momenti salienti dei cinque spettacoli del primo periodo, «il periodo feroce», come lo chiama oggi Elampe. «L’ultimo spettacolo del primo Lut, Cantamessa Secondo operaio per amore, vedeva già l’ingresso di elementi della compagnia di Bobbio, come Claudio D’Amelio, molto bravo, che aveva fatto l’attor giovane con Gilberto Govi». Nel periodo feroce «non era infrequente che alla fine delle recite, qualcuno della compagnia salutasse il pubblico, tra gli applausi, con il pugno chiuso. Oggi una cosa del genere forse non si riesce a capire; allora era abbastanza normale. Diventava meno normale, forse, in giro nei paesi della Langa; era sufficiente quello per venire etichettati come provocatori».

La locandina di Quando Vanni lo chiamavano Bill, spettacolo del Lut messo in scena nel 1974 per la rassegna teatrale organizzata in occasione della Fiera del tartufo.
La locandina di Quando Vanni lo chiamavano Bill, spettacolo del Lut messo in scena
nel 1974 per la rassegna teatrale organizzata in occasione della Fiera del tartufo.

L’esperienza del Lut, feroce e meno feroce, autofinanziata e avventurosa, si consuma tra il 1972 e il 1985. Si smette per la difficoltà crescente a sostenere gli spettacoli: i pochi mezzi, oltre che creare disagio, destano preoccupazione anche per la sicurezza. Qualcosa e qualcuno del Lut si trasmette alla più giovane compagnia dei Magog.

Impossibile in questa sede elencare i nomi di tutti i membri del Lut; si citano i più assidui, che ricaviamo dalle locandine: oltre a Elampe e Canottiere, Beppe Cencio, Corrado Marengo, Silvana Volpe, Carla Passalacqua, Costanzo Brovida, Gianni Boglietti, Dino Lavagna, Bruno Murialdo (per anni ribattezzato Mirko, come un personaggio da lui recitato), Giovanna Delprato, Franca Bosio, Carla Didier, Valentina Cucchietti, Augusto Dalmasso, Elena Ruella, Claudio Canale, i cugini Audasso eccetera.

Una intera generazione.

Edoardo Borra