Gazzetta d'Alba n. 16 del 22-4-2003 - Ten. Guidi: «Non sono un mostro»
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Per 60 anni all’oscuro di essere ritenuto responsabile dei 26 morti di Dogliani o un vile ricattatore

Ten. Guidi: «Non sono un mostro»

di CLAUDIO PUPPIONE
   

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«Si mettessero d’accordo. Nel 1975 sono stato nominato cavaliere al merito della Repubblica. Ora vengo a sapere che da dodici lustri a Dogliani e nell’albese mi descrivono come un ributtante farabutto, se non come un criminale di guerra». Malgrado la rabbia in corpo per la scoperta delle accuse che gli vengono appioppate con assoluta certezza da alcuni "storici" nostrani, il colonnello dell’aeronautica in pensione Danilo Guidi reagisce con ironia a chi gli chiede come si senta nei panni di colui il quale, per decenni, è stato dipinto come la quintessenza del male, almeno per quanto riguarda il periodo della guerra civile.

Toscano d’origine, veleggia in ottima salute verso gli 86 anni, pratica tuttora la pesca subacquea e risiede a Lecce. Adesso è intenzionato a venire in Piemonte («A piedi, se necessario»), per chiarire la questione e, forse, chiedere ragione degli infamanti sospetti (anzi, delle vere e proprie sentenze definitive, emesse via scritti e tradizione orale partigiana) che ha scoperto essergli stati appiccicati addosso. A dirglielo, pochi giorni fa, è stata Liliana Peirano di Mondovì, appassionata indagatrice dei fatti "oscuri" (e non solo) della Resistenza che, con testardaggine, pur non avendo elementi utili per rintracciarlo, alla fine l’ha scovato.

Danilo Guidi quando era di stanza a Rodi.
NEL LONTANO 1942. Danilo Guidi quando era di stanza a Rodi.

La storia ha davvero dell’incredibile, soprattutto perché il "colpevole" sostiene, anzi giura non solo di non esserlo, ma pure di non aver mai saputo di esser considerato tale.

Ricapitoliamo. Il 31 luglio 1944 un bombardamento in pieno giorno fece strage a Dogliani. Subito, anche attraverso testimonianze oculari, la colpa fu attribuita a un pilota o fascista o tedesco. Nel suo diario, il parroco don Pietro Delpodio scrisse che «anima» del misfatto era ritenuto il tenente Guidi.

Ricerche più recenti, assolvono il militare da questa atroce responsabilità, ma lo bollano come ignobile ricattatore che tenne nel terrore i doglianesi per tutto il mese di agosto del ’44, minacciando di ripetere il bombardamento, se non gli fosse stata consegnata un’ingente cifra. Sarebbe stato, questo, il "risarcimento" preteso da Danilo Guidi per il rapimento da parte dei partigiani e la sparizione nel nulla della suocera quarantaduenne, Carolina Quartara vedova De Nicolò.

Don Pietro Delpodio. Il generale Filippo Martinengo.

IL PARROCO E IL COMMISSARIO PREFETTIZIO. 
A sinistra: don Pietro Delpodio, che curò le anime a Dogliani dal 1930 al 1956.
 A destra: il generale Filippo Martinengo.

Di vero, racconta l’arzillo pensionato, c’è che, dopo lo sbandamento, lui e i familiari erano sfollati a Dogliani, prendendo in affitto un appartamento. La suocera aveva un negozio di confezioni a Torino e vi si recava una volta alla settimana per aprirlo (per l’Annona) e per rifornirsi di merce, che poi vendeva al mercato di Dogliani. Ciò bastò ai partigiani garibaldini per ritenerla una spia e per eliminarla. Guidi, peraltro, fa presente che, la sera in cui la donna venne "prelevata", con i mobili e la merce fu rubata una scatola della madre della donna, contenente i gioielli di famiglia. Quando avvenne il rapimento, l’allora tenente era a Nova Milanese, avendo aderito agli appelli radio della Repubblica sociale che invitavano i militari a entrare nei ranghi della nuova entità statuale.

Saputo dell’accaduto, venne nel doglianese e fece di tutto per ottenere la liberazione della suocera, incontrando gli esponenti della Resistenza. «In quei frangenti conobbi, tra gli altri, Piero Chiodi, che su di me scrisse un giudizio ben diverso da quello poi attribuitomi», testimonia oggi. «Non tentai alcun ricatto e, quando mi resi conto che non c’era più nulla da fare, rientrai alla base».

Claudio Puppione
   

L’aereo tedesco "colpevole" della strage 
non era neppure un bombardiere...

Gli ordigni, invece, potrebbero essere stati sganciati da un Republic P47 Thunderbolt alleato.
Le squadriglie erano basate in Corsica: quel 31 luglio 1944, vi partì Saint-Éxupery e scomparve nel nulla.

Guai a insinuare che il tragico bombardamento del 31 luglio 1944 su Dogliani, che provocò ventisei morti (cui si aggiunsero quelli uccisi il giorno dopo, durante un rastrellamento nazista) sia stato opera di un aereo anglo-americano, anziché di un pilota tedesco come la "storia ufficiale", ormai cristallizzata, impone.

Chi ci prova, come minimo raccoglie una messe di improperi e minacce di ritorsioni varie, anche da parte di pubbliche autorità. È un fatto strano a prescindere: come se i cadaveri fossero più o meno importanti, a seconda della mano che origina l’innaturale dipartita.

Volendo essere cattivi, si potrebbe agitare il sospetto che sia "necessaria" una colpa tedesca, perché altrimenti sfumerebbero le residue speranze di ottenere qualche riconoscimento dallo Stato per ciò che la cittadina e la sua popolazione hanno subìto nel periodo della lotta per la liberazione. Eppure è proprio questo argomento ad alimentare il dubbio che, invece, quelle bombe siano state di matrice anglo-americana: come mai Dogliani non ha mai ricevuto la medaglia più volte sollecitata, neppure quando, in tempi ancora vicini alla tragedia, presidente della Repubblica era il suo più illustre figlio, Luigi Einaudi?

Ma vediamo di offrire qualche altro spunto di riflessione, più concreto, con la ferma intenzione di riaprire un dibattito che si vuole resti chiuso per sempre, pur senza atteggiarsi a possessori della verità rivelata, come altri fanno.

Fra questi "altri", vi è chi ha appurato, non si sa in base a quale accurata ricerca, che a colpire Dogliani fu un Focke-Wulf Fw 190-D-9, ovviamente della Luftwaffe. Però ci sono alcune cosucce che non quadrano. La prima: quel modello fu assegnato all’aviazione tedesca solo nelle settimane successive alla strage. La seconda: la versione precedente, in Italia, fu utilizzata solo sul Nord-Est. La terza, abbastanza decisiva: era un intercettore e non un bombardiere e, quindi, non poteva trasportare le tre (o quattro) bombe che massacrarono i doglianesi.

Assume invece rilevanza l’ipotesi che, se il bombardamento fu eseguito dagli alleati, a sorvolare Dogliani quel giorno maledetto sia stato un Republic P47 Thunderbolt, affidato a un anglo-americano o a un francese, le cui squadriglie erano attestate in Corsica. Esistono fior di documentazioni sul fatto che, per tutta l’estate del 1944, dagli hangar corsi si siano levati in volo i bombardieri per attaccare la Provenza (per preparare lo sbarco alleato) e il Nord-Ovest italiano.

C’è una strana curiosità, che merita di essere segnalata: proprio il 31 luglio ’44 è il giorno nel quale partì, da quegli aeroporti militari, Antoine de Saint-Éxupery, l’autore del celeberrimo Il piccolo principe, per la missione dalla quale non fece ritorno e che alimenta tuttora la sua leggenda con un alone di mistero.

Per tornare a Dogliani, appare curioso che i fautori della colpevolezza tedesca trascurino la circostanza che, in quello stesso periodo, da maggio a settembre, sul centro abitato o negli immediati dintorni, si siano verificati almeno cinque bombardamenti sicuramente da parte degli alleati, alcuni dei quali provocarono anche dei morti.

Se servisse, siamo pronti a riportarne l’elenco, con la data precisa delle incursioni. Sembrerebbe ce ne sia abbastanza per rimettere in discussione alcune certezze indistruttibili.

c.p.

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