Gazzetta d'Alba n. 15 del 15-4-2003 - Paolo Farinetti: «Sì. Noi abbiamo fatto la guerra. Per fare la pace»
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Paolo Farinetti: «Sì. Noi abbiamo
fatto la guerra. Per fare la pace»

di MARIA GRAZIA OLIVERO
   

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«Gli alleati volevano vedere se eravamo davvero in grado di farcela. Così, il 15 aprile, settanta paracadutisti lanciati pochi giorni prima su Vesime arrivarono ad Alba per liberare, insieme ai partigiani, la città». Gli occhi sono lontani e la voce si fa lieve. Prende il sopravvento l’emozione.

Paolo Farinetti racconta la Liberazione. Ne fu protagonista, da comandante partigiano. La giornata decisiva, dice, fu quella domenica di metà aprile. «La mia brigata, la Matteotti, entrò nella notte in città. Eravamo davanti al Calissano, in via Coppa. Attaccammo all’alba. Staccata la luce alla città, anche i posti di blocco rimasero isolati. L’Enel fermò la corrente, mentre la Stipel si rifiutò di interrompere il servizio. Due bombe nella sede di via Maestra, davanti al bar Ferrero, ebbero effetto. Saltò tutto. Dalla collina gli alleati sparavano colpi di mortaio. Io e cinquanta dei miei uomini ci apprestavamo a liberare Alba. L’aiuto alleato fu una prova della fiducia che riponevano in noi. Gli altri, i repubblichini, erano nelle caserme, almeno 350. La sera prima tenemmo una riunione con gli anglo-americani per coordinare un piano d’azione. Poi, tra il 15 e la liberazione, mantenemmo le posizioni. La città fu in festa il 26. Ero ferito, ma andai in piazza in barella».

IERI E OGGI. Paolo Farinetti durante la sua esperienza di partigiano (fu comandante della XXI brigata "Matteotti").
IERI E OGGI. Paolo Farinetti durante la sua esperienza
di partigiano (fu comandante della XXI brigata "Matteotti").

Nel corso della battaglia di domenica 15 Farinetti fu colpito da una raffica di mitra. «Eravamo davanti al Calissano. I repubblichini erano al Convitto. Arrivarono con un carro armato. Li attaccammo. Mi si bloccò il mitra. Nascosto dietro una colonna, fui preso da una sventagliata alle gambe».

Come si sceglieva di fare il partigiano? «Avevo meno di vent’anni e uno zio bidello al liceo Govone. Insegnavano Chiodi e Cocito. Io facevo il pastaio, ma andavo spesso, per ascoltare e capire. Erano discussioni interminabili sulla libertà e la democrazia. Nel ’43, grazie a quelle lezioni, invece di presentarmi al Distretto andai in Val Corsaglia, sulle montagne. Ero entrato in contatto con il Comitato di liberazione nazionale. Compresi quanto stava succedendo grazie ai discorsi del Liceo. Certo. Era più facile scegliere il fascismo della resistenza...».

L’imprenditore albese ripreso in una recente immagine.
L’imprenditore albese ripreso in una recente immagine.

Ma combattere vuol dire anche uccidere. «Non è facile spiegare», ammette Farinetti, un’incrinatura nella voce. «Ci siamo sempre posti il problema di salvaguardare la vita dei prigionieri, insieme alla nostra. I morti non sono stati molti, perché abbiamo adoperato il cervello e gli scambi, oltre che le armi. Quello che contava era capovolgere la situazione del Paese. Alla fine sapevamo d’essere quattro gatti, che si muovevano sulle colline, magari utilizzati per tenere bloccati i tedeschi. Nell’inverno tra il ’44 e il ’45 eravamo meno di una decina in Langa. Si sbarcava la giornata andando da un luogo all’altro, braccati. C’era un metro di neve e i rastrellamenti si facevano con la cavalleria. Abbiamo lottato a lungo, con coraggio. Ma abbiamo fatto la guerra per fare la pace. Sì, proprio come dicono oggi gli americani...».

Maria Grazia Olivero

Segue: Renato Valente: «La liberazione di Alba? Fu domenica 15 aprile»

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