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Sono più di cinquecento i brani in repertorio, ascoltati da almeno tre generazioni di "fan"

Bob Dylan: una carriera
fuori dal comune

di E.B.
  

   Gazzetta d'Alba n. 21 del 23-5-2001 - Home Page

Sessanta anni sono quasi tre generazioni, ed è significativo che Dylan sia una delle poche personalità degli anni ’60, trasformate loro malgrado in icone, che siano riuscite a sfuggire alla prigione e ai mercanteggiamenti del "generazionale". È riuscito a far rimanere la sua vita e la sua carriera slegate dalle mode e dagli obblighi dello spettacolo.

Bob Dylan.Verso il suo repertorio (più di cinquecento canzoni) ha un atteggiamento distaccato, ma in realtà protettivo. Quando riprende in concerto i vecchi pezzi che lo hanno associato a proteste epocali, esprimendo disagi, paure, insoddisfazioni, visioni profetiche (ed etiche), li "maltratta", li scombina, li rende quasi irriconoscibili. Le sue "variazioni" sono un invito (nascosto) a non fidarsi delle letture già date, a riservare la giusta attenzione, a conoscere la sua produzione senza intermediari.

Le sue canzoni fanno parte della poesia americana, e non ha senso circoscriverle a stagioni, o promuovere Dylan a "poeta laureato" per ibernarlo. Oggi che Dylan ha 60 anni non ha più senso periodicizzare la sua carriera. Non si può segmentare una poetica, ed è per questo che chi lo scopre oggi non si turba se a metà degli anni Sessanta ha messo la spina alla chitarra, se ha riversato il folk nel rock (o viceversa); se nei Settanta ha sviluppato una vena intimistica e privata, avvertita da alcuni come pericolosa concorrente di quella politica e pubblica; se a cavallo degli Ottanta ha abbracciato, per qualche tempo, il cristianesimo; se i suoi anni Novanta sono stati "poveri" di canzoni originali (ma tutti tesi al recupero amoroso delle radici del blues, con splendidi album antologici); se l’Oscar che non aveva vinto per la colonna sonora di Pat Garrett & Billy the kid gliel’han dato quest’anno per la miglior canzone (in un film poco convincente , e con Michael Douglas!).

Gli anni Novanta sono forse stati il momento più strano per avvicinarsi a Bob Dylan. Pochi i dischi inediti; in più, si avevano notizie di un musicista sulla cinquantina che continuava ad andare in tournée anche in piccole località, con una media di 120 serate all’anno, suonando per il puro piacere di farlo. Aveva cominciato nel 1988, chiamandolo Neverending tour. Vestito con mise da rodeo, con panciotti ai limiti del country-kitsch, trasformando i suoi hit ogni sera in qualcos’altro, Bob Dylan è il primo esecutore di cover di se stesso e, senz’altro, autorizzerebbe il Neverending birthday albese.

Se riuscirà a dedicare attenzione e cura a questo esperimento coraggioso (che sarà anche registrato e filmato), Alba potrebbe diventare la "nostra" Castelporziano.

e.b.

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