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Che cosa si nasconde dietro il recente rialzo del prezzo dell’oro nero

SE IL BARILE VA SU, L’EUROPA VA GIÙ

di GIANCARLO GALLI
    

   Famiglia Cristiana n.36 del 12-9-1999 - Home Page L’improvviso aumento è troppo brusco per non far pensare a una manovra gestita dagli Stati Uniti per indebolire la moneta unica del nostro continente.

Se all’orizzonte non avanzassero, plumbee, le nubi dell’emergenza, potremmo parlare di romanzo del petrolio. In realtà, ci troviamo di fronte al concreto rischio di una crisi generalizzata dell’economia, le cui radici affondano nelle manovre speculative internazionali dei grandi gruppi petroliferi e nell’eccesso di ottimismo di tanti Governi che avevano impostato i loro programmi sull’ipotesi di una disponibilità energetica illimitata ed a buon mercato.

Osserviamo i fatti. All’inizio dell’anno, il prezzo di un barile di petrolio oscillava attorno ai 10 dollari, con tendenza ad ulteriori ribassi. Gli esperti dell’American Petroleum Institute calcolavano che il suo "costo reale" (cioè depurato dall’inflazione e dalle svalutazioni monetarie) fosse addirittura inferiore a quello che precedette la Grande Crisi degli anni Settanta: quando la guerra arabo-israeliana col blocco dei rifornimenti dal Medio Oriente pose fine al boom economico europeo del dopoguerra, obbligandoci anche alle famose domeniche a piedi. Per risparmiare carburante.

All’improvviso, il barile è schizzato alle stelle, superando i 20 dollari. Immediatamente, è scattato il rincaro della benzina, del gasolio, dell’elettricità, dei trasporti. Non solo in Italia, ma un po’ ovunque nell’Occidente. Perché la nostra vita dipende dall’energia; e l’energia viene in larghissima parte dal petrolio. Specie in un momento in cui il nucleare è sul banco degli accusati, col blocco delle costruzioni e il ridimensionamento di parecchi vecchi impianti.

Tabella: Islam e petrolio.

Vi sono poi Paesi, come il nostro, assolutamente dipendenti dall’estero. Nel 1998, ultimo dato disponibile, abbiamo importato petrolio per 24 mila miliardi di lire, ed eravamo soddisfattissimi, avendo potuto decurtare la fattura dell’anno precedente (30.500 miliardi), grazie appunto ai ribassi del prezzo (che tuttavia non si sono mai ripercossi a favore del consumatore finale!). Quel che pagheremo quest’anno, e più ancora nel Duemila, però, non sappiamo. Salato, comunque, visto come stanno andando le cose.

Le importazioni italiane di oro nero provengono principalmente dalla Libia (29 per cento), Iran (16,2), Arabia Saudita (14,5), ex Urss (13,2); il gas dal Nord Africa e dall’Est. Ma saranno davvero questi Paesi i beneficiari? I dubbi non sono pochi, essendo il mercato mondiale del petrolio e derivati dominato da un ristretto numero di multinazionali a forte connotazione anglosassone.

Stando a uno studio della finanziaria americana Warurg Dillon Read, gli utili dei gruppi petroliferi saranno quest’anno di oltre il 30 per cento superiori ai precedenti. E i vari titoli azionari ne hanno immediatamente goduto. In pochi mesi, in Borsa, le Exxon sono cresciute dell’11 per cento, le Chevron del 17, le Texaco del 21, le Bp del 36, le Total-fina del 43, le spagnole Repsol del 31, le Shell del 40. Solo le Eni sono rimaste al palo, ma per motivi legati alla gestione e al suo carattere ancora "pubblico". Tuttavia, afferma Il sole-24 Ore (12 agosto), «per l’Eni a ogni dollaro di aumento del greggio corrisponde un incremento di 400-500 miliardi a livelli di risultato operativo (...). Si aggiungono quelli del dollaro: ogni cento lire in più nel cambio, l’Eni migliora di circa 200 miliardi di lire...».

La pioggia inflazionistica che cade sui consumatori e potrebbe mettere in difficoltà le possibilità di sviluppo è insomma manna per i petrolieri. Bisognerebbe quindi, ben al di là delle polemiche (giuste) sui prezzi finali, sullo stillicidio dei rialzi, sugli eccessi del prelievo fiscale (teniamo presente che lo Stato italiano incassa dalle imposte sui prodotti petroliferi qualcosa come 65 mila miliardi, che i tre quarti del costo di un litro di benzina va in tasse), rispondere alla vera questione: com’è potuto, il barile, raddoppiare in otto mesi.

Mistero fitto, non impenetrabile. Poiché il romanzo del petrolio è una continua altalena di cicli speculativi, cui diede il là, nell’Ottocento, il futuro magnate americano John Davidson Rockefeller. Da allora, la tecnica è sempre la stessa: favorire robusti rialzi grondanti utili che attirino nuovi produttori, per poi stritolarli nel ribasso, impossessandosi dei loro giacimenti. L’ultimo ciclo non ha forse concentrato il business petrolifero in un ancor più ristretto numero di mani? Non s’è forse riusciti, visto che il petrolio è una potente arma egemonizzata dagli Usa, a rimettere in riga la Libia di Gheddafi e l’Iran khomeinista? È casuale che gli integralisti algerini abbiano rispettato gasdotti e pozzi? E i nazionalismi caucasici da chi sono alimentati?

Pertanto, non è fantaeconomico ipotizzare che il rialzo del barile, troppo brusco per non essere sospetto, e sapendo quanto forte sia l’influenza americana sull’Opec, costituisca un segnale d’avvertimento nei confronti dell’Europa dell’Euro. Poiché petrolio alto significa Europa debole, con lo sviluppo condizionato dalla dipendenza energetica. Comunque, a fine settembre, a Vienna, vi sarà un summit: storica occasione per verificare se esista o meno la possibilità di trovare per l’oro nero un punto di equilibrio che garantisca sia i produttori che, finalmente, i consumatori. Mettendo al guinzaglio quelle voracissime "Magnifiche Sette" che, in regime di oligarchia, detengono il 90 per cento di un mercato mondiale ridotto a feudo.

Giancarlo Galli

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