Periodici San Paolo - Home Page

ECONOMIA – Caccia all’oro nero

DOVE C’E GUERRA C’E PETROLIO

di FULVIO SCAGLIONE
    

   Famiglia Cristiana n.36 del 12-9-1999 - Home Page Da quasi un quarto di secolo dietro ogni guerra o guerriglia, dal Medio Oriente alla Russia, spunta sempre la corsa al controllo delle fonti energetiche. L’ultimo obiettivo: le risorse dell’Asia centrale e del Mar Caspio.

Basta dare un’occhiata al mappamondo (ma anche solo alla cartina che appare in queste pagine) per capire che da venticinque anni dietro ogni guerra e guerriglia, scontro di fazioni o confronto di nazioni, c’è il denso fluire del petrolio o il volatile trasferirsi del gas naturale. Da un quarto di secolo, insomma, e come nella migliore fantascienza, siamo in piena guerra dell’energia. Dal Medio Oriente al Caucaso, passando per l’Irak (con l’invasione del Kuwait e la vendetta Usa) e l’Iran (quarto al mondo per scorte di petrolio), toccando l’Angola e il Sudan (che ha riserve già censite pari a 750 milioni di barili), scartando verso la Russia (primo produttore di gas naturale, davanti all’Iran) e rituffandosi poi su Algeria e Libia, la questione è sempre quella: controllare le fonti dell’energia che nei Paesi sviluppati (compratori) fa marciare le fabbriche e in quelli da sviluppare (produttori) tiene in piedi i regimi.

Nell’ottobre del 1973, quando esplose la prima crisi petrolifera, l’Occidente reagì con un misto di collera e stupore. Nel 1979, quando esplose la seconda, con rabbia e paura. Da Washington, il presidente democratico Jimmy Carter fece sapere che l’aumento dei prezzi doveva essere considerato «come l’equivalente morale di una guerra». Il segretario di Stato Henry Kissinger arrivò a minacciare il blocco dei rifornimenti alimentari ai produttori di petrolio, allora sostanzialmente identificati come i Paesi del cartello Opec.

Con il passare del tempo molte situazioni sono cambiate. Non c’è più l’Urss, è crollato il Muro di Berlino, alcuni dei Paesi produttori hanno scelto nuove alleanze o si sono fatti travolgere da discordie interne, i Paesi consumatori si sono organizzati per ridurre la loro dipendenza. Nel cuore del problema, però, resiste un dato di fatto: la sete di petrolio cresce (nell’ultimo decennio di un 2 per cento l’anno, che diventerà almeno il 3 dopo il Duemila), ad abbeverarsi sono arrivate altre economie (per esempio, la Cina) e i Paesi dell’Opec, cui pure oggi appartiene "solo" il 40 per cento del petrolio comprato e venduto sul mercato, continueranno a controllare le massime riserve della risorsa che, anche da qui a vent’anni, dovrà soddisfare il 50 per cento dei bisogni energetici dell’Occidente.

Tabella: Prezzi del petrolio - la corsa al rialzo.

Così per tutti gli anni Novanta, nel periodo che avrebbe dovuto culminare in un nuovo ordine mondiale fondato sull’universale desiderio di pace e prosperità, si sono dispiegate le solite vecchie logiche, la solita corsa ai pozzi, le solite guerre e guerriglie. L’eldorado petrolifero è ora l’Asia centrale ex sovietica, espressione che porta l’accento sull’ex: cinque Paesi (Kazakistan, Turkmenistan, Kirgizistan, Uzbekistan e Tagikistan) che la fine dell’Urss ha reso indipendenti e consegnato al governo di clan locali che già si annidavano nel Partito comunista sovietico. Cinque Paesi poveri (il più ricco, il Kazakistan, vanta un Prodotto interno lordo pro capite pari a circa 5 milioni di lire l’anno) e poco popolati (il Kazakistan è vasto sei volte la Francia e ha 17 milioni di abitanti), bisognosi di molto e desiderosi di tutto. Cinque Paesi seduti su giacimenti pari al 2 per cento delle riserve mondiali di petrolio e al 5 per cento di quelle di gas naturale.

Su questa regione Mosca, che godeva di un’antica e ovvia prelazione, ha perso via via influenza a favore degli Usa, che furono prontissimi a lanciare le loro offerte subito dopo quel "liberi tutti" che fu il crollo del Muro di Berlino. La Russia, scattata in ritardo, ha poi cercato di far pesare un vantaggio strutturale, l’unico ineliminabile. Per far viaggiare il petrolio e il gas dai produttori dell’Asia centrale ai consumatori europei e americani servono gli oleodotti: quelli che ci sono (e quelli progettati) devono passare sul territorio della Federazione russa.

Così la mappa degli ultimi conflitti, quelli che hanno insanguinato il Caucaso, segue pari pari il tracciato degli oleodotti, le piste del petrolio. Andando a ritroso: in Daghestan, recentemente invaso dai guerriglieri ceceni guidati da Shamil Basaev, corre la prima tratta dell’oleodotto che da Baku (capitale dell’Azerbaigian) e dal Mar Caspio arriva fino a Novorossijsk (Russia) sul Mar Nero. In Cecenia, dove nel 1994-1996 si è combattuta una guerra con 80.000 morti e decine di migliaia di profughi, passa la seconda tratta dello stesso oleodotto; e a Grozny, che della Cecenia è capitale, era attiva prima della guerra una raffineria di primaria importanza.

E ancora: la Georgia (dove passa un’altra autostrada del petrolio verso il Mar Nero) è stata spaccata in due dalla guerriglia indipendentista degli abkhazi; l’Azerbaigian (Paese produttore) è stato privato di un quarto del territorio dalla secessione degli armeni del Nagorno-Karabach.

Vi sono ovviamente, in tutte queste guerre, risvolti etnici e odi atavici che non possono essere dimenticati. Ma dietro gli abkhazi e gli armeni, un po’ troppo inclini a mettersi in affari con gli americani, si è vista la mano della Russia, che parrebbe non essersi lesinata neppure un paio di attentati a Eduard Shevardnadze, l’ex ministro degli Esteri di Gorbaciov diventato presidente della Georgia; e dietro i ceceni, sia a casa loro sia nella spedizione in Daghestan, molti hanno creduto di notare una certa "spinta" di Paesi tradizionalmente amici degli Usa: Pakistan e Arabia Saudita, tanto per non far nomi.

Una sola cosa, nel groviglio di interessi e istinti, dollari e kalashnikov, pare sicura: la religione non c’entra. Non credete all’espansione islamica, all’offensiva cristiana, allo scontro di due mondi. Hanno tutti una fede sola: quella nel denaro.

Fulvio Scaglione

freccia.gif (431 byte) Segue: Se il barile va su, l'Europa va giù

   Famiglia Cristiana n.36 del 12-9-1999 - Home Page