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IL PERSONAGGIO - TANIA, CARMEN E GIORGIO CAGNOTTO: UN TUFFO DA UNA GENERAZIONE ALL’ALTRA

IL GIOCO DI FAMIGLIA

di PAOLO PERAZZOLO
    

   Famiglia Cristiana n.36 del 12-9-1999 - Home Page

Campioni il padre e la madre, campionessa, a soli 14 anni, la figlia. Una ragazza che ha già vinto decine di medaglie, ma che riesce ancora a vivere le gare come un’occasione per divertirsi.

Ci sono persone che il meglio di sé riescono a darlo quando si trovano sospese nel vuoto, a sette metri da terra, i piedi appoggiati su un trampolino traballante. «Sono una ragazza piena di grinta», dice Tania Cagnotto, «ma solo in gara, non nella vita di tutti i giorni». Una grinta vincente, la sua: medaglia d’oro ai Campionati europei giovanili di tuffi, disputatisi qualche settimana fa in Germania, sia nella gara della "piattaforma ragazze" sia in quella del trampolino da tre metri. E ancora, solo qualche giorno dopo, ai Mondiali di Praga: l’oro nella prova dalla piattaforma e l’argento nel trampolino da tre metri. Senza contare una sfilza di altri successi che, a elencarli, occuperebbero tutta la pagina («Tra quelli che ricordo con più gioia, Mondiali ed Europei a parte», dice, «ci sono gli Assoluti invernali di Belluno»).

E pensare che tutto era cominciato per gioco. «I miei genitori mi portavano in piscina», racconta Tania, «e così, per puro divertimento, ho provato a fare qualche tuffo. Poi ci ho preso gusto». I genitori, per la verità, non erano due persone qualsiasi. Il papà (Franco all’anagrafe, ma per tutti, da sempre, Giorgio) è stato protagonista di una delle stagioni più importanti della storia italiana dei tuffi. Dieci medaglie tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, venti titoli nazionali, una carriera vissuta all’insegna della rivalità (e dell’amicizia) con un altro "mostro sacro" della categoria, Klaus Dibiasi. Negli anni Settanta i due "gemelli" diedero vita a un’appassionante sfida a colpi di tuffo, erano un po’ il Bartali e il Coppi delle piscine. La mamma, Carmen Casteiner, ha un palmarès "degno" del marito: otto titoli nazionali dalla piattaforma, partecipazione ai Giochi di Montréal.

Tania, però, 14 anni compiuti il 15 maggio, non ci sta a parlare di "destino di un nome" e, tantomeno, di costrizioni. «Di sicuro», dice, «non mi è stato imposto niente. Mi tuffo perché mi piace e perché ho scelto liberamente di farlo». Papà e mamma, istruttori di tuffo per il Bolzano nuoto, preferivano portarla con loro in piscina piuttosto che affidarla a parenti e amici. E così lo scricciolino biondo che li seguiva dovunque a cinque anni aveva imparato a nuotare e, poco dopo, a tuffarsi. Con una tecnica tutta sua. «Osservavo attentamente i movimenti degli atleti», dice la ragazza, «finché a un certo punto mi sono costruita una sorta di schema mentale e mi sono lanciata. Non saprei dire qual è stato il mio primo tuffo, ma ricordo l’emozione che ho provato: è stato molto divertente».

Tania, in altre parole, ha imparato imitando gli altri. In questo senso si può dire che è stata maestra di sé stessa. Oggi che i tuffi sono diventati qualcosa di più del gioco di una bambina, può contare su un istruttore d’eccezione, il padre. Un vantaggio o uno svantaggio? «Un vantaggio, perché un genitore capisce più facilmente quando è il momento di smettere, quando è il caso di non forzare la mano. Ma anche uno svantaggio», ammette candida Tania, «perché quando sei in giro per il mondo per le gare hai con te non un semplice allenatore, ma un genitore». E il papà come vive il suo duplice ruolo di genitore-allenatore? «Alleno da molto tempo», risponde Giorgio, «spesso ho avuto a che fare anche con atleti molto giovani. Quindi sono abituato alle emozioni della gara. E poi un allenatore è obbligato a mantenere un certo contegno: quando il battito cardiaco impazzisce, perché la persona che alleni sta per saltare sul trampolino e lanciarsi, non puoi far trasparire la tensione, altrimenti complichi le cose». Sotto sotto, però, si percepisce che il padre vive con un’intensità straordinaria le prove della figlia. Anche se cerca di essere professionale fino in fondo.

Avere un padre e una madre campioni della disciplina non ha comunque risparmiato a Tania la fatica tipica di questo sport, che impone allenamenti costanti. «D’estate passo in piscina 2 ore e mezza al mattino e altrettante nel pomeriggio», spiega la ragazza. «D’inverno i ritmi diminuiscono, non tanto per le condizioni climatiche, ma perché devo andare a scuola». Allenare atleti dotati come lei, in ogni caso, deve essere un piacere. «Non ho mai avuto paura di tuffarmi», spiega Tania, «anche perché non ho mai preteso di misurarmi con prove al di sopra delle mie forze e conosco i miei limiti. So che, se non dovessi sentirmi preparata ad affrontare una determinata competizione, potrei tirarmi indietro in qualsiasi momento. Comunque il coraggio non mi manca», dice sorridendo, «anzi, a volte mi devono un po’ frenare».

Il papà-allenatore è consapevole che non deve "approfittare" dell’entusiasmo della figlia. «Cerco la strada giusta per arrivare al successo», spiega, «ma faccio sempre grande attenzione a non esagerare con il carico di lavoro. È importante, in primo luogo, che il tuffatore sia in perfette condizioni. Poi bisogna conoscerne le caratteristiche fisiche. Tania, ad esempio, ha un buon tono muscolare. E per fortuna è una ragazza vivace e, nel momento in cui è stanca, non ha timore di dirmelo». Non sempre, nel mondo dello sport, tutti ragionano in questi termini.

«Cina e Russia sono all’avanguardia in questa disciplina», dice Giorgio, «allevano degli atleti giovanissimi che sbaragliano la concorrenza in tutto il mondo. Spesso, però, pagando un prezzo troppo alto: per loro il risultato viene prima di tutto e costringono i ragazzi a carichi di lavoro durissimi. Con Tania mi comporto in maniera diversa. Non smetto di ripeterle: "Quando non ce la fai più smetti e vai a riprenderti la tua vita, perché lo sport, se non resta almeno in parte piacere e gioia, non è più sport».

Tania mostra di aver imparato perfettamente la lezione. Si è iscritta, e ha tutta l’intenzione di arrivare fino in fondo, al Liceo per le comunicazioni con indirizzo sportivo di Bolzano. E non rinuncia a essere una ragazza di 14 anni. «Mi piace uscire con gli amici», dice, «e ascolto musica volentieri. I miei preferiti? Britney Spears, Backstreet Boys, Eros Ramazzotti, Ricky Martin. I miei compagni di scuola si interessano fino a un certo punto della mia attività agonistica. E non mi dispiace affatto».

A dispetto della sua età, però, quando parla dei tuffi, Tania si trasforma in una campionessa di consumata esperienza. «Il tuffo che prediligo», spiega, «è il rovesciato con rotazioni all’indietro. Credo che il mio punto di forza siano la spinta iniziale, quando ci si stacca dalla piattaforma, e le entrate in acqua. So invece di dover lavorare sulle aperture per "entrare di testa" nell’acqua. Il mio modello sono le cinesi: sono perfette in tutto, eleganti, potenti. E poi vincono sempre».

Competenza, tecnica e ambizione non le hanno fatto però dimenticare il lato poetico di questo sport. «Una dose di tensione durante le gare è inevitabile», racconta. «Il momento più difficile coincide con il primo salto: la tensione è al massimo perché sai che se lo sbagli poi diventa molto difficile recuperare. Tuffarsi è bellissimo», aggiunge però Tania con entusiasmo, «perché è una disciplina che coniuga la forza fisica con l’eleganza dei movimenti. È necessario essere grintosi, determinati, potenti dal punto di vista muscolare. Ma non basta: devi imparare a essere armonica, sorridente, bella da vedere».

E poi c’è un altro elemento che aiuta la nostra campionessa a sopportare i momenti di stanchezza. «Girando per il mondo ho conosciuto decine di coetanei di tutte le nazionalità», si confida, «con i quali ho fatto amicizia. Con loro non parliamo soltanto dei tuffi, ma anche dei problemi della nostra età. Con alcuni ho conservato un rapporto anche dopo le competizioni e di tanto in tanto ci scriviamo o ci telefoniamo». Al di là di tutto, dunque, tuffarsi resta un bellissimo gioco.

Paolo Perazzolo
(Ha collaborato Elisa Chiari)

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