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LA NUOVA LEGGE SULL’ASSISTENZA

SE HAI BISOGNO D’AIUTO

di RENATA MADERNA
    

   Famiglia Cristiana n.36 del 12-9-1999 - Home Page

La potesse osservare uno di quei pescatori che con meticolosità e pazienza ancora oggi rammendano le reti dai precisi intrecci, ne darebbe un giudizio più che severo: brecce e ampi strappi, là, nodi arruffati, quasi impossibili da sbrogliare, qua. Squarci che lasciano scappare i pesci e grovigli che trattengono l’acqua. Mantello a macchia di leopardo, veste stracciata e colabrodo: quante metafore spiacevoli si è meritata la "rete sociale" del nostro Paese, tanto evocata nei discorsi di esperti e politici e così poco aiutata. Basti pensare che occorre risalire al 1890, alla legge Crispi, per incontrare un testo completo e organico sul tema dell’assistenza. Del nuovo Stato sociale si parla da almeno un ventennio. Progetti di legge se ne sono visti moltissimi, dalle più diverse provenienze politiche. Più di dieci erano quelli raccolti nel 1996 dalla Commissione Affari sociali della Camera, confluiti in tre testi unificati, a cui si è aggiunto nel maggio del 1998 il disegno Turco, approvato dal Governo. Modifiche, emendamenti, riscritture si sono susseguiti nel tempo facendo crescere il timore e poi la certezza che nel nostro secolo nulla rimanesse di concluso e definitivo in Italia nella direzione di una legge quadro che dettasse i principi moderni dell’assistenza. Ora, tuttavia, dopo l’esame avvenuto in aula a Montecitorio il 5 luglio scorso, i tempi potrebbero abbreviarsi, con una rapida approvazione. E dopo? Mentre c’è chi giudica la normativa una vera svolta nelle politiche sociali e chi si spinge a sostenere che rimpiangeremo Crispi. Un fatto è sicuramente sotto gli occhi di tutti: nel campo dell’assistenza molto si muove. Soprattutto, e come al solito, grazie all’impegno quotidiano di chi – amministratore pubblico, operatore, volontario, non importa dove – "nell’attesa" continua a lavorare.

Una delle migliori fotografie dello Stato sociale italiano è stata "scattata" quest’anno da Vinicio Albanesi, presidente del Cnca, il Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza. «Il primo vero ostacolo a tutto il mondo socio-assistenziale», ha osservato il combattivo sacerdote, «è l’opzionalità della risposta. In Italia alcuni diritti sono garantiti, altri sono lasciati a variabili dipendenti: di volta in volta "possono" (e non debbono) essere assicurati. Mentre i diritti all’istruzione, alla salute, alla previdenza sono generalizzati sul territorio nazionale, la risposta sociale vera e propria è opzionale. Solo la riforma dell’assistenza, se riuscirà a vedere la luce, potrà colmare questa lacuna».

Non c’è ambito sociale (che si parli di infanzia, di disagio giovanile, di handicap, di terza età o dei molti fronti in cui le famiglie italiane vengono lasciate ad affrontare in solitudine la richiesta di aiuto dei più deboli), in cui non si invochi da tempo una rapida approvazione di una normativa che diventi un quadro di riferimento nella confusione attuale.

«Sarà entro fine anno. Il nostro obiettivo è arrivarci prima della sessione di bilancio. Per il suo avvio, infatti, servono i già promessi 1.000 miliardi di risorse aggiuntive previste dalla finanziaria», promette Elsa Signorino, relatrice di maggioranza della legge, con la quale abbiamo messo a fuoco i contenuti principali del testo, assai corposo e complicato.

I diritti. Vengono riconosciuti dei veri e propri diritti sociali per le persone e le famiglie che vivono in difficoltà o che si trovano, anche temporaneamente, in un momento di fragilità.

Gli aiuti. La nuova assistenza non consisterà più nel dare soldi a qualcuno, perché povero o disabile, ma nel fornire, con l’aiuto economico, anche una rete di servizi, a cui oggi viene destinato solamente il 10 per cento delle risorse previste per il welfare.

I servizi. I servizi sociali fondamentali, che dovranno essere garantiti da ciascun ente locale, sono: servizio sociale professionale e segretariato per le informazioni e le consulenze ai singoli e alle famiglie; interventi per le situazioni di emergenza personale e familiare, assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili gravi; strutture residenziali e semiresidenziali per soggetti non autosufficienti; centri di accoglienza residenziali e diurni a carattere comunitario per bambini e ragazzi in difficoltà.

Il funzionamento. Le politiche sociali sono gestite dai Comuni, singoli o associati, con un ruolo di programmazione da parte delle Regioni. Lo Stato elabora ogni tre anni il Piano sociale nazionale, che individua le priorità di intervento e valuta il fabbisogno di risorse. Ogni legge finanziaria dota il Fondo nazionale degli stanziamenti necessari.

Assegni di cura. A sostegno della famiglia saranno erogati assegni "di cura" (in aggiunta a quelli familiari già previsti), in particolare per le famiglie che si prendono cura di persone non autosufficienti, per i genitori che nei primi tre anni di vita del bambino si assentano dal lavoro e non si servono di un asilo nido.

Prestiti d’onore. In alternativa ai contributi in denaro, i Comuni potranno concedere, a famiglie con genitori single o disabili a carico, coppie giovani con figli e gestanti in difficoltà, finanziamenti a tasso zero.

Buoni per servizi. Se l’amministrazione comunale non è in grado di fornire un certo tipo di assistenza, deve dare al cittadino "buoni" spendibili presso strutture private accreditate e riconosciute dall’ente locale.

Agevolazioni fiscali. Sono previste detrazioni fiscali per le spese sostenute per curare e assistere bambini fino a tre anni e per ultrasettantenni non autosufficienti.

Carta dei servizi. È adottata per definire i criteri di accesso e per tutelare gli utenti circa la qualità dei servizi. Quelli che non rispetteranno i requisiti non potranno essere accreditati come centri a cui rivolgersi.

Assegni di invalidità. Fatti salvi i diritti acquisiti, si prevede il riordino delle indennità di natura assistenziale per superare disparità di trattamento, oggi dovute alla differenziazione basata sulla causa dell’invalidità più che sul tipo di handicap.

Riforma Ipab. Questi enti (sono circa 4.200) saranno inseriti a pieno titolo nella rete locale di servizi e prestazioni col fine di investire i patrimoni finanziari da essi gestiti nella produzione di servizi sociali di qualità.

Renata Maderna
   

Santanera: «Meglio la legge ottocentesca voluta da Crispi»

«Crispi: ci troveremo ad invocarlo. Meglio la sua legge ultracentenaria che questa del nuovo millennio. Tanto attesa e tanto deludente». È un giudizio netto quello di Francesco Santanera del Comitato per la difesa dei diritti degli assistiti del Csa, il Coordinamento sanità e assistenza fra i movimenti di base (Via Artisti 36 - 10124 Torino. Tel. 011/81.22.327-81.24.469) che raggruppa numerosissime associazioni di volontariato.

«Nella legge quadro sull’assistenza non viene riconosciuto alcun diritto esigibile da quelle persone che per continuare a vivere hanno bisogno anche di prestazioni di assistenza sociale. Si parla di prestazioni economiche, come le pensioni di invalidità e gli assegni sociali, ma non si riconosce il diritto agli aiuti domiciliari, all’accoglienza presso comunità alloggio o istituti o di sussidi economici per le emergenze».

Il richiamo al passato non è un paradosso provocatorio. Spiega Santanera: «Il provvedimento cancellerebbe i diritti assistenziali sanciti nel secolo scorso dal regio decreto 6535 del 1889 e più tardi dalla legge 2838 del 1928 e dai regi decreti 773 del 1931, 383 del 1934 e 635 del 1940. Queste norme, anche se ampiamente superate, ma spesso ancora operanti, sono preferibili alle dichiarazioni altisonanti, ma prive di contenuti operativi del nuovo testo».

Il Comitato per la difesa dei diritti degli assistiti è preoccupato, inoltre, per la destinazione dei molti miliardi delle Ipab, le Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, che non sarebbero più impegnati esclusivamente per i bambini senza famiglia o gli handicappati intellettivi gravi, a cui tradizionalmente queste istituzioni dalla lunga storia sono state dedicate.

«Inoltre siamo esterrefatti che si voglia trasferire la competenza ad intervenire nei confronti di anziani colpiti da malattie come il cancro, la demenza o le plurime patologie, dalla Sanità all’assistenza. Questo comporterà due conseguenze gravissime: il passaggio dalla gratuità delle cure ospedaliere al pagamento delle rette degli istituti per anziani e la perdita del diritto esigibile alle cure sanitarie in favore della discrezionalità dell’assistenza».

Non piace neppure il principio di "generalità" della nuova legge, che parla di erogazione dei servizi sociali a tutta la popolazione: «Se mancano i fondi per le persone realmente bisognose, come ci viene continuamente detto, come si potrà estendere le prestazioni a tutti?».

r.m.

       

Tre figli e pochi soldi, o una mamma senza previdenza...

Se quella sull’assistenza è ancora una legge da varare, altre misure sociali volute dal Governo diventano proprio in questi giorni operative. Si tratta di due provvedimenti fortemente voluti dal ministro della Solidarietà sociale, Livia Turco, che li definisce «due misure concrete dalla parte del cittadino, che segnano una tappa fondamentale per il nuovo welfare». Sono l’assegno per le famiglie disagiate con almeno tre figli e quello per le neomamme che non hanno alcuna copertura previdenziale. Entrambi entreranno in vigore dal 21 settembre, quindici giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. L’assegno per le famiglie con tre figli, previsto dalla legge 448 del dicembre scorso, è di 200 mila lire per tredici mensilità. È concesso dal Comune ed è corrisposto dall’Inps. Per ottenerlo occorre avere una situazione economica inferiore ad una determinata cifra annua: 36 milioni per i nuclei con cinque componenti, 40 milioni e 320 mila lire per uno di sei persone, e 33 milioni e 480 mila lire se i tre bambini vivono con un solo genitore. Per altre situazioni sono previste cifre calcolate in base alle "scale di equivalenza" e alle detrazioni previste per le famiglie che pagano l’affitto e non hanno proprietà immobiliari. I nuclei familiari che si trovano in condizioni economiche più basse avranno l’assegno intero, quelli in situazioni migliori potranno ottenere una cifra inferiore alle 200 mila mensili. L’assegno di maternità è previsto per chi non riceve già un trattamento previdenziale. Riguarda i bambini nati dopo il primo luglio 1999, le cui mamme riceveranno una cifra di 200 mila lire per cinque mensilità se la situazione economica del nucleo familiare non supera i 50 milioni annui, nel caso di tre componenti, i 60 milioni e 500 mila lire nel caso di quattro persone e così via secondo le scale di equivalenza. Le domande per l’assegno per il nucleo familiare vanno presentate entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello per il quale si chiede l’aiuto (quindi per il 2000 occorre presentare la documentazione richiesta entro il 31 gennaio del 2001). Quelle per l’assegno di maternità entro sei mesi dalla nascita del bambino.

r.m.

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