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Parla il cardinale Lorscheider

L’EREDITÀ DI DOM HELDER

di RENZO GIACOMELLI
    

   Famiglia Cristiana n.36 del 12-9-1999 - Home Page Il commosso ricordo di monsignor Camara, il vescovo dei poveri e dei diritti umani, nelle parole di un suo illustre confratello brasiliano. Il coraggio delle sue denunce. «Un limpido esempio di coerenza tra Vangelo e vita».

«Dom Helder? Un uomo molto buono e un prete esemplare, un vero testimone del Vangelo. Non lo dico ora che è morto. L’ho sempre pensato e in questo senso mi sono espresso in molte occasioni». Il cardinale Aloisio Lorscheider, teologo, arcivescovo di Aparecida e una delle figure più illustri della Chiesa brasiliana, non teme d’essere offuscato dalla lunga amicizia nel ricordare Dom Helder Camara, il vescovo dei poveri e dei diritti umani, morto il 28 agosto a Recife, diocesi che egli guidò dal 1964 al 1985. In questa città del Nordeste, una delle regioni più povere del Brasile, Dom Helder era arrivato da Rio de Janeiro, dove era stato vescovo ausiliare per nove anni.

«Io lo conobbi a Rio, dove incominciavo a insegnare teologia e lui era già una figura importante della Chiesa brasiliana e un esempio stimolante per noi giovani preti», continua il cardinale Lorscheider. «Già in quegli anni, e nei successivi incontri, di lui mi colpivano l’umiltà, la pazienza che aveva con tutti, la grande capacità di accoglienza e di dialogo. Ricordo che una volta, a Recife, durante un convegno, entrò nella sala uno scrittore che aveva spesso criticato Dom Helder per il suo impegno con i poveri, giudicato "eccessivo". Appena scorse lo scrittore, gran parte del pubblico incominciò a rumoreggiare e poi a fischiare. Dom Helder scese dalla tribuna, si avvicinò al suo critico e lo abbracciò, costringendo l’auditorio a un lungo applauso».

Dom Helder Camara resse l’arcidiocesi di Olinda e Recife durante la dittatura militare, alla quale egli non risparmiò denunce e critiche. I militari e la destra brasiliana lo definirono perciò "vescovo rosso" o "comunista". «Dom Helder non badava a queste etichette», ricorda il cardinale Lorscheider, «e continuava nel suo impegno a fianco dei poveri e degli oppressi. Sia in Brasile sia all’estero, egli insisteva su un concetto fondamentale: il Vangelo accettato e vissuto coerentemente porta alla pratica della giustizia e al rispetto dei diritti umani. Era accusato di trascurare il lavoro pastorale in diocesi a causa dei numerosi viaggi. Non era vero, perché lui aveva suscitato nella sua comunità tanto entusiasmo e grandi energie – nel clero e nel laicato – al servizio della pastorale. E poi, nei suoi viaggi all’estero non faceva altro che annunciare il Vangelo della giustizia e dei diritti umani, con concrete applicazioni alla situazione dell’America latina e del Terzo Mondo in generale. Una certa sensibilità delle Chiese del mondo ricco verso gli "impoveriti" del Terzo Mondo si deve anche a Dom Helder».

L’allora arcivescovo di Olinda e Recife moltiplicò i suoi interventi soprattutto dopo l’assassinio d’uno dei suoi più stretti collaboratori, padre Enrique Pereira. «Subito dopo l’uccisione di questo sacerdote», ricorda il cardinale Lorscheider, «trovai Dom Helder triste e preoccupato. Fu uno dei rari momenti in cui mi sembrò scoraggiato e stanco. Poi riprese con rinnovato vigore le sue denunce. Nel 1970 accusò apertamente il Governo militare di torturare i prigionieri politici. Per un certo periodo la stampa e la televisione del Brasile non poterono pubblicare nulla su Dom Helder, a meno che non fosse denigratorio. Fu anche frequentemente minacciato, ma lui diceva: "Quanto più mi minacciano e tentano di isolarmi, tanto più io parlo chiaro e mi mostro in pubblico"».

Il cardinale Lorscheider partecipò, come Dom Helder Camara, a tutte e quattro le sessioni del Concilio Vaticano II. Ricorda il cardinale: «Se non sbaglio, Dom Helder non prese mai la parola in aula, nelle assemblee generali. Era invece molto attivo nelle Commissioni e, soprattutto, era bravissimo nell’intrecciare rapporti con vescovi di tutto il mondo. Era grande amico del cardinale Lercaro, con il quale lavorò molto, ma senza grande successo, perché il Concilio desse maggiore voce ai poveri e spronasse tutta la Chiesa all’impegno a favore dei poveri. Pure con il cardinale Suenens aveva molto affiatamento: li accomunava l’aspirazione a una Chiesa più aperta al mondo. Dom Helder era assai stimato anche dall’allora arcivescovo di Milano, cardinale Montini. Con il futuro Paolo VI Dom Helder aveva già avuto stretti rapporti per la creazione della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb) e poi del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam). Queste grandi figure di ecclesiastici erano affascinate, come molti di noi, dalle intuizioni di Dom Helder e dalla forza che egli metteva nel comunicarle, con quel suo linguaggio semplice e poetico».

Il cardinale Lorscheider è convinto che Dom Helder Camara lascia alla Chiesa del Brasile un’eredità importante: «Come cristiano e prete, un limpido esempio di coerenza tra annuncio del Vangelo e vita; come vescovo, la capacità di coniugare profezia ed efficacia pastorale. E questo, sotto la spinta della scelta preferenziale per i poveri, una delle grandi intuizioni della Chiesa latinoamericana, che deve moltissimo al cuore generoso di Dom Helder».

Il successore di Dom Helder Camara a Olinda e Recife, monsignor José Cardoso Sobrinho, ha però corretto radicalmente gli indirizzi pastorali precedenti e smantellato le strutture pastorali create da Dom Helder. «Questo è stato un male», afferma il cardinale Lorscheider. «Il successore avrebbe dovuto parlare con Dom Helder e i suoi collaboratori e poi prendere le misure. Invece l’ha fatto lasciandosi condizionare da dicerìe». Obiettiamo: se Roma gli ha dato un successore dalle idee teologiche e pastorali così diverse, non sarà stato perché riteneva Dom Helder pericoloso per la Chiesa? Il cardinale Lorscheider ride, prima di rispondere: «Pericoloso? Al contrario. Era un mite, un uomo di pace. Certo era anche uno che sapeva trascinare, ma questo non guasta in un pastore. Ad ogni modo, non ho mai sentito Dom Helder lamentarsi per il cambio di rotta impresso alla diocesi. Soffriva, questo sì, e offriva la sua sofferenza a Dio: era un’anima eucaristica».

Chiedo al cardinale se non ritiene che la morte di Dom Helder Camara segni, anche simbolicamente, la fine di quella Chiesa brasiliana e latinoamericana caratterizzata dalle Comunità ecclesiali di base e dalla Teologia della liberazione. «Ufficialmente, forse sì; nella pratica, certamente no», afferma il cardinale Lorscheider. «Perché la Teologia della liberazione e le Comunità ecclesiali di base continuano a riflettere, a organizzarsi e a operare».

Renzo Giacomelli
   

Gli scandali del nostro secolo

Per lunghi anni Dom Helder Camara ha girato il mondo, instancabilmente, per partecipare a convegni e conferenze internazionali nelle quali portava la voce e le istanze dei più poveri del mondo. Riproponiamo una parte di un suo intervento al 41° Congresso eucaristico internazionale di Filadelfia, nel 1976.

«Pur continuando ad assistere il povero con alimenti, vestiti, medicine, case, dobbiamo capire che la grande carità, ai nostri giorni, consiste nel volgere i nostri sforzi alla promozione della giustizia.

Il grande scandalo del secolo è che più dei due terzi dell’umanità si trovano in condizioni subumane, privi di cibo, di vestiti, senza casa, senza salute, senza lavoro, senza avvenire, senza speranze.

Il grande scandalo del secolo è un piccolo gruppo di nazioni sempre più ricche, mentre la maggior parte dell’umanità diventa sempre più povera.

Il grande scandalo del secolo è l’esistenza, nelle nazioni povere, di gruppi ricchi, che conservano la ricchezza calpestando la maggior parte dei propri connazionali; è l’esistenza nel mondo di popoli privilegiati che detengono la ricchezza al prezzo della miseria dei popoli sottosviluppati.

Il grande scandalo del secolo sono le zone di povertà all’interno dei Paesi ricchi.

Il grande scandalo del secolo è chiudere gli occhi alle ingiustizie che scavano una distanza sempre più grande tra un esiguo gruppo di nazioni opulente e la massa enorme di nazioni oppresse.

Il grande scandalo del secolo è, da parte degli Stati ricchi lo sforzo di distogliere l’attenzione dalle strutture di ingiustizia che soffocano milioni e milioni di figli di Dio, adducendo false ragioni della miseria nelle nazioni povere, come la famosa esplosione demografica. Ciò che esiste davvero è l’esplosione dell’egoismo!

Non c’è superproduzione. C’è sottoconsumo da parte di milioni di poveri a causa del nostro superegoismo.

Il grande scandalo del secolo è che si continua lo sperpero nel fabbricare guerre, le quali – tutti lo sappiamo – polverizzano somme che permetterebbero di creare un mondo più giusto e più umano.

Il grande scandalo del secolo è che stiamo viaggiando verso altri pianeti, lasciando sul nostro pianeta più di due terzi di abitanti nella miseria e nella fame».

(Da: Le fami nel mondo e l’eucaristia, Ed. Paoline).

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