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EDITORIALE


L’ABOLIZIONE DELLA LEVA
SPECCHIO
DELLA NUOVA
SOCIETÀ

   

   Famiglia Cristiana n.36 del 12-9-1999 - Home Page L’abbandono del servizio militare obbligatorio in favore delle armate di professionisti è perfettamente in linea con il tempo "areligioso" che viviamo. Esso infatti riconosce una sola morale, quella del denaro. E infatti il servizio militare come mestiere non ha altra motivazione che la mercede.

Nel bel mezzo di un inizio di settembre colmo di incertezze economiche e sociali, di fantastici fuochi d’artificio nei cieli sindacali e di rimbombanti cannonate a salve sul terreno politico, la proposta di legge del Governo con cui viene sancita la fine dell’esercito di leva è caduta come una nota appartenente a tutt’altra musica. È, letteralmente, un’altra porta che si chiude sul passato. Come tante altre che si sono chiuse negli ultimi decenni, essa tocca direttamente i giovani, la loro esistenza, i loro comportamenti, i loro rapporti con le generazioni che li hanno preceduti (per fare un solo esempio: la riforma delle pensioni farà della loro vita futura una cosa ben diversa da quella dei loro genitori e nonni).

Con l’esercito di leva sparisce qualcosa che ha a che fare intimamente con tutta la storia dello Stato unitario e le sue ultime guerre; ma, almeno per quella parte d’Italia che si identifica con il "nocciolo duro" del Risorgimento, l’antico Ducato di Savoia e poi Regno Sardo, esso ha significato tanto tempo prima, per secoli, qualcosa di connaturato nel costume e nella coscienza del popolo.

Carlo Emanuele I, che regnò a cavallo fra ’500 e ’600, poté dire con buona ragione: «Quanti uomini, tanti soldati, poiché son tutti soldati i nostri sudditi». Suo padre, Emanuele Filiberto, in un editto del 1560 aveva potuto scrivere che tutti gli uomini del Ducato conoscevano bene quale fosse il loro ruolo in difesa del «natural prencipe, della patria, della moglie, de’ figliuoli, de’ parenti, degli amici e case...». Lo storico Gustavo Mola di Nomaglio ricorda come «la milizia paesana, pur essendo in congedo permanente, era in grado di intervenire in modo estremamente rapido e si sottoponeva a frequenti esercitazioni che costituivano un eccellente presupposto ai fini tanto dell’inquadramento che dell’efficacia in battaglia».

Nessuno può dire se un esercito di professionisti, come quello disegnato dalla legge presentata dal Governo e accolto con entusiasmo da Alleanza nazionale, avrà mai, in Italia, uno spirito che lo assimili alla "milizia rurale" del Piemonte cinquecentesco. È realistico immaginare che nelle sue file entreranno soprattutto giovani del Centro-Sud, come già avviene oggi per i corpi di polizia, perché è in quelle aree che più infierisce la disoccupazione giovanile. Ciò non vorrebbe dir nulla di particolare, se non incombesse sulla questione militare italiana dei nostri giorni la domanda più alta e generale, in certa misura terribile: esiste in questo Paese il senso della nazione, in quanto comunità di cittadini?

Il dibattito sull’"identità italiana" va avanti da anni, soprattutto dopo l’esplosione del fenomeno leghista. L’idea bossiana della secessione non ha mai avuto, in sé, nessuna giustificazione plausibile dal punto di vista culturale, ma ha suscitato una specie di angoscia in molte persone, di diversa ispirazione, che condividono però l’esatta percezione dell’importanza del tema. Ultimo, in ordine di tempo, l’arcivescovo di Bologna cardinale Giacomo Biffi, il quale ha appena pubblicato un libro (Risorgimento, stato laico e identità nazionale, Piemme, 1999) tanto intrigante quanto serio. Scritto in uno stile molto semplice e diretto, esso ha come scopo essenziale quello di ricordare ai molti immemori che «non ci è dato rappresentarci secondo verità la storia d’Italia e spiegare la sua eccezionale capacità di esprimere valori universali e assoluti, se prescindiamo dalla presenza della Chiesa cattolica, la quale perciò entra anch’essa a far parte degli elementi imprescindibili che configurano la nostra specificità nazionale».

Ernesto Galli della Loggia manifesta, in un articolo sul Corriere della Sera, un’altra preoccupazione: che il rifiuto della guerra in sé (e quindi il rifiuto implicito di ogni impegno di carattere militare con tutto ciò che questo significa quanto alla natura e all’organizzazione delle forze armate) sia ormai talmente connaturato nell’opinione pubblica europea in generale, e italiana in particolare, da coincidere semplicemente con il rifiuto di due «dimensioni essenziali della democrazia», e cioè «la capacità di distinguere tra il bene e il male e la passione della giustizia (nel duplice senso di stare dalla parte di ciò che è giusto, e di perseguire i colpevoli dell’ingiustizia)».

Lo scrittore laico inserisce però sorprendentemente in questa diagnosi l’elemento religioso: «Nelle democrazie guerra e princìpi di giustizia stanno insieme, e l’una e gli altri rimandano, a ben vedere, a un legame forte con il retaggio religioso, che infatti è tuttora ben visibile nella sola tradizione democratica che non rifiuti la guerra – quella anglosassone –, la sola per l’appunto che non abbia reciso le proprie radici giudaico-cristiane».

Per quanto quest’ultima affermazione sia ampiamente discutibile, e per quanto sia ancor più discutibile l’idea che le guerre siano, in sé, strumenti utili a ristabilire la giustizia, resta un fatto incontrovertibile: l’abbandono degli eserciti di leva in favore di armate di professionisti è perfettamente in linea con il tempo "areligioso" che viviamo. Esso, infatti, riconosce una sola morale, quella del denaro. Il servizio militare come mestiere non ha altra motivazione che la mercede (niente di nuovo: anche una volta c’erano gli eserciti "mercenari"). Come ha detto un giovane intervistato alla Tv: «Chi vorrà fare il soldato lo farà, chi no, no». Punto e basta. Il resto, per dirla con Amleto, «è silenzio».

Beppe Del Colle

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