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Colloqui col padre
  
     
   Famiglia Cristiana n.36 del 12-9-1999 - Home Page SACERDOTI E PARROCCHIE:
i lettori raccontano le loro esperienze

Le lettere pubblicate sul n. 20 con il titolo "Liti in parrocchia, colpa del prete o colpa dei laici?", così come quella del n. 24 "Uomini di Chiesa pensate alle anime…", hanno suscitato un grande interesse e molti hanno scritto per esprimere il loro parere o raccontare le loro esperienze. Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti e pubblico i testi più significativi, che rappresentano un ampio ventaglio di opinioni.

In base alla mia esperienza, certe situazioni che addolorano sono molto ricorrenti, se non normali. Diversi sono i parroci-padroni che a fatti e non a parole esprimono la convinzione: «Qui è la parrocchia mia e comando io!». Oggi c’è maggiore diffusione di conoscenza e di cultura e le prediche e le scelte del parroco non si accettano più senza discutere, ma vengono filtrate attraverso le maggiori conoscenze scientifiche e religiose di ogni fedele. In particolare la gestione delle parrocchie non è trasparente, non è improntata all’efficienza, non si tiene alcun conto delle leggi che regolano lo stare insieme dei gruppi umani.

G. P.
  

«Ha mai provato a parlare al parroco della questione dell’organo?», lei risponde alla lettrice. Quindi è vero che in parrocchia c’è il parroco e solo lui? Una questione di tanto peso e di tanta spesa dev’essere decisa, progettata e mandata avanti da una sola persona – anche se il responsabile – e non da un Consiglio pastorale parrocchiale che, formato da persone sagge, prudenti e di buon senso, pensi la cosa insieme col parroco? Un prete in parrocchia non dev’essere lasciato solo, è un uomo anche lui; può avere i suoi momenti di sconforto e scoraggiamento: una parola amica, una pacca sulla spalla date da laici e amici gli saranno di conforto e sostegno. Il guaio comincia quando il prete "vuole" essere solo. Perché in certi casi lasciare indisturbato il vescovo, pastore per mandato apostolico, e non invocare la sua presenza, affinché venga a vedere, controllare, ascoltare, correggere, confortare il parroco e le anime a lui affidate?

F. G.
   

Nel paese in cui abito ci sono tante persone che avrebbero l’entusiasmo di fare cose utili, belle e originali per il prossimo; il "problema" è il parroco. Lui non vuole confusione nei dintorni e considera la sua vocazione come un lavoro. Qui è inesistente il gruppo giovanile, il paese sembra stanco, demotivato, perché non ci sono stimoli. Io ho provato con delle iniziative per i bambini, ma non ho avuto successo, perché il parroco ci ha "tagliato le gambe" con i suoi soliti commentini. La messa sembra ogni volta un funerale, anziché una festa di gioia; la chiesa è vuota, partecipano sempre le solite persone, per lo più anziani; nessuno canta, nessuno suona. Le persone si sentono più appagate e trovano più comprensione da altre parti, magari in qualche gruppo di volontariato nei paesi vicini. E anch’io faccio così. Qui però abbiamo bisogno di un parroco che sappia parlare ai giovani, che rischi con loro e per loro! Un prete che ci capisca, che ci aiuti, che ci stimoli, che ci faccia capire che anche noi siamo importanti e possiamo fare qualcosa.

Lettera firmata
   

È facile dir male dei sacerdoti e creare attorno ad essi un clima di divisione che non li aiuta, è facile anche far loro del male: se si fosse provato a vivere in parrocchie senza parroco ci si renderebbe conto che averlo, pur con tutti i limiti umani da cui nessuno è esente, è un dono incommensurabile. Forse sarebbe più proficuo e più saggio, oltre che più gradito al Signore, spendere un po’ di energie nel pregare per i nostri sacerdoti, il cui compito non è mai facile né lieve, e chiedere per noi l’autentico spirito di servizio, attento, delicato, silenzioso, capace di comprendere, di donare, di essere disponibili e anche di farsi da parte.

Franca V.
   

La parrocchia come istituzione è in crisi. Viviamo ormai, facendo le dovute eccezioni, in parrocchie secolarizzate, che hanno perso il senso propulsivo del cristianesimo delle prime comunità e si lasciano vivere. Si vive la propria fede in modo intimistico, senza quella gioia che dovrebbe contagiare chi veramente ha incontrato Cristo risorto. Sono cose che dico a ragion veduta perché 15 anni fa, per circa quattro anni, feci parte di uno dei tanti movimenti ecclesiali e da allora la mia vita di cristiano cambiò. Capii allora e per sempre che le cose scritte nel Vangelo non sono solo belle parole, ma un programma di vita che rendeva nuove tutte le cose. Nelle parrocchie abbiamo invece le chiese con i riscaldamenti, ma i cuori sono freddi e i parroci spesso sono diventati impiegati con mille impegni burocratici e forse con poco tempo per la preghiera.

Gianfranco
  

Quando nelle tue risposte leggo il consiglio di parlare con il proprio parroco, un velo di amarezza mi invade. Nella mia parrocchia non è più possibile da quando, quasi cinque anni fa, hanno cambiato il parroco. Questo parroco ha sconvolto tutto: per lui uno vale per ciò che dà (in soldi); ha un gruppo di anziani per i quali organizza gite e cene e ai quali riesce a spillare denaro. La catechesi che fa è solo simbolica. Ha messo una tariffa per ogni sacramento e non ha mai tempo per nessuno.

M. R.
   

Sono un prete del ’20. Per 46 anni sono stato al servizio di una parrocchia che ho tanto amato e mi sono studiato di far camminare secondo le direttive del concilio Vaticano II. L’amarezza che provo è nel constatare come il successore è un reduce dell’anticoncilio, con mentalità arretrata, e di proposito sta annullando il lavoro che in tanti anni si è costruito in collaborazione piena con i fedeli. Il problema posto dalle due ragazze che hanno scritto è simile al nostro: potere dittatoriale e terrore; non più Chiesa dei poveri; nessun dialogo con i fedeli; il parroco si volta dall’altra parte quando incontra qualcuno che ha sentito il dovere di dire la sua con rispetto, pensando diversamente dal suo «sic volo sic iubeo»; abolizione dell’Azione cattolica fiorentissima, eccetera.

Sac. Rosario P.
   

Il vero problema, non toccato nella risposta, è che certi cristiani credono che bisogna sopportare tutto per amore di Dio. Deve invece esserci chi esercita il potere-dovere di dirimere. I vescovi e i loro collaboratori imparino a fare giustizia nelle parrocchie in lite insegnando ai parroci a fare altrettanto (giustizia) nelle liti nelle famiglie.

Giovanni C.
   

Ecco lo sfogo di un fedele che pretende molto dai preti: «Lo vuoi capire», ha detto al Signore, «che sei tu a farci brutta figura? E poi, non puoi chiamare qualcuno con un po’ più di cervello?». Dio ha risposto: «È vero che li ho scelti io e sono dei poveretti, però li amo così come sono. Io stesso obbedisco a loro e quando ti dicono "Io ti assolvo" sei assolto; quando dicono "Questo è il mio corpo" io scendo sull’altare». Quel fedele ha concluso che se i sacerdoti fossero tanti e perfetti forse seguiremmo loro, dimenticandoci del Signore. Va bene, fu obiettato in un incontro di spiritualità per laici, ma il mio parroco… Il relatore rispose: «Incominciate col digiunare una volta alla settimana per il vostro parroco e, se volete, aggiungete venti minuti di adorazione per lui e il rosario quotidiano; vedrete che non giudicherete più con tanta durezza e può darsi che con un simile aiuto anche lui riesca a convertirsi; forse lo desidera da anni, ma gli manca la forza necessaria».

Don Mario Gatti
  

Ho raccolto le principali riflessioni, gli sfoghi e i suggerimenti che avete inviato. Le questioni e i problemi che vengono posti sono molti e di vario genere, ma tutti ruotano attorno all’istituzione parrocchiale e a chi la guida: c’è chi scrive che la parrocchia stessa, come istituzione, è in crisi, chi sottolinea che esistono troppi parroci-padroni, chi ricorda il ruolo che dovrebbe avere il Consiglio pastorale, chi invoca un più diretto intervento da parte dei vescovi, nonché una gestione più trasparente delle parrocchie e una preparazione più mirata all’esercizio dell’autorità. C’è inoltre chi sottolinea che la presenza dei sacerdoti è comunque un dono incommensurabile e invita, in primo luogo, a pregare per loro.

Credo che da tutti questi pareri ognuno abbia molto materiale di riflessione, pastori e fedeli. Non ne aggiungerò altri, perché già questa breve rassegna serve a tastare il polso della situazione. Va ricordato, però, che non si può fare di ogni erba un fascio (sono molte infatti le parrocchie che "funzionano", solo che il bene fa meno rumore), che la diminuzione delle vocazioni impone e imporrà sempre di più l’accorpamento delle parrocchie e una conseguente maggiore valorizzazione dei laici (anche loro, però, non sono esenti da pecche nelle comunità parrocchiali in cui vivono).

Quello che più colpisce in queste lettere è la diffusa difficoltà di dialogo: certamente è necessario da parte di tutti un cammino di conversione, personale e comunitario, a Gesù Cristo e al Vangelo, che si trasformi in attenzione verso l’altro, capacità di ascolto e coraggio di verificare con l’altro le proprie posizioni e idee. Concludo con una riflessione tratta dal Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, che costituisce un forte appello alla comunione: «Uomo di comunione, il sacerdote non potrà esprimere il suo amore per il Signore e per la Chiesa senza tradurlo in amore fattivo e incondizionato per il popolo cristiano, oggetto della sua cura pastorale. Come Cristo egli deve farsi "quasi sua trasparenza in mezzo al gregge" che gli è affidato, ponendosi in relazione positiva e promovente con i fedeli laici. Riconoscendone la dignità di figli di Dio, ne promuove il ruolo proprio nella Chiesa, e al loro servizio mette tutto il suo ministero sacerdotale e la sua carità pastorale… Compirà ogni sforzo per "suscitare e sviluppare la corresponsabilità nella comune e unica missione di salvezza, con la pronta e cordiale valorizzazione di tutti i carismi e i compiti che lo Spirito offre ai credenti per l’edificazione della Chiesa". Più concretamente, il parroco, ricercando sempre il bene comune nella Chiesa, favorirà le associazioni di fedeli e i movimenti che si propongono finalità religiose, accogliendole tutte ed aiutandole a trovare tra di loro unità di intenti, nella preghiera e nell’azione apostolica» (n. 30).

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