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I
tifosi di calcio possono credere, al centunesimo appuntamento italiano con il campionato
(partite sempre alle 15, anticipi sempre alle 20.30 onde avere almeno una regolarità di
orario), che i motivi agonistici e tecnici siano grosso modo quelli soliti, e cioè
assalto alla squadra campione, il Milan centenario, da parte delle avversarie canoniche,
Juventus e Inter più, secondo la penultima e lultima moda del pallone, Parma e
Lazio e Fiorentina, con possibile inserimento della Roma. I tifosi sono buoni e accettano
tutto, anche fare finta che questo calcio sia quello di una volta: non di cento,
cinquanta, dieci, ma di due, tre anni fa. Quello delle bandiere, dei cari colori delle
maglie, dei giocatori legati a un club, un ambiente, una tradizione.
I tifosi non sembrano fare fatica ad accettare il calcio nuovo, il
mercenario gaglioffo che finge di voler cambiare squadra pur di avere più soldi e invece
gioca al rialzo per linee interne, oppure che arriva alla squadra per linee esterne,
passando da un contrattone a un contrattissimo, e subito recita di essere pronto a dare
sudore, sangue e menischi ai nuovi colori. I tifosi sono chiamati adesso a svenarsi per
vedere la loro squadra in televisione, drogati magari dalle nuove tecnologie, compresa
quella che permetterà presto di rivedere unazione a piacere, convincendosi che il
rigore fasullo ottenuto è sacrosanto, che quello sacrosanto patito è una vergogna.
I tifosi hanno poche battaglie da sostenere, sono emotivi, teneri,
malleabili, bidonabili. Il calcio moderno, il calcio manageriale, ha invece tre grandi
obiettivi immediati: gestire le nuove designazioni arbitrali, con sorteggio non integrale
come nella scorsa stagione ma effettuato allinterno di una certa scrematura
preventiva, insomma ancora difficile, ma non impossibile come lanno scorso (felice
parentesi di sorteggio integrale e dunque grandi club in crisi), avere un arbitro a priori
comprensivo, magari perché frollato da un professionismo generosissimo, per il quale i
soldi verranno comunque trovati; continuare a buggerare il peraltro docile controllo
antidoping, con trovate sempre più sofisticate; subire, mascherare, ammortizzare il
dominio ormai quasi completo degli assi e dei loro procuratori, nel senso che i giocatori
fanno ciò che vogliono (vedasi per tutti il caso di Ronaldo che tra un viaggio in Brasile
e laltro, una fidanzata e laltra, ormai si degna solo ogni tanto di giocare al
massimo per lInter di Massimo Moratti, buono o cieco), forti fortissimi di contratti
miliardari e doveri garantiti da multe neanche milionarie.
Tre problemi che contornano, ammantano e intanto un po coprono
il problema dei problemi, quello di spese che ormai superano persino le più felici
previsioni di entrate per diritti televisivi e merchandising: ragion per cui presto
il calcio, che sta raschiando il fondo di un barile che non cè, quello di diritti
televisivi troppo faraonici in rapporto al numero degli abbonamenti, e dunque destinati a
venire contestati, presto il calcio si metterà in sciopero, chiederà al Governo sgravi
fiscali, e dunque a noi contribuenti sacrifici indiretti, per continuare a pagare le sue
genti doro.
Dunque tre problemi attuali a speziare quello cosmico, e quasi un
senso di assurdità, per non dire di complicità, a parlare del campionato che
finirà il 14 maggio del 2000, presto per preparare la partecipazione azzurra
allEuropeo in Inghilterra nei termini agonistici e tecnici consueti. Però,
fatto sapere che sappiamo, è persino piacevole far finta che i temi primari siano quelli
di sempre, e parlare di squadre, allenatori, calciatori, con domande comode, insieme
banali e inevitabili, tipo: ce la farà il simpatico Milan di Zaccheroni, conferma in
panchina, e di Shevchenko, novità in campo, a essere degno dellamicizia degli dèi
goduta nel finale dello scorso campionato, per di più dopo una blanda ma lodevole
italianizzazione della "rosa"?
Ogni squadra è appesa a un interrogativo, che può essere gancio da
macellaio o tirante da angelo del palcoscenico. LInter ci porta a chiederci se Lippi
nuovo allenatore riuscirà a gestire insieme Vieri ipermiliardato, Panucci rifatto
milanese ma nerazzurro, Jugovic riitalianizzato, Peruzzi de-juventinizzato. Interrogativi
sulla Juventus un po rurale, molto ruvida, interessante anche perché non tronfia e
perché di nuovo esaltabile da Del Piero, recuperato con la scienza medica e con il più
grande contratto nella storia del pallone, 50 miliardi per cinque anni. Sul Parma che
continua a spendere sperando di non dare sempre limpressione di spandere. Sulla
Lazio che tardi ha scoperto di avere al posto di Vieri tanti miliardi ma non un giocatore
altrettanto valido come ariete. Sulla Fiorentina ancora e sempre Batistuta-dipendente.
Sulla Roma che non sa mai dirsi chiaramente squadretta o squadrone, ma comunque ha in
Capello allenatore lacquisto più interessante.
E poi, per giocare al gioco del vecchio caro campionato: il Bologna
interessante, capace di essere forte come nella scorsa stagione; il Torino tornato in A e
promettente per via di acquisti indovinati e neppure costosissimi; lUdinese capace
di superare la partenza di Amoroso (Parma) e laddio a Guidolin; il Bari
ri-miracolabile da Fascetti; il Cagliari che non si è smagrito troppo di cessioni;
Venezia, Verona, Piacenza (sempre tutto italiano: evviva), Perugia, Lecce e Reggina
sembrano meno dotate di speranze logiche. Ma questo sempre pensando che il calcio sia
quello di una volta...
Gian Paolo Ormezzano
Segue: «Non ci crederete ma
mi diverto»
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