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INCHIESTA - Parte il campionato numero 101: tra passione popolare e affari miliardari, il futuro dello sport più amato dagli italiani

PARTITA DOPPIA

di GIAN PAOLO ORMEZZANO
    

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page

I tifosi di calcio possono credere, al centunesimo appuntamento italiano con il campionato (partite sempre alle 15, anticipi sempre alle 20.30 onde avere almeno una regolarità di orario), che i motivi agonistici e tecnici siano grosso modo quelli soliti, e cioè assalto alla squadra campione, il Milan centenario, da parte delle avversarie canoniche, Juventus e Inter più, secondo la penultima e l’ultima moda del pallone, Parma e Lazio e Fiorentina, con possibile inserimento della Roma. I tifosi sono buoni e accettano tutto, anche fare finta che questo calcio sia quello di una volta: non di cento, cinquanta, dieci, ma di due, tre anni fa. Quello delle bandiere, dei cari colori delle maglie, dei giocatori legati a un club, un ambiente, una tradizione.

I tifosi non sembrano fare fatica ad accettare il calcio nuovo, il mercenario gaglioffo che finge di voler cambiare squadra pur di avere più soldi e invece gioca al rialzo per linee interne, oppure che arriva alla squadra per linee esterne, passando da un contrattone a un contrattissimo, e subito recita di essere pronto a dare sudore, sangue e menischi ai nuovi colori. I tifosi sono chiamati adesso a svenarsi per vedere la loro squadra in televisione, drogati magari dalle nuove tecnologie, compresa quella che permetterà presto di rivedere un’azione a piacere, convincendosi che il rigore fasullo ottenuto è sacrosanto, che quello sacrosanto patito è una vergogna.

I tifosi hanno poche battaglie da sostenere, sono emotivi, teneri, malleabili, bidonabili. Il calcio moderno, il calcio manageriale, ha invece tre grandi obiettivi immediati: gestire le nuove designazioni arbitrali, con sorteggio non integrale come nella scorsa stagione ma effettuato all’interno di una certa scrematura preventiva, insomma ancora difficile, ma non impossibile come l’anno scorso (felice parentesi di sorteggio integrale e dunque grandi club in crisi), avere un arbitro a priori comprensivo, magari perché frollato da un professionismo generosissimo, per il quale i soldi verranno comunque trovati; continuare a buggerare il peraltro docile controllo antidoping, con trovate sempre più sofisticate; subire, mascherare, ammortizzare il dominio ormai quasi completo degli assi e dei loro procuratori, nel senso che i giocatori fanno ciò che vogliono (vedasi per tutti il caso di Ronaldo che tra un viaggio in Brasile e l’altro, una fidanzata e l’altra, ormai si degna solo ogni tanto di giocare al massimo per l’Inter di Massimo Moratti, buono o cieco), forti fortissimi di contratti miliardari e doveri garantiti da multe neanche milionarie.

Tre problemi che contornano, ammantano e intanto un po’ coprono il problema dei problemi, quello di spese che ormai superano persino le più felici previsioni di entrate per diritti televisivi e merchandising: ragion per cui presto il calcio, che sta raschiando il fondo di un barile che non c’è, quello di diritti televisivi troppo faraonici in rapporto al numero degli abbonamenti, e dunque destinati a venire contestati, presto il calcio si metterà in sciopero, chiederà al Governo sgravi fiscali, e dunque a noi contribuenti sacrifici indiretti, per continuare a pagare le sue genti d’oro.

Dunque tre problemi attuali a speziare quello cosmico, e quasi un senso di assurdità, per non dire di complicità, a parlare del campionato – che finirà il 14 maggio del 2000, presto per preparare la partecipazione azzurra all’Europeo in Inghilterra – nei termini agonistici e tecnici consueti. Però, fatto sapere che sappiamo, è persino piacevole far finta che i temi primari siano quelli di sempre, e parlare di squadre, allenatori, calciatori, con domande comode, insieme banali e inevitabili, tipo: ce la farà il simpatico Milan di Zaccheroni, conferma in panchina, e di Shevchenko, novità in campo, a essere degno dell’amicizia degli dèi goduta nel finale dello scorso campionato, per di più dopo una blanda ma lodevole italianizzazione della "rosa"?

Ogni squadra è appesa a un interrogativo, che può essere gancio da macellaio o tirante da angelo del palcoscenico. L’Inter ci porta a chiederci se Lippi nuovo allenatore riuscirà a gestire insieme Vieri ipermiliardato, Panucci rifatto milanese ma nerazzurro, Jugovic riitalianizzato, Peruzzi de-juventinizzato. Interrogativi sulla Juventus un po’ rurale, molto ruvida, interessante anche perché non tronfia e perché di nuovo esaltabile da Del Piero, recuperato con la scienza medica e con il più grande contratto nella storia del pallone, 50 miliardi per cinque anni. Sul Parma che continua a spendere sperando di non dare sempre l’impressione di spandere. Sulla Lazio che tardi ha scoperto di avere al posto di Vieri tanti miliardi ma non un giocatore altrettanto valido come ariete. Sulla Fiorentina ancora e sempre Batistuta-dipendente. Sulla Roma che non sa mai dirsi chiaramente squadretta o squadrone, ma comunque ha in Capello allenatore l’acquisto più interessante.

E poi, per giocare al gioco del vecchio caro campionato: il Bologna interessante, capace di essere forte come nella scorsa stagione; il Torino tornato in A e promettente per via di acquisti indovinati e neppure costosissimi; l’Udinese capace di superare la partenza di Amoroso (Parma) e l’addio a Guidolin; il Bari ri-miracolabile da Fascetti; il Cagliari che non si è smagrito troppo di cessioni; Venezia, Verona, Piacenza (sempre tutto italiano: evviva), Perugia, Lecce e Reggina sembrano meno dotate di speranze logiche. Ma questo sempre pensando che il calcio sia quello di una volta...

Gian Paolo Ormezzano

freccia.gif (431 byte) Segue: «Non ci crederete ma mi diverto»

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