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Parla la signora Maria Dolores, madre di Silvia Baraldini: «Sono felice, una lunga battaglia è finita. Anche se mia figlia avrà altri 9 anni di carcere da scontare...»

«HA VOLUTO TORNARE
PER STARMI VICINA»

di FRANCA ZAMBONINI
    

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page La condanna (a 43 anni, poi ridotti a 25) per associazione cospirativa nel 1984; nel 1987 la mobilitazione, lanciata dalla sorella Marina dopo la visita al carcere speciale di Lexington. Ora il trasferimento in Italia, vicina a una madre che l’ha sempre attesa.

C'è un’ombra sulla gioia di Maria Dolores Baraldini: «Sono felice che Silvia torni in Italia. Ma a chi mi fa le congratulazioni, rispondo che deve restare in carcere altri 9 anni. Io ne ho 82, potrò mai vederla libera? Adesso non ci voglio pensare, mi basta di poter andare ogni domenica a incontrarla a Rebibbia».

Il carcere di Rebibbia è lontano dal centro di Roma, dove Maria Dolores abita. Ma lei ha già fatto i suoi piani: «Mi hanno detto che ci si arriva con la metropolitana, e la stazione sarebbe pure qui a due passi, però per me ci sono troppe scale. Sa, le gambe non mi reggono più, mi sono rotta un piede e poi un femore. Però sono d’accordo con la mia nipote Elena, la figlia della mia gemella mancata due anni fa. Mi ci porterà lei in macchina, tutte le domeniche. Grazie a Dio, è finita questa lotta durata più di 10 anni. Penso a come sarebbe contenta Marina...».

Marina, nata 5 anni dopo Silvia (che ne compirà 52 a dicembre), è l’altra sua pena: è morta in un incidente aereo mentre tornava dal Ciad, dove aveva guidato la commissione della Comunità europea per la lotta all’Aids in Africa. Era il 19 settembre del 1989. L’ultima telefonata arrivò la sera prima. «Marina mi disse che aveva finito le visite negli ospedali e tornava in Europa a cercare fondi per quel che serviva. Poi mi chiese: "Che notizie ci sono di Silvia?", le risposi che era tutto fermo. E lei: "Appena arrivo, ricomincio a darmi da fare". Invece non è mai arrivata. Dopo dissero che l’aereo era caduto per un attentato».

Fu Marina a cominciare la battaglia in favore della sorella. Il 15 febbraio del 1984, Silvia era stata condannata a 40 anni di carcere per associazione cospirativa con un gruppo di afro-americani, il Black liberation army, e per partecipazione a due loro azioni: l’evasione della militante nera Assaka Shakur (che riparò a Cuba, dove ora vive) e un tentativo di rapina. Due mesi dopo, le inflissero altri tre anni per oltraggio alla Corte in seguito al suo rifiuto di fare i nomi dei compagni di militanza. La condanna sembrò assai pesante rispetto ai reati (anche se in seguito è stata ridotta a 25 anni per buona condotta).

Silvia così me la spiegò, quando la intervistai nel carcere di Marianna, Florida, (Famiglia Cristiana n. 46 del 1992): «Dovevo collaborare con l’Fbi, questo è il punto vero. Quando sono stata arrestata, il 9 novembre del 1982, gli agenti della squadra antiterrorismo dell’Fbi mi hanno offerto 25.000 dollari per denunciare i compagni. Dopo la condanna sono tornati alla carica, e questa volta mi offrivano la libertà. Ho detto di no. Non si sono fatti più vivi. Forse aspettano un mio segnale. Ma per loro non ne ho. Non potrò mai scambiare la mia vita con quella degli altri».

La vicenda dell’italiana detenuta negli Stati Uniti non aveva trovato subito eco sui nostri giornali. Il "caso Baraldini", cioè le richieste del Governo italiano perché la pena venisse scontata in Italia secondo la Convenzione di Strasburgo, i comitati di solidarietà, le marce, gli appelli, verrà in seguito per interessamento di Marina. I ricordi di Maria Dolores sono precisi: «Tre anni dopo la condanna, Silvia fu trasferita dal carcere federale di Pleasanton al cosiddetto Hsu, che significa "Unità speciale di sicurezza", appena costruita a Lexington, nel Kentucky. La prima che riuscì ad avvicinarla fu Marina. Ne uscì sconvolta, subito mi disse: "Non possiamo più starcene zitte, quella non è una normale galera ma un luogo di tortura". E cominciò la battaglia».

A Lexington c’erano solo tre detenute, in celle sotterranee senza finestre, le pareti bianche, una luce accecante giorno e notte, nessun suono, nessun contatto umano se non con le guardie. Marina descrisse quell’incubo in un dossier, che fece girare nel Parlamento europeo dove lavorava; intervenne Amnesty International, i giornali Usa denunciarono l’inutile crudeltà e infine l’"Unità speciale" venne chiusa.

«Ma Silvia ne uscì distrutta nel morale e nel fisico. Il cancro cominciò a crescerle in quell’inferno. Fu operata l’anno dopo, nel carcere di Rochester, da un bravo chirurgo della clinica Mayo; era l’agosto del 1988, con due interventi successivi le vennero tolti utero e ovaie. Ora sta bene, sono passati 10 anni e mi ha telefonato che non deve più fare i controlli ogni sei mesi».

Maria Dolores ripensa ai suoi viaggi annuali negli Stati Uniti, un andirivieni nella mappa del dolore: «Mi fermavo dodici giorni, prendevo alloggio in quegli alberghetti che stanno vicino ai carceri per i parenti dei detenuti e aspettavo i permessi delle visite. L’ho seguita in tutti i suoi spostamenti, ne ho conosciuti di penitenziari. Prima quelli di New York e di Pleasanton; Lexington no, non mi fecero entrare; poi Rochester, dove vidi anche il chirurgo che l’aveva operata, ma da lontano perché non mi fu concesso di avvicinarmi a lui; di nuovo New York, poi Marianna, e negli ultimi quattro anni Danbury, nel Connecticut».

Le resta il timore delle regole penitenziarie: «No, dall’Italia non potevo portarle neanche uno spillo. Non era permesso far entrare né una maglia né un biscotto, anche la più semplice bibita bisognava comperarla alla macchinetta del parlatorio... Che dice, a Rebibbia saranno più tolleranti? Sono un po’ preoccupata. Sa, a Danbury Silvia si era abituata, è un carcere severo ma decente. Lì aveva la sua cella e i suoi libri, e poi insegnava l’inglese alle altre detenute, la maggior parte di lingua spagnola. Ora dovrà adattarsi al nuovo ambiente, ad altri regolamenti, e 9 anni sono lunghi. Ma ha fiducia, ne ha passate tante. La battaglia per tornare l’ha fatta per me, per starmi vicina ora che sono tanto vecchia. Adesso ci vedremo quattro volte al mese, questo mi dà forza».

In quell’intervista del 1992, Silvia così mi parlò della madre e della sorella: «Per lei e per Marina deve essere stato un gran passo, molto sofferto, quando hanno deciso di appoggiarmi. Mi sconvolge il pensiero che, se mai tornerò in Italia, non troverò più la mia povera sorella. Dopo la sua morte, mia madre è rimasta sola. Il mio desiderio di finire la pena in un carcere italiano è legato a lei: vorrei esserle vicina, anche se dalla prigione. Perché pure in prigione puoi inventarti una vita che ha valori e significato». La signora Maria Dolores ha saputo del rientro della figlia dalla Tv: «Al Tg5 hanno detto: "Torna in Italia Silvia Baraldini, condannata per atti di terrorismo". Mi fanno una rabbia. Silvia ha sbagliato con le sue idee, ma non ha ammazzato nessuno. Paga le scelte che ha fatto, e va bene, però non è una terrorista, non ha sangue sulle mani...».

Franca Zambonini
   

«Ma le prigioni italiane non sono certo un esempio»

L’avvocato Grazia Volo, 47 anni, siciliana di Caltanissetta, è una delle poche penaliste note in Italia. Nega che il rientro di Silvia Baraldini, dopo ben sei rifiuti del Governo americano, sia merito suo: «Gli avvocati servono a scegliere una strategia, io ho dato il mio contributo. Per il resto c’è stata una convergenza di opportunità».

  • Quali?

«La determinazione del presidente del Consiglio D’Alema, l’impegno del ministro di Grazia e Giustizia Diliberto e dell’ambasciatore americano Foglietta. E poi la scelta di una strada nuova. Per anni è stato chiesto il rientro in Italia di Silvia in base alla Convenzione di Strasburgo. Essa prevede che un detenuto possa scontare la pena nel Paese d’origine: prevede, ma non obbliga. Da questo è sortita solo una disputa senza fine. La strada nuova è stata questa: adeguare la sentenza americana all’ordinamento giudiziario penale vigente in Italia. In altre parole, abbiamo accettato la condanna a 43 anni, poi ridotti a 25 per buona condotta e altro, riconoscendone la validità. Ora Silvia può scontare il resto della pena in Italia, fino al 2008».

  • Si è detto che il rientro di Silvia rappresenti una specie di baratto per l’impunità dei responsabili della tragedia del Cermis. Come a dire: noi americani assolviamo il nostro pilota Ashby e per farci perdonare vi diamo indietro la vostra Baraldini. È così?

«Lo escludo. La domanda di rientro è partita il 18 gennaio e le trattative si sono rivelate subito favorevoli; mentre il verdetto di assoluzione di Ashby è stato emesso un mese e mezzo dopo, il 4 marzo. La svolta positiva, come mi ha detto Silvia, è stata che tutti ci hanno messo un po’ di buona volontà».

  • Lei pensa che Silvia si troverà bene in una prigione italiana, a parte il sacrosanto desiderio di star vicina alla madre?

«Non lo so. Noi continuiamo a pensare che gli altri siano incivili e noi i migliori, però è noto che le prigioni italiane non rappresentano un esempio nel mondo occidentale. Per Silvia, il trasferimento è un inizio. Ricomincia la seconda parte della sua vita nel Paese d’origine, dove non si sentirà sola perché avrà la madre e tanti amici. Voglio dire che c’è poco da cantar vittoria quando ti aspettano altri 9 anni di galera dopo che ne hai già scontati 16. Però si apre una nuova opportunità, e Silvia è piena di gratitudine per tutti quelli che l’hanno aiutata. Ho letto in questi giorni la polemica sul fatto che lei non ha mai denunciato i compagni, come fanno da noi i cosiddetti pentiti, e credo che adesso sarebbe meglio lasciarla un po’ in pace».

f.z.

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