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La condanna (a 43 anni,
poi ridotti a 25) per associazione cospirativa nel 1984; nel 1987 la mobilitazione,
lanciata dalla sorella Marina dopo la visita al carcere speciale di Lexington. Ora il
trasferimento in Italia, vicina a una madre che lha sempre attesa. C'è unombra
sulla gioia di Maria Dolores Baraldini: «Sono felice che Silvia torni in Italia. Ma a chi
mi fa le congratulazioni, rispondo che deve restare in carcere altri 9 anni. Io ne ho 82,
potrò mai vederla libera? Adesso non ci voglio pensare, mi basta di poter andare ogni
domenica a incontrarla a Rebibbia».
Il carcere di Rebibbia è lontano dal centro di Roma, dove Maria
Dolores abita. Ma lei ha già fatto i suoi piani: «Mi hanno detto che ci si arriva con la
metropolitana, e la stazione sarebbe pure qui a due passi, però per me ci sono troppe
scale. Sa, le gambe non mi reggono più, mi sono rotta un piede e poi un femore. Però
sono daccordo con la mia nipote Elena, la figlia della mia gemella mancata due anni
fa. Mi ci porterà lei in macchina, tutte le domeniche. Grazie a Dio, è finita questa
lotta durata più di 10 anni. Penso a come sarebbe contenta Marina...».
Marina, nata 5 anni dopo Silvia (che ne compirà 52 a dicembre), è
laltra sua pena: è morta in un incidente aereo mentre tornava dal Ciad, dove aveva
guidato la commissione della Comunità europea per la lotta allAids in Africa. Era
il 19 settembre del 1989. Lultima telefonata arrivò la sera prima. «Marina mi
disse che aveva finito le visite negli ospedali e tornava in Europa a cercare fondi per
quel che serviva. Poi mi chiese: "Che notizie ci sono di Silvia?", le risposi
che era tutto fermo. E lei: "Appena arrivo, ricomincio a darmi da fare". Invece
non è mai arrivata. Dopo dissero che laereo era caduto per un attentato».
Fu Marina a cominciare la battaglia in favore della sorella. Il 15
febbraio del 1984, Silvia era stata condannata a 40 anni di carcere per associazione
cospirativa con un gruppo di afro-americani, il Black liberation army, e per
partecipazione a due loro azioni: levasione della militante nera Assaka Shakur (che
riparò a Cuba, dove ora vive) e un tentativo di rapina. Due mesi dopo, le inflissero
altri tre anni per oltraggio alla Corte in seguito al suo rifiuto di fare i nomi dei
compagni di militanza. La condanna sembrò assai pesante rispetto ai reati (anche se in
seguito è stata ridotta a 25 anni per buona condotta).
Silvia così me la spiegò, quando la intervistai nel carcere di
Marianna, Florida, (Famiglia Cristiana n. 46 del 1992): «Dovevo collaborare con
lFbi, questo è il punto vero. Quando sono stata arrestata, il 9 novembre del 1982,
gli agenti della squadra antiterrorismo dellFbi mi hanno offerto 25.000 dollari per
denunciare i compagni. Dopo la condanna sono tornati alla carica, e questa volta mi
offrivano la libertà. Ho detto di no. Non si sono fatti più vivi. Forse aspettano un mio
segnale. Ma per loro non ne ho. Non potrò mai scambiare la mia vita con quella degli
altri».
La vicenda dellitaliana detenuta negli Stati Uniti non aveva
trovato subito eco sui nostri giornali. Il "caso Baraldini", cioè le richieste
del Governo italiano perché la pena venisse scontata in Italia secondo la Convenzione di
Strasburgo, i comitati di solidarietà, le marce, gli appelli, verrà in seguito per
interessamento di Marina. I ricordi di Maria Dolores sono precisi: «Tre anni dopo la
condanna, Silvia fu trasferita dal carcere federale di Pleasanton al cosiddetto Hsu,
che significa "Unità speciale di sicurezza", appena costruita a Lexington, nel
Kentucky. La prima che riuscì ad avvicinarla fu Marina. Ne uscì sconvolta, subito mi
disse: "Non possiamo più starcene zitte, quella non è una normale galera ma un
luogo di tortura". E cominciò la battaglia».
A Lexington cerano solo tre detenute, in celle sotterranee
senza finestre, le pareti bianche, una luce accecante giorno e notte, nessun suono, nessun
contatto umano se non con le guardie. Marina descrisse quellincubo in un dossier,
che fece girare nel Parlamento europeo dove lavorava; intervenne Amnesty International, i
giornali Usa denunciarono linutile crudeltà e infine l"Unità
speciale" venne chiusa.
«Ma Silvia ne uscì distrutta nel morale e nel fisico. Il cancro
cominciò a crescerle in quellinferno. Fu operata lanno dopo, nel carcere di
Rochester, da un bravo chirurgo della clinica Mayo; era lagosto del 1988, con due
interventi successivi le vennero tolti utero e ovaie. Ora sta bene, sono passati 10 anni e
mi ha telefonato che non deve più fare i controlli ogni sei mesi».
Maria Dolores ripensa ai suoi viaggi annuali negli Stati Uniti, un
andirivieni nella mappa del dolore: «Mi fermavo dodici giorni, prendevo alloggio in
quegli alberghetti che stanno vicino ai carceri per i parenti dei detenuti e aspettavo i
permessi delle visite. Lho seguita in tutti i suoi spostamenti, ne ho conosciuti di
penitenziari. Prima quelli di New York e di Pleasanton; Lexington no, non mi fecero
entrare; poi Rochester, dove vidi anche il chirurgo che laveva operata, ma da
lontano perché non mi fu concesso di avvicinarmi a lui; di nuovo New York, poi Marianna,
e negli ultimi quattro anni Danbury, nel Connecticut».
Le resta il timore delle regole penitenziarie: «No,
dallItalia non potevo portarle neanche uno spillo. Non era permesso far entrare né
una maglia né un biscotto, anche la più semplice bibita bisognava comperarla alla
macchinetta del parlatorio... Che dice, a Rebibbia saranno più tolleranti? Sono un
po preoccupata. Sa, a Danbury Silvia si era abituata, è un carcere severo ma
decente. Lì aveva la sua cella e i suoi libri, e poi insegnava linglese alle altre
detenute, la maggior parte di lingua spagnola. Ora dovrà adattarsi al nuovo ambiente, ad
altri regolamenti, e 9 anni sono lunghi. Ma ha fiducia, ne ha passate tante. La battaglia
per tornare lha fatta per me, per starmi vicina ora che sono tanto vecchia. Adesso
ci vedremo quattro volte al mese, questo mi dà forza».
In quellintervista del 1992, Silvia così mi parlò della
madre e della sorella: «Per lei e per Marina deve essere stato un gran passo, molto
sofferto, quando hanno deciso di appoggiarmi. Mi sconvolge il pensiero che, se mai
tornerò in Italia, non troverò più la mia povera sorella. Dopo la sua morte, mia madre
è rimasta sola. Il mio desiderio di finire la pena in un carcere italiano è legato a
lei: vorrei esserle vicina, anche se dalla prigione. Perché pure in prigione puoi
inventarti una vita che ha valori e significato». La signora Maria Dolores ha saputo del
rientro della figlia dalla Tv: «Al Tg5 hanno detto: "Torna in Italia Silvia
Baraldini, condannata per atti di terrorismo". Mi fanno una rabbia. Silvia ha
sbagliato con le sue idee, ma non ha ammazzato nessuno. Paga le scelte che ha fatto, e va
bene, però non è una terrorista, non ha sangue sulle mani...».
Franca Zambonini
«Ma le
prigioni italiane non sono certo un esempio»
Lavvocato Grazia Volo, 47 anni, siciliana di
Caltanissetta, è una delle poche penaliste note in Italia. Nega che il rientro di Silvia
Baraldini, dopo ben sei rifiuti del Governo americano, sia merito suo: «Gli avvocati
servono a scegliere una strategia, io ho dato il mio contributo. Per il resto cè
stata una convergenza di opportunità».
«La determinazione del presidente del Consiglio
DAlema, limpegno del ministro di Grazia e Giustizia Diliberto e
dellambasciatore americano Foglietta. E poi la scelta di una strada nuova. Per anni
è stato chiesto il rientro in Italia di Silvia in base alla Convenzione di Strasburgo.
Essa prevede che un detenuto possa scontare la pena nel Paese dorigine: prevede, ma
non obbliga. Da questo è sortita solo una disputa senza fine. La strada nuova è stata
questa: adeguare la sentenza americana allordinamento giudiziario penale vigente in
Italia. In altre parole, abbiamo accettato la condanna a 43 anni, poi ridotti a 25 per
buona condotta e altro, riconoscendone la validità. Ora Silvia può scontare il resto
della pena in Italia, fino al 2008».
- Si è detto che il rientro di Silvia rappresenti una
specie di baratto per limpunità dei responsabili della tragedia del Cermis. Come a
dire: noi americani assolviamo il nostro pilota Ashby e per farci perdonare vi diamo
indietro la vostra Baraldini. È così?
«Lo escludo. La domanda di rientro è partita il 18
gennaio e le trattative si sono rivelate subito favorevoli; mentre il verdetto di
assoluzione di Ashby è stato emesso un mese e mezzo dopo, il 4 marzo. La svolta positiva,
come mi ha detto Silvia, è stata che tutti ci hanno messo un po di buona
volontà».
- Lei pensa che Silvia si troverà bene in una
prigione italiana, a parte il sacrosanto desiderio di star vicina alla madre?
«Non lo so. Noi continuiamo a pensare che gli altri siano
incivili e noi i migliori, però è noto che le prigioni italiane non rappresentano un
esempio nel mondo occidentale. Per Silvia, il trasferimento è un inizio. Ricomincia la
seconda parte della sua vita nel Paese dorigine, dove non si sentirà sola perché
avrà la madre e tanti amici. Voglio dire che cè poco da cantar vittoria quando ti
aspettano altri 9 anni di galera dopo che ne hai già scontati 16. Però si apre una nuova
opportunità, e Silvia è piena di gratitudine per tutti quelli che lhanno aiutata.
Ho letto in questi giorni la polemica sul fatto che lei non ha mai denunciato i compagni,
come fanno da noi i cosiddetti pentiti, e credo che adesso sarebbe meglio lasciarla un
po in pace».
f.z. |
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