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«Basta, la faccio finita con lo scoutismo». Quella mattina, stremato dalla
lotta con le acque melmose del Febbraro per strappare alla morte le "sue"
ragazze, divorato dai morsi della febbre, dopo che la tragedia si era consumata e al campo
non restava che piangere la scomparsa di Martina, Anna e Giulia, Francesco Vinco, il
caporeparto del gruppo Verona 8, responsabile del campo scout in Val Chiavenna, ora
indagato per omicidio colposo, confessa che voleva mollare.
Dieci giorni dopo Francesco, Franz per tutti, ha cambiato idea e
rompe per la prima volta il silenzio su quella maledetta notte dagosto. «Non sono
più convinto di lasciare, perché le manifestazioni di solidarietà che ho ricevuto, a
cominciare da quelle dei genitori delle ragazze scomparse, mhanno fatto pensare:
mollare adesso vorrebbe dire scappare, non dare significato a queste tre morti».

Scout a Castel dAzzano, ai funerali delle
ragazze decedute nel campo in Val Chiavenna.
Trentenne veronese, laureato in Astrofisica, assunto da un anno come
programmatore, appassionato di montagna e di meteorologia alpina, considerato da tutti un
ragazzo scrupoloso, Francesco è cresciuto in una di quelle famiglie dove i princìpi
religiosi diventano anche scelte concrete di vita: i genitori, che trascorsero sei anni
nel Ciad quando i missionari laici erano ancora pochissimi, sono stati una delle prime
coppie in Italia a prendere un bambino in affido. Limpegno, per Franz, è dunque una
"malattia" genetica. Dopo lanimazione nella parrocchia di Castel
dAzzano, nel 1992 Francesco inizia lesperienza in Agesci.
- Che cosa lha attirata dello scoutismo?
«Lattenzione per la natura. La possibilità, che mi mancava
in parrocchia, di realizzare subito qualcosa per gli altri. Mi attirava poi la
responsabilità che ti viene data dalla comunità dei capi».
- Il responsabile scout deve prevedere ciò che può accadere in un
campo. Come avevate preparato quello di Val Chiavenna?
«Ero andato a vederlo per la prima volta già ad agosto
dellanno scorso. Poi ho fatto una serie di giri lì attorno per vedere bene il
posto. Quindi vi sono tornato con i capi squadriglia i primi di ottobre. E lì abbiamo
deciso la collocazione delle tende. Poi, durante linverno, abbiamo progettato il
campo nei suoi vari aspetti: dalla costruzione dei tavoli allambientazione, che
questanno era il Far West».
- Parliamo delle sopraelevate, le palafitte su cui sono poste le tende:
avevate già progettato il loro posizionamento sul greto del torrente?
«Sì, lidea cera venuta ancora ad ottobre».

Una delle "sopraelevate".
«Costruirne sì, è normale. È un modo per provare le capacità
costruttive dei ragazzi. Esistono molti manuali che ne spiegano le modalità. Porle sui
torrenti, invece, non saprei. È stata la prima volta che lho fatto. Ma vorrei
precisare che le sopraelevate erano solo in parte sul torrente, e in parte collocate sul
bagnasciuga, per potervi salire dallasciutto».
- Avevate considerato i rischi di tale collocazione?
«Avevamo previsto leventualità che il torrente potesse
ingrossarsi, non abbiamo previsto di quanto. Solo questo ho sottovalutato».
- E si poteva prevedere quanto accaduto?
«No. Quella sera il torrente non portava solo acqua ma pantano. È
venuto giù di tutto. Prova ne sono le dichiarazioni dei primi soccorritori che hanno
visto la diga a valle del campo: non avevano mai visto lacqua così marrone. Sono
convinto che, se fosse venuta giù solo acqua, non sarebbe successo nulla».
- Più di un responsabile scout ha definito "imprudente" la
costruzione di sopraelevate su un torrente. I manuali scout danno indicazioni in
proposito?
«Ripeto: le sopraelevate erano in parte anche sul bagnasciuga. Ed
ero stato proprio io a dire: teniamole il più a riva possibile. Sulla loro collocazione,
invece, non ho mai letto nulla, pur conoscendo molti testi».

In questa lettera si legge: «Dio ferisce e poi fascia
le ferite.
Chi ti dà coraggio è un ottantenne, per cinquantanni scout».
- Quando si è accorto che la situazione era pericolosa, quella sera?
«Noi capi siamo andati a letto alle due di notte, i ragazzi
alluna, quando ha iniziato a piovere. Ma per tutta la settimana, anche se non
ininterrottamente, aveva piovuto e le condizioni del torrente non erano mai peggiorate
molto: il livello si alzava di poche dita e poi calava. Niente di preoccupante. Dopo aver
sistemato i genitori appena arrivati, ho fatto gli ultimi controlli delle due tendine
piantate per loro, e sono andato a letto. Sono stato nel dormiveglia fino alle quattro
circa. Ma sentendo che non smetteva di piovere ho deciso di andare a vedere fuori».

Francesco Vinco davanti alle tante lettere di
solidarietà e di incoraggiamento che gli sono state inviate da scout di
tutt'Italia dopo la tragedia nel campo in Val Chiavenna.
«Che in effetti il torrente era alto, ma non più degli altri
giorni. Sera alzato anche il giorno prima e avevamo già controllato le strutture,
che non ci fossero rami incastrati alla base. Di diverso cera il pantano. Sono
rimasto fuori tre quarti dora. Speravo che smettesse di piovere perché il giorno
dopo dovevamo smontare il campo. A un certo punto sono andato a monte per vedere la prima
sopraelevata e ho avuto listinto di correre giù verso la tenda di mezzo, come
avessi un presentimento. E arrivato lì, la tenda non cera più. Ero terrorizzato.
Non ho fatto a tempo a chiedermi che fine avesse fatto, che ho sentito delle voci dalla
tenda di sotto e ho visto la seconda galleggiare, mentre la terza era ancora in piedi».
- In che condizioni era la seconda tenda?
«Non era girata rispetto al verso in cui era stata posta. Perciò
non cè stato il cedimento di uno dei treppiedi, come qualcuno invece ha ipotizzato.
Ciò avvalora il fatto che devesserci stato qualcosa che è venuto giù e che ha
spostato di netto tutta la tenda. Ho urlato perché le ragazze si svegliassero. Mi sono
buttato in acqua, ho iniziato a farle uscire dalla tenda, quando ha ceduto anche la
sopraelevata più a valle e lacqua ha cominciato a coprirla. Allora sono salito sul
treppiede verso riva e col coltellino ho tagliato la tenda. Penso che altrimenti sarebbero
annegate. Lì ne dormivano sei. In quella tenda è morta una ragazza che non ho proprio
visto, e forse non sè accorta di nulla. Una di loro mè scivolata di mano ed
è stata trascinata dalla corrente tre o quattro metri più giù. Mi sono buttato,
lho ripresa e sono riuscito a riportarla sopra il treppiede, e lì ho perso la
pila».
- Dopodiché è tornato sulla seconda tenda?
«Sì. Cerano sei ragazze anche in questa. Una lavevo
già tirata fuori. Due le ho fatte uscire in quel momento, altre due erano bloccate. Ma il
livello dellacqua è aumentato e i teli hanno iniziato a coprirne una che non ho
più visto. Allora sono passato allaltra, Chiara, bloccata alle gambe da un palo.
Riusciva a tenersi su con le mani. È ancora salito il livello dellacqua, che ormai
le arrivava al collo. Mi sono fatto aiutare da unaltra ragazza: le teneva la testa
fuori dellacqua mentre io, col coltello, cercavo di liberarla, tagliando il telo
della tenda. Sarò rimasto lì una decina di minuti, non riuscivo a smuovere la tenda e ci
si vedeva poco o nulla perché avevamo ununica pila. Poi lacqua è calata un
po. Ho rincuorato Chiara, finché sono riuscito a estrarla. Mi sono ributtato in
acqua e ho fatto ponte con le ragazze che aspettavano sul treppiede: fino a riva
cerano ancora due metri dacqua, non profonda, ma la corrente era forte.
Sentivo graffiarmi le gambe perché scendeva di tutto. Quindi ho preso le ragazze una a
una e le ho portate a riva. Sapevo già di averne perse tre. Anna lho vista morire,
stava nella tenda di mezzo, ho tentato di tirarla su ma era bloccata. È arrivata
unonda e non lho più vista. E in quel momento ho dovuto scegliere tra lei e
unaltra ragazza».
- Quanto è durato il tutto?
«Non più di 20 minuti. Alla fine non avevo più forze. Ci siamo
radunati tutti nel saloon. Quando ladrenalina è scesa ho iniziato ad avere i
brividi e a pensare. Albeggiava. Se avesse fatto chiaro anche solo qualche minuto prima,
forse...».
«In quei momenti, penso che di più non avrei potuto fare. Se non
avessi costruito lì le sopraelevate, forse... Ma sono "se" che vengono dopo.
Dubito assai che si riesca a capire che cosa sia davvero accaduto quella notte. Il livello
dellacqua era ancora molto al di sotto delle tende, escludo perciò una piena
eccezionale».
- Qual è stata la cosa che le ha fatto più male in questi giorni?
«La notizia, del tutto falsa, che le tre ragazze erano andate a
dormire da sole. E quei tre nomi usciti troppo presto sul Televideo».
- Lo scout è un amante della natura o del rischio?
«Dopo la tragedia sè fatto a gara nel "dagli allo
scout". Non è vero che per noi la natura non ha pericoli: anzi, li conosciamo bene.
Non cerchiamo nemmeno lesperienza estrema, non siamo dei Rambo, e neanche dei
buonisti, per i quali la natura è tutta bella, facile».
- Le era già capitato di vedere la morte in faccia?
«Sì, presto anche servizio in Croce rossa. E sono più volte
arrivato sul luogo di incidenti mortali. Ma quello che ti resta dentro per sempre, più
che la vista di un cadavere, è il volto di quelli che rimangono».
Alberto Laggia |