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ESCLUSIVO - Per la prima volta Francesco Vinco, responsabile del campo scout Verona 8, racconta la notte della tragedia

«E SUL FIUME QUELLA TENDA
NON C’ERA PIÙ»

di ALBERTO LAGGIA - foto di Albino Scalcione
    

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page

«Basta, la faccio finita con lo scoutismo». Quella mattina, stremato dalla lotta con le acque melmose del Febbraro per strappare alla morte le "sue" ragazze, divorato dai morsi della febbre, dopo che la tragedia si era consumata e al campo non restava che piangere la scomparsa di Martina, Anna e Giulia, Francesco Vinco, il caporeparto del gruppo Verona 8, responsabile del campo scout in Val Chiavenna, ora indagato per omicidio colposo, confessa che voleva mollare.

Dieci giorni dopo Francesco, Franz per tutti, ha cambiato idea e rompe per la prima volta il silenzio su quella maledetta notte d’agosto. «Non sono più convinto di lasciare, perché le manifestazioni di solidarietà che ho ricevuto, a cominciare da quelle dei genitori delle ragazze scomparse, m’hanno fatto pensare: mollare adesso vorrebbe dire scappare, non dare significato a queste tre morti».

Scout a Castel d’Azzano, ai funerali delle ragazze decedute nel campo in Val Chiavenna.
Scout a Castel d’Azzano, ai funerali delle ragazze decedute nel campo in Val Chiavenna.

Trentenne veronese, laureato in Astrofisica, assunto da un anno come programmatore, appassionato di montagna e di meteorologia alpina, considerato da tutti un ragazzo scrupoloso, Francesco è cresciuto in una di quelle famiglie dove i princìpi religiosi diventano anche scelte concrete di vita: i genitori, che trascorsero sei anni nel Ciad quando i missionari laici erano ancora pochissimi, sono stati una delle prime coppie in Italia a prendere un bambino in affido. L’impegno, per Franz, è dunque una "malattia" genetica. Dopo l’animazione nella parrocchia di Castel d’Azzano, nel 1992 Francesco inizia l’esperienza in Agesci.

  • Che cosa l’ha attirata dello scoutismo?

«L’attenzione per la natura. La possibilità, che mi mancava in parrocchia, di realizzare subito qualcosa per gli altri. Mi attirava poi la responsabilità che ti viene data dalla comunità dei capi».

  • Il responsabile scout deve prevedere ciò che può accadere in un campo. Come avevate preparato quello di Val Chiavenna?

«Ero andato a vederlo per la prima volta già ad agosto dell’anno scorso. Poi ho fatto una serie di giri lì attorno per vedere bene il posto. Quindi vi sono tornato con i capi squadriglia i primi di ottobre. E lì abbiamo deciso la collocazione delle tende. Poi, durante l’inverno, abbiamo progettato il campo nei suoi vari aspetti: dalla costruzione dei tavoli all’ambientazione, che quest’anno era il Far West».

  • Parliamo delle sopraelevate, le palafitte su cui sono poste le tende: avevate già progettato il loro posizionamento sul greto del torrente?

«Sì, l’idea c’era venuta ancora ad ottobre».

Una delle "sopraelevate".
Una delle "sopraelevate".

  • Ma è normale farlo?

«Costruirne sì, è normale. È un modo per provare le capacità costruttive dei ragazzi. Esistono molti manuali che ne spiegano le modalità. Porle sui torrenti, invece, non saprei. È stata la prima volta che l’ho fatto. Ma vorrei precisare che le sopraelevate erano solo in parte sul torrente, e in parte collocate sul bagnasciuga, per potervi salire dall’asciutto».

  • Avevate considerato i rischi di tale collocazione?

«Avevamo previsto l’eventualità che il torrente potesse ingrossarsi, non abbiamo previsto di quanto. Solo questo ho sottovalutato».

  • E si poteva prevedere quanto accaduto?

«No. Quella sera il torrente non portava solo acqua ma pantano. È venuto giù di tutto. Prova ne sono le dichiarazioni dei primi soccorritori che hanno visto la diga a valle del campo: non avevano mai visto l’acqua così marrone. Sono convinto che, se fosse venuta giù solo acqua, non sarebbe successo nulla».

  • Più di un responsabile scout ha definito "imprudente" la costruzione di sopraelevate su un torrente. I manuali scout danno indicazioni in proposito?

«Ripeto: le sopraelevate erano in parte anche sul bagnasciuga. Ed ero stato proprio io a dire: teniamole il più a riva possibile. Sulla loro collocazione, invece, non ho mai letto nulla, pur conoscendo molti testi».

In questa lettera si legge: «Dio ferisce e poi fascia le ferite. Chi ti dà coraggio è un ottantenne, per cinquant’anni scout».
In questa lettera si legge: «Dio ferisce e poi fascia le ferite.
Chi ti dà coraggio è un ottantenne, per cinquant’anni scout».

  • Quando si è accorto che la situazione era pericolosa, quella sera?

«Noi capi siamo andati a letto alle due di notte, i ragazzi all’una, quando ha iniziato a piovere. Ma per tutta la settimana, anche se non ininterrottamente, aveva piovuto e le condizioni del torrente non erano mai peggiorate molto: il livello si alzava di poche dita e poi calava. Niente di preoccupante. Dopo aver sistemato i genitori appena arrivati, ho fatto gli ultimi controlli delle due tendine piantate per loro, e sono andato a letto. Sono stato nel dormiveglia fino alle quattro circa. Ma sentendo che non smetteva di piovere ho deciso di andare a vedere fuori».

Francesco Vinco davanti alle tante lettere di solidarietà e di incoraggiamento che gli sono state inviate da scout di tutt'Italia dopo la tragedia nel campo in Val Chiavenna.
Francesco Vinco davanti alle tante lettere di solidarietà e di incoraggiamento che gli sono state inviate da scout di tutt'Italia dopo la tragedia nel campo in Val Chiavenna.

  • E che cosa ha visto?

«Che in effetti il torrente era alto, ma non più degli altri giorni. S’era alzato anche il giorno prima e avevamo già controllato le strutture, che non ci fossero rami incastrati alla base. Di diverso c’era il pantano. Sono rimasto fuori tre quarti d’ora. Speravo che smettesse di piovere perché il giorno dopo dovevamo smontare il campo. A un certo punto sono andato a monte per vedere la prima sopraelevata e ho avuto l’istinto di correre giù verso la tenda di mezzo, come avessi un presentimento. E arrivato lì, la tenda non c’era più. Ero terrorizzato. Non ho fatto a tempo a chiedermi che fine avesse fatto, che ho sentito delle voci dalla tenda di sotto e ho visto la seconda galleggiare, mentre la terza era ancora in piedi».

  • In che condizioni era la seconda tenda?

«Non era girata rispetto al verso in cui era stata posta. Perciò non c’è stato il cedimento di uno dei treppiedi, come qualcuno invece ha ipotizzato. Ciò avvalora il fatto che dev’esserci stato qualcosa che è venuto giù e che ha spostato di netto tutta la tenda. Ho urlato perché le ragazze si svegliassero. Mi sono buttato in acqua, ho iniziato a farle uscire dalla tenda, quando ha ceduto anche la sopraelevata più a valle e l’acqua ha cominciato a coprirla. Allora sono salito sul treppiede verso riva e col coltellino ho tagliato la tenda. Penso che altrimenti sarebbero annegate. Lì ne dormivano sei. In quella tenda è morta una ragazza che non ho proprio visto, e forse non s’è accorta di nulla. Una di loro m’è scivolata di mano ed è stata trascinata dalla corrente tre o quattro metri più giù. Mi sono buttato, l’ho ripresa e sono riuscito a riportarla sopra il treppiede, e lì ho perso la pila».

  • Dopodiché è tornato sulla seconda tenda?

«Sì. C’erano sei ragazze anche in questa. Una l’avevo già tirata fuori. Due le ho fatte uscire in quel momento, altre due erano bloccate. Ma il livello dell’acqua è aumentato e i teli hanno iniziato a coprirne una che non ho più visto. Allora sono passato all’altra, Chiara, bloccata alle gambe da un palo. Riusciva a tenersi su con le mani. È ancora salito il livello dell’acqua, che ormai le arrivava al collo. Mi sono fatto aiutare da un’altra ragazza: le teneva la testa fuori dell’acqua mentre io, col coltello, cercavo di liberarla, tagliando il telo della tenda. Sarò rimasto lì una decina di minuti, non riuscivo a smuovere la tenda e ci si vedeva poco o nulla perché avevamo un’unica pila. Poi l’acqua è calata un po’. Ho rincuorato Chiara, finché sono riuscito a estrarla. Mi sono ributtato in acqua e ho fatto ponte con le ragazze che aspettavano sul treppiede: fino a riva c’erano ancora due metri d’acqua, non profonda, ma la corrente era forte. Sentivo graffiarmi le gambe perché scendeva di tutto. Quindi ho preso le ragazze una a una e le ho portate a riva. Sapevo già di averne perse tre. Anna l’ho vista morire, stava nella tenda di mezzo, ho tentato di tirarla su ma era bloccata. È arrivata un’onda e non l’ho più vista. E in quel momento ho dovuto scegliere tra lei e un’altra ragazza».

  • Quanto è durato il tutto?

«Non più di 20 minuti. Alla fine non avevo più forze. Ci siamo radunati tutti nel saloon. Quando l’adrenalina è scesa ho iniziato ad avere i brividi e a pensare. Albeggiava. Se avesse fatto chiaro anche solo qualche minuto prima, forse...».

  • Si rimprovera qualcosa?

«In quei momenti, penso che di più non avrei potuto fare. Se non avessi costruito lì le sopraelevate, forse... Ma sono "se" che vengono dopo. Dubito assai che si riesca a capire che cosa sia davvero accaduto quella notte. Il livello dell’acqua era ancora molto al di sotto delle tende, escludo perciò una piena eccezionale».

  • Qual è stata la cosa che le ha fatto più male in questi giorni?

«La notizia, del tutto falsa, che le tre ragazze erano andate a dormire da sole. E quei tre nomi usciti troppo presto sul Televideo».

  • Lo scout è un amante della natura o del rischio?

«Dopo la tragedia s’è fatto a gara nel "dagli allo scout". Non è vero che per noi la natura non ha pericoli: anzi, li conosciamo bene. Non cerchiamo nemmeno l’esperienza estrema, non siamo dei Rambo, e neanche dei buonisti, per i quali la natura è tutta bella, facile».

  • Le era già capitato di vedere la morte in faccia?

«Sì, presto anche servizio in Croce rossa. E sono più volte arrivato sul luogo di incidenti mortali. Ma quello che ti resta dentro per sempre, più che la vista di un cadavere, è il volto di quelli che rimangono».

Alberto Laggia

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