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Genova - La diagnosi di Adriano Sansa.

QUELLE TOGHE DA RAMMENDARE

di FRANCESCO ANFOSSI
    

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page Per il magistrato, che è stato anche sindaco della città ligure, occorre innanzitutto aumentare le risorse destinate alla giustizia.

Nessuno come Adriano Sansa può spiegare le due facce di Genova, la città con meno crimini d’Italia e col più alto numero di errori giudiziari. Due fenomeni contrapposti, che può analizzare a fondo in virtù della sua duplice veste di presidente della Seconda sezione penale della Corte d’Appello della città e del suo recentissimo passato di sindaco.

Il tribunale di Genova, in fondo, può diventare lo specchio opaco della giustizia italiana: non c’è molta differenza con gli altri tribunali del nostro Paese. «Vede, gli errori sono figli anche della fretta. Noi giudici, a Genova come altrove, possiamo discutere in un giorno di 30, 40 anni di reclusione da infliggere agli imputati», spiega il magistrato; «se divento frettoloso e sbaglio, faccio una cosa tremenda. Se infliggo una pena di sette anni a un innocente accusato di spaccio, commetto un danno di proporzioni tragiche, come il chirurgo che opera la gamba sbagliata». I troppi errori giudiziari sono probabilmente l’effetto della mole impressionante di lavoro arretrato.

«Le faccio un esempio: si è detto che con la riforma del giudice monocratico, che affida molti processi a un magistrato anziché a tre, i tribunali renderanno almeno il doppio. Peccato si siano dimenticati delle Corti d’Appello, il cui personale è sempre lo stesso. Non è stato infatti previsto un corrispondente aumento di organico. E così abbiamo la matematica certezza che, se i processi di primo grado si snelliranno e diverranno più rapidi, il lavoro dei magistrati d’Appello verrà raddoppiato e si arenerà. Insomma: la causa civile o penale sarà veloce in primo grado, ma si fermerà in Appello a causa della mancanza di organico nei ranghi dei giudici di queste sezioni. Possibile che il Parlamento della Repubblica e il ministro della Giustizia Diliberto non se ne siano accorti?».

  • Le proposte di riforma contribuiranno a migliorare la situazione?

«Bisogna distinguere: alcune, come la proposta di esecuzione della pena a partire dal processo di primo grado, resa pubblica per conto del Csm dal presidente del Tribunale di sorveglianza di Torino Vaudano, sono interessanti, poiché la limitano in sostanza ai casi di sanzioni diverse dalla detenzione in carcere. Altre mi paiono insidiose. Mi sembra che si intervenga un po’ troppo e un po’ confusamente su questa materia. In ogni caso si tratta di soluzioni da pronto soccorso, che non giovano all’effettiva soluzione dei mali».

  • Pronto soccorso?

«Quando c’è un’epidemia, non la si affronta solo ricorrendo al pronto soccorso, ma disponendo di ospedali adeguatamente attrezzati. Voglio dire che quelle che hanno caratterizzato il dibattito dei giorni scorsi sono tutte misure d’urgenza, che non vanno alla radice dei problemi del nostro ordinamento».

  • E qual è la radice?

«Le risorse da investire. In Italia si spende troppo poco per la giustizia, molto meno che nel resto d’Europa. Le riforme, quelle vere, costano un sacco di soldi. Inutile sancire la distinzione tra giudice per le indagini preliminari e giudice per l’udienza preliminare, se non si aumentano anche gli organici. Ma i concorsi sono sporadici e lentissimi. Al tribunale di Genova si fa fatica a far battere una lettera a macchina, mentre la malavita organizzata ormai lavora con i computer. Intendiamoci: la giustizia per me non è alla bancarotta, ma ha bisogno di serie riforme».

  • Eppure bancarotta è una parola usata spesso dai magistrati.

«Credo che sia da interpretare come la spia di un sentimento di angoscia, di impotenza. Lo stesso che pervade certi miei colleghi prossimi alla pensione, che ormai non ci credono più, convinti di non poter più smaltire l’arretrato. Del resto, ciò che ci rende più lontani dall’Europa è proprio il livello di illegalità, la potenza della malavita organizzata e il dissesto dell’apparato giudiziario. Ormai i tempi medi di un processo civile sono di dieci anni. Non mi stupisco affatto che a Gela si dica che lo Stato non riesce a imporre le sue leggi. Ma il problema ormai non riguarda solo il Sud, anche a Nord-Est la situazione per certi aspetti non è molto diversa. Questo non è più ammissibile, anche perché il funzionamento dell’economia è condizionato dalle regole. Dopo aver battuto l’inflazione, il primo obiettivo dev’essere battere l’illegalità. Io credo che sia venuto il momento di fare un vero e proprio appello sulla giustizia. Ma, ripeto, con ricette strutturali, non di emergenza. Abbiamo depenalizzato fin troppi reati, se vogliamo possiamo semplificare ancora il Codice penale, ma questa strada non ha molti altri spazi. A un certo punto bisognerà mettere mano alla riorganizzazione dell’apparato giudiziario: non dimentichiamo che i più deboli (che siano imputati o parti offese) pagano molto di più la crisi della giustizia».

  • Genova vanta il minor numero di crimini in Italia.

«Genova ha una economia stagnante e un andamento demografico discendente, e quindi ha poca attrattiva sull’immigrazione, a differenza di Milano e Torino. Per cui viene a mancare la componente malavitosa che accompagna l’immigrazione tumultuosa e disordinata. Queste ragioni non sono consolanti. Però c’è anche il fatto che Polizia e Carabinieri hanno lavorato molto bene per il recupero del centro storico, dove vivono genti di diverse etnie ben inserite tra la cittadinanza, purché in regola con la legge. Anche il progressivo e certo ancora incompiuto risanamento del centro storico ha contribuito molto alla tranquillità cittadina».

  • C’è un’eccezione: i furti in appartamento, di cui è la capitale.

«Beh, i genovesi hanno belle case e le tengono con cura...».

Francesco Anfossi
   

È Genova la città che ha registrato il maggior numero di casi di errori giudiziari, mentre Napoli, Palermo e Reggio Calabria si dividono il primato del maggior numero di detenzioni ingiuste. Hanno invece registrato pochissimi errori: Campobasso (la migliore in assoluto, con soli 3 casi di detenzioni ingiuste), Trieste (17) e Potenza (34).

Sono 39.260 le persone oggi fuori dal carcere per sospensione della pena. Di queste: 5.036 scontano la pena a casa (in detenzione domiciliare), 4.010 devono rientrare in carcere la sera (in semilibertà), 1.810 sono libere con obbligo di firma presso la Polizia (in libertà vigilata), 1.199 sono obbligate a rientrare a casa a un determinato orario (in semidetenzione), 26.463 sono affidate in prova ai servizi sociali. Solo 742 godono del lavoro esterno, ma rientrano in carcere alla sera. (a cura di Simonetta Venturin)

   

«Attenti ai modelli che la società propone»

La rapina è il reato dell’anno, l’unico delitto in crescita in tutte le principali città italiane. Dalle statistiche della Criminalpol relative al 1998 arriva una amara conferma di ciò che i recenti fatti di sangue contro i commercianti lasciavano solo intuire: tutti gli altri delitti ora aumentano ora diminuiscono, soltanto la rapina a mano armata appare moltiplicarsi a dismisura. A Roma, ad esempio, le rapine sono passate da 2.354 nel 1997 a 3.820 nel 1998, un aumento del 62,2 per cento in un anno.

Il dato fotografa un’evoluzione "violenta" del ladro italiano. Ne abbiamo parlato con Luigi Lombardi Satriani, antropologo ed etnologo all’Università La Sapienza di Roma, senatore Ds, esperto di dinamiche criminali, estensore del rapporto della Commissione parlamentare antimafia sulla camorra.

  • Che cosa indica il dato Criminalpol sull’aumento delle rapine?

«Questo dato è un segno dei tempi: indica la strada su cui è incamminata la società italiana e certe sue temperie culturali. Il furto che diventa rapina testimonia che la violenza ha oggi bisogno di diventare più esplicita, più chiara e devastante. È necessaria l’arma per poter intimare ordini a una persona. Tutto ciò è frutto dell’attuale contesto culturale in cui viviamo, dove i sistemi di valori e comportamenti sono caduti».

  • La situazione si è modificata di molto rispetto al passato?

«Non si può distinguere un mitico buon tempo antico. La violenza esisteva anche in passato, però si conoscevano le regole che la governavano. Se nel Medioevo qualcuno uccideva il componente di un clan, la risposta era la vendetta dei familiari. Oggi la violenza è onnipervasiva, arriva dovunque e inaspettatamente, tanto da produrre un’escalation che è presente, ancor più che nei dati della Polizia, nei comportamenti quotidiani non sempre penalmente rilevanti. È la stessa società odierna che in fondo giustifica certi comportamenti».

  • Come bisogna intervenire alla luce di questi dati?

«Inasprendo le pene e intensificando la sorveglianza: la risposta globale, però, non può essere solo questa. Bisognerà agire sulle cause: sul bisogno spasmodico di denaro indotto dal contesto sociale e sulla disoccupazione, sul plusvalore concesso alla violenza e sull’affievolimento del senso etico. Se chi è prepotente ha denaro (spesso ottenuto non rispettando le regole), è il modello da seguire, il ricorso alla violenza diventa quasi naturale. Se alla società stanno bene questi modelli è inutile lagnarsi dell’aumento delle rapine a mano armata. Altrimenti è necessaria una pedagogia non moralistica, ma che scenda nel concreto: la delegittimazione della violenza attraverso un richiamo all’etica, a cura non solo della Chiesa ma anche dei laici, che spesso hanno dimenticato di assolvere questo compito. Il rimedio è la testimonianza nei comportamenti, anche in quelli della vita quotidiana».

Luigi Ferraiuolo

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