Periodici San Paolo - Home Page Dossier giustizia.

Napoli - Le strategie dei clan.

«CADE IL MURO, COMPRATE TUTTO»

di ALBERTO BOBBIO
    

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page Grandi investimenti nei Paesi dell’Est, traffici criminali che superano le celle del carcere e "cartelli" con decine di famiglie.

Un omicidio ogni 3 giorni, 15 rapine e 13 scippi al giorno. Napoli ha indici da primato europeo e resta la città più pericolosa d’Italia. Ha detto all’inizio dell’anno Renato Golia, procuratore generale della Repubblica: «La maggior parte del territorio vive ormai sotto il controllo militare e finanziario dei gruppi criminali». E allora come la mettiamo con Bassolino, con l’immagine accreditata negli ultimi anni di una città rinnovata, più tranquilla, più sicura, più europea? L’anno scorso sono state rubate 41.000 auto; sono stati arrestati, in flagranza di reato, 10.789 delinquenti; ogni giorno 3 persone detenute agli arresti domiciliari scappano e nei primi sei mesi dell’anno ne sono state riacciuffate 405. E poi 1.590 estorsioni, 9.300 truffe, 526 bancarotte fraudolente.

Tutto è controllato da una settantina di clan, con quasi 8.000 affiliati, che nell’ultimo anno hanno alzato il livello dello scontro reciproco con sparatorie in città, autobombe, utilizzo di armi da guerra tra cui un bazooka. Come si fa a dire che il clima è migliorato? Luigi Bobbio è uno dei 22 sostituti procuratore della Direzione distrettuale antimafia ed è il magistrato che coordina le inchieste più delicate sui clan: «Macché clima migliorato. Si è cercato malamente di accreditare l’immagine di una città diventata improvvisamente normale. Come quando un ospite bussa alla porta e non si fa in tempo a raccogliere la sporcizia sul pavimento: si spazza sotto il tappeto».

Insomma, un’operazione per nascondere la realtà? È d’accordo anche Amato Lamberti, sociologo, assessore per un certo periodo nella Giunta del sindaco Antonio Bassolino: «Troppi soldi investiti in immagine, troppi per concerti e cultura che saziano i giornali stranieri, e pochi investiti nel sociale per risanare le periferie e il centro degradato. Non ci si può cullare sul fatto che a Napoli ci siano cinque università, centri di ricerca a livello mondiale, come quelli per i motori e le biotecnologie, né ci si può accontentare che gli imprenditori napoletani stiano ben piazzati sui mercati internazionali. Significa dimenticare che il contrabbando delle sigarette frutta 2.000 miliardi l’anno, significa cullarsi in analisi e in progetti sul lavoro che non c’è, dimenticando che la disoccupazione non esiste perché la camorra assicura occupazioni illegali che evitano che la città esploda».

Non si tratta di grandi stipendi: un custode d’armi, cioè un camorrista medio, riceve 2 milioni al mese, un killer arriva a 20 milioni ma deve almeno ammazzare una decina di persone. La camorra controlla tutto il territorio. È organizzata per famiglie, e questo spiega la grande presenza di minori nelle attività illecite. Sono 7.742 i procedimenti a carico di minori al Tribunale di Napoli; su dieci omicidi indaga la Procura dei minori, che ha istruito 3.266 processi, autorizzato 381 arresti, 23 con l’accusa ai minori di essere piccoli camorristi.

Attualmente la guerra per il primato a Napoli sembra essere entrata in una fase di stallo: da una parte ci sono i Licciardi, capi dell’Alleanza di Secondigliano, un cartello che raccoglie decine di famiglie in periferia e nel centro della città; dall’altra i Mazzarella, capofila di un altro cartello. La guerra ha provocato centinaia di morti negli ultimi due anni. Spiega Luigi Bobbio: «La criminalità albanese ha cercato di infiltrarsi, ma ha dovuto abbandonare la piazza, incapace di controllare la strada, cosa che sa fare solo chi è nato e cresciuto qui. Quella che la camorra controlla e produce è un’economia globale. Non solo assassini ma manager, che investono e frequentano i mercati internazionali dove ripuliscono soldi e investono».

Bobbio le ha studiate bene le rotte della "Camorra spa": «Da dieci anni vanno verso Est: Romania, Repubblica Ceca, ex Jugoslavia, che vuol dire investimenti immobiliari, abbigliamento, controllo pressoché totale delle imprese nel settore del legno, dell’import-export di generi alimentari, oltre che dei traffici tradizionali, cioè sigarette, armi e droga». A uno dei numerosi fascicoli processuali è allegato il testo di un’intercettazione del 9 novembre 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino. Parla Giannino Tagliamento, erede di Michele Zaza, superboss storico della camorra, che si rivolge al fratello in Germania: «Stasera buttano giù il Muro. Per ordine di chi sai devi correre a Berlino Est e comperare tutto quello che puoi». Il fratello, un po’ stupito, chiede spiegazioni: «Cosa compero?». E Giannino: «Palazzi, negozi, garage, centri commerciali. Tutto quello che trovi». In dieci anni gli affari sono aumentati e vanno a gonfie vele, accanto alle tradizionali rotte della Costa Azzurra, della Spagna e del Sudamerica.

E lo Stato che fa? Servono o non servono gli aumenti di Forze dell’ordine? Oggi a Napoli c’è un poliziotto ogni settanta abitanti. «Lo sforzo si vede», risponde Amato Lamberti, «ma mi sarei aspettato qualche risultato in più».

Luigi Bobbio, invece, affronta il nodo della giustizia: «Le pene vanno comminate ed espiate. Nessun giudice ormai condanna al massimo della pena. Segno di debolezza. Anche lo Stato ha il diritto di difendersi, non può cedere al facile perdonismo. Le vittime dei reati vengono dimenticate. Nel nostro Codice di procedura penale i diritti degli imputati ormai sopravanzano i diritti delle persone offese. Ciò non va più tollerato. C’è il capitolo delle carceri, che non interrompono i contatti tra i delinquenti e i loro clan. Ne abbiamo arrestati a centinaia, ma le organizzazioni criminali sono sempre pronte con le seconde o terze file a ricevere ordini. Bisogna applicare il carcere duro, il famoso 41 bis. Gli arresti domiciliari sono un lusso che non ci possiamo permettere, ma che invece è diventato necessario a causa del sovraffollamento delle carceri. Infine, la lentezza e il pasticcio provocato dal nuovo Codice di procedura penale aiutano i delinquenti. Domando: quanti sono oggi i gradi del giudizio? I tre tradizionali oppure cinque, dieci, quindici, con il gip, i ricorsi, le istanze, il riesame e via di seguito? Siamo troppo impegnati in dibattimento, abbiamo poco tempo per investigare, e non abbiamo mezzi. La gente non capisce. Così si appassiona solo al braccialetto elettronico, che è meglio di niente, ma...».

Alberto Bobbio
   

Tra le pene sostitutive, quelle pecuniarie sono scelte dal 96,93 per cento degli imputati. Non sembrano comunque una alternativa valida o efficace, né per il reo né per le casse del Paese. Dei 2.257 miliardi che lo Stato doveva riscuotere nel 1997, infatti, solo 84 sono stati regolarmente versati.

freccia.gif (431 byte) Segue: Isernia - Un solo segreto: prevenzione

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page