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Gela - L'ultimo dramma siciliano.

GLI ADOLESCENTI CON LA PISTOLA

di DELIA PARRINELLO
    

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page Procure con organici ridotti, organizzazioni criminali sempre più aggressive e un malessere sociale che nessuno vuole affrontare.

Sono pochi, troppo pochi per far funzionare la giustizia, governare i maxiprocessi e tenere a bada i terribili ragazzini con la pistola di Gela, la generazione d’assalto che la scuola di Cosa nostra manda in orbita in Sicilia. Giudici e pubblici ministeri sono in sottorganico a Gela, Caltanissetta, Catania, e corrono per fermare il tempo. Con la speranza di essere più veloci del conto alla rovescia che manda i condannati in libertà per decorrenza dei tempi di custodia cautelare.

A Palermo i pm storici che hanno istruito i processi mafia-politica, Teresa Principato, Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Gino Cartosio, si ritrovano con un benservito del Csm: «Destinati ad altro incarico i sostituti con otto anni di servizio nelle inchieste sulla criminalità organizzata». Una circolare per evitare che le procure antimafia diventino centri di potere. E nel Palazzo di giustizia appena lasciato da Gian Carlo Caselli, il nuovo procuratore Pietro Grasso si è insediato con una promessa: «A settembre chiederò un’audizione al Consiglio superiore della magistratura, bisogna tentare di fermare i trasferimenti». «Con Pietro Grasso abbiamo avuto una garanzia nella continuità di guida», dice Ingroia, «a settembre sapremo se si riuscirà a mantenere anche la continuità di base».

Emergenza giustizia in Sicilia, magistratura sotto pressione a Catania. «Ho mandato avanti tre maxiprocessi in una volta»: il sostituto procuratore Mario Amato ricorda i 62 ergastoli che hanno cancellato i clan dei Malpassotu e dei Ferone. «Siamo l’unica Procura distrettuale antimafia con un numero di magistrati inferiore ai coefficienti nazionali, ci mancano 12 unità di personale, l’ho detto al ministro della Giustizia Diliberto e mi ha risposto che avrebbe valutato la situazione».

«Con la metà dei magistrati rispetto alla procura di Palermo, produciamo lo stesso carico di lavoro. Ma quanto abbiamo sgobbato...», dice un altro sostituto di Catania, Nicolò Marino, ricordando che dal 1987 al 1994 «a Catania la criminalità resta numericamente estesa ma la qualità criminale sta scemando. Ci sono tante estorsioni, ma quando il cittadino ha collaborato gli estortori sono stati presi. I processi sono arrivati nel collo di bottiglia dibattimentale, anche il nostro Palazzo di giustizia corre contro i termini di decorrenza».

Giustizia in crisi a Gela, dove una faida fra i clan, i Rinzivillo-Trubia contro gli Emanuello, in luglio ha ucciso 4 persone in 3 giorni. La polizia ha risposto con 28 arresti, e a Ferragosto si è saputo che fra gli arrestati ci sono i presunti mandanti ed esecutori minorenni di 2 degli omicidi. Oggi un diciassettenne parla, fornisce riscontri alle intercettazioni degli investigatori, traccia un quadro allarmante della gioventù gelese ma noto da dieci anni, dai tempi della strage del novembre del 1990 nella sala giochi: ragazzi che passeggiano sul lungomare, siedono sui muretti di Caposoprano, sconosciuti alle forze dell’ordine e agli assistenti sociali, ma hanno l’inferno nell’anima e come unico orizzonte i modelli familiari. «Bancarotta giudiziaria», dice il presidente dell’antimafia Del Turco: «Gela è un territorio senza giustizia».

«A Gela esiste un’industria di giovani killer di mafia», dice il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Gianni Tinebra, «e adesso c’è la conferma che soggetti poco meno che adolescenti vengono portati in campagna per insegnargli a sparare: gli si consegna una pistola e con il loro motorino vanno a uccidere la vittima designata». Il sindaco Franco Gallo dei Ds difende la città, «abbiamo eliminato i doppi turni nelle scuole, spenderemo 1.000 miliardi per i contratti d’area e per creare lavoro». Ma sono stati appena chiusi due centri per i minori a rischio: finiti dopo tre anni i fondi del ministero di Grazia e Giustizia, i ragazzini non hanno più quel riferimento.

Gela, il mare verde bellissimo, ma sa di Petrolchimico, 100.000 abitanti, il record di abusivismo edilizio, 18.500 iscritti al collocamento, un danneggiamento per estorsione o un incendio al giorno (è il tirocinio mafioso per i giovani), un panorama senza arte, case su case alla rinfusa. Tre soli assistenti sociali e 30 vigili, ma si parla di avveniristici progetti di telecontrollo antiestorsione via satellite. Unica in Italia, la Procura dei minori di Caltanissetta, che comprende Gela, iscrive ogni anno nel registro degli indagati i nomi di minori accusati di associazione mafiosa e di omicidio: un centinaio di giovani pregiudicati baby. Caterina Chinnici, procuratore per i minori a Caltanissetta, figlia del giudice Rocco Chinnici ucciso da Cosa nostra a Palermo nel 1983, denuncia la prevenzione-zero a Gela: «Il presunto killer pentito a 17 anni era uno sconosciuto, mai segnalato come tantissimi altri ragazzi per un furto o una perquisizione negativa: fenomeno che non sappiamo quanto è esteso».

«A Gela i baby-killer hanno cominciato a sparare dieci anni fa ma non è stato fatto nulla», dice Antonio Patti, pm a Caltanissetta; «eppure se qualcuno ammazza il padre a Verona o un gioielliere a Milano si mobilita lo Stato». Cade la maschera sui giovani di Gela, tutti sapevano, tutti avevano capito, ma nessuno ha fronteggiato il malessere crescente. Il ragazzo "pentito" camminava con lo zio pregiudicato ma nessuno se n’era accorto, lo stesso zio – ha detto il ragazzo – che a 11 anni gli aveva consegnato una pistola.

Gela dopo Ferragosto, arriva il ministro dell’Interno Rosa Russo Jervolino, gli estortori l’accolgono con un’auto incendiata. Secondo il ministro, c’è «il dovere di non nascondere la verità: dove ci sono fatti di criminalità organizzata o diffusa questi vanno visti, ma non è interesse di nessuno drammatizzare o creare allarmismi». La risposta è per il presidente Del Turco, il sindaco Gallo ringrazia il ministro «per la presenza che ristabilisce giustizia su una realtà vituperata».

Il simbolo dell’impotenza a Gela è un modellino di edificio piazzato in bella vista di fronte l’aula consiliare in Municipio: è il plastico di un Palazzo di giustizia mai nato. Dopo la strage della sala giochi, novembre 1990, le istituzioni calano a Gela, c’è una sollevazione contro i vuoti giudiziari, uffici con le carte accatastate a terra, giovani giudici mandati allo sbaraglio, i "giudici ragazzini" del presidente Cossiga. Un mese dopo, è gennaio del 1992, il presidente arriva a Gela, inaugura la sede provvisoria del tribunale, nella ex scuola media San Francesco, e quella definitiva, nel modellino, viene sistemata in Municipio. Ancora oggi il modellino è lì, non c’è stata nessuna gara d’appalto, i lavori non sono mai iniziati e gli uffici giudiziari sono sempre nella ex scuola.

Nel 1990 a Gela il procuratore della Repubblica Angelo Ventura lamentava di essere praticamente solo contro la mafia e contro i baby-killer, senza uffici, senza personale, senza somme a disposizione «nemmeno per comprare la benzina e far andare le auto di servizio». Ancora oggi Ventura è «amareggiato, siamo pochi ma abbiamo ottenuto risultati miracolosi. Chi fa polemica non tiene conto che qui c’è un procuratore che, ogni volta che partono gli uditori che hanno fatto il periodo minimo di 3 anni, rimane da solo per un anno in attesa dei nuovi».

Delia Parrinello
   

In Italia il 78,98 per cento degli imputati non sconta la pena. Equivale a dire che 8 processati e condannati su 10 non saldano poi il conto con la giustizia o lo saldano in condizioni di libertà.

Sospensione condizionale della pena: normalmente si crede che non possa venir concessa più di due volte. Invece, in Italia, in 100.000 ne usufruiscono per la terza volta, in 216 ne usufruiscono per la decima volta, e in 400 l’hanno ottenuta per un numero ancor maggiore di volte.

Nel quinquennio che va dal 1993 al 1997, i 26 distretti della Corte d’Appello hanno punito 1.158.000 reati con 1.149.848 condanne. Ma il 49,63 per cento di queste è stata definita «non eseguibile» dal ministero della Giustizia. Il 25 per cento dei condannati gode di sanzioni sostitutive: per il 96,93 per cento pecuniarie, per il 4 per cento alternative (semilibertà, servizi sociali, arresti domiciliari). Del rimanente 21 per cento delle pene da eseguire non si sa nulla, perché il ministero non fornisce informazioni circa l’esecuzione della pena.

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