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Procure con organici
ridotti, organizzazioni criminali sempre più aggressive e un malessere sociale che
nessuno vuole affrontare. Sono pochi, troppo pochi per far funzionare
la giustizia, governare i maxiprocessi e tenere a bada i terribili ragazzini con la
pistola di Gela, la generazione dassalto che la scuola di Cosa nostra manda in
orbita in Sicilia. Giudici e pubblici ministeri sono in sottorganico a Gela,
Caltanissetta, Catania, e corrono per fermare il tempo. Con la speranza di essere più
veloci del conto alla rovescia che manda i condannati in libertà per decorrenza dei tempi
di custodia cautelare.
A Palermo i pm storici che hanno istruito i processi mafia-politica,
Teresa Principato, Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Gino Cartosio, si
ritrovano con un benservito del Csm: «Destinati ad altro incarico i sostituti con otto
anni di servizio nelle inchieste sulla criminalità organizzata». Una circolare per
evitare che le procure antimafia diventino centri di potere. E nel Palazzo di giustizia
appena lasciato da Gian Carlo Caselli, il nuovo procuratore Pietro Grasso si è insediato
con una promessa: «A settembre chiederò unaudizione al Consiglio superiore della
magistratura, bisogna tentare di fermare i trasferimenti». «Con Pietro Grasso abbiamo
avuto una garanzia nella continuità di guida», dice Ingroia, «a settembre sapremo se si
riuscirà a mantenere anche la continuità di base».
Emergenza giustizia in Sicilia, magistratura sotto pressione a
Catania. «Ho mandato avanti tre maxiprocessi in una volta»: il sostituto procuratore
Mario Amato ricorda i 62 ergastoli che hanno cancellato i clan dei Malpassotu e dei
Ferone. «Siamo lunica Procura distrettuale antimafia con un numero di magistrati
inferiore ai coefficienti nazionali, ci mancano 12 unità di personale, lho detto al
ministro della Giustizia Diliberto e mi ha risposto che avrebbe valutato la situazione».
«Con la metà dei magistrati rispetto alla procura di Palermo,
produciamo lo stesso carico di lavoro. Ma quanto abbiamo sgobbato...», dice un altro
sostituto di Catania, Nicolò Marino, ricordando che dal 1987 al 1994 «a Catania la
criminalità resta numericamente estesa ma la qualità criminale sta scemando. Ci sono
tante estorsioni, ma quando il cittadino ha collaborato gli estortori sono stati presi. I
processi sono arrivati nel collo di bottiglia dibattimentale, anche il nostro Palazzo di
giustizia corre contro i termini di decorrenza».
Giustizia in crisi a Gela, dove una faida fra i clan, i
Rinzivillo-Trubia contro gli Emanuello, in luglio ha ucciso 4 persone in 3 giorni. La
polizia ha risposto con 28 arresti, e a Ferragosto si è saputo che fra gli arrestati ci
sono i presunti mandanti ed esecutori minorenni di 2 degli omicidi. Oggi un diciassettenne
parla, fornisce riscontri alle intercettazioni degli investigatori, traccia un quadro
allarmante della gioventù gelese ma noto da dieci anni, dai tempi della strage del
novembre del 1990 nella sala giochi: ragazzi che passeggiano sul lungomare, siedono sui
muretti di Caposoprano, sconosciuti alle forze dellordine e agli assistenti sociali,
ma hanno linferno nellanima e come unico orizzonte i modelli familiari.
«Bancarotta giudiziaria», dice il presidente dellantimafia Del Turco: «Gela è un
territorio senza giustizia».
«A Gela esiste unindustria di giovani killer di mafia», dice
il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Gianni Tinebra, «e adesso cè la
conferma che soggetti poco meno che adolescenti vengono portati in campagna per
insegnargli a sparare: gli si consegna una pistola e con il loro motorino vanno a uccidere
la vittima designata». Il sindaco Franco Gallo dei Ds difende la città, «abbiamo
eliminato i doppi turni nelle scuole, spenderemo 1.000 miliardi per i contratti
darea e per creare lavoro». Ma sono stati appena chiusi due centri per i minori a
rischio: finiti dopo tre anni i fondi del ministero di Grazia e Giustizia, i ragazzini non
hanno più quel riferimento.
Gela, il mare verde bellissimo, ma sa di Petrolchimico, 100.000
abitanti, il record di abusivismo edilizio, 18.500 iscritti al collocamento, un
danneggiamento per estorsione o un incendio al giorno (è il tirocinio mafioso per i
giovani), un panorama senza arte, case su case alla rinfusa. Tre soli assistenti sociali e
30 vigili, ma si parla di avveniristici progetti di telecontrollo antiestorsione via
satellite. Unica in Italia, la Procura dei minori di Caltanissetta, che comprende Gela,
iscrive ogni anno nel registro degli indagati i nomi di minori accusati di associazione
mafiosa e di omicidio: un centinaio di giovani pregiudicati baby. Caterina Chinnici,
procuratore per i minori a Caltanissetta, figlia del giudice Rocco Chinnici ucciso da Cosa
nostra a Palermo nel 1983, denuncia la prevenzione-zero a Gela: «Il presunto killer
pentito a 17 anni era uno sconosciuto, mai segnalato come tantissimi altri ragazzi per un
furto o una perquisizione negativa: fenomeno che non sappiamo quanto è esteso».
«A Gela i baby-killer hanno cominciato a sparare dieci anni fa ma
non è stato fatto nulla», dice Antonio Patti, pm a Caltanissetta; «eppure se qualcuno
ammazza il padre a Verona o un gioielliere a Milano si mobilita lo Stato». Cade la
maschera sui giovani di Gela, tutti sapevano, tutti avevano capito, ma nessuno ha
fronteggiato il malessere crescente. Il ragazzo "pentito" camminava con lo zio
pregiudicato ma nessuno se nera accorto, lo stesso zio ha detto il ragazzo
che a 11 anni gli aveva consegnato una pistola.
Gela dopo Ferragosto, arriva il ministro dellInterno Rosa
Russo Jervolino, gli estortori laccolgono con unauto incendiata. Secondo il
ministro, cè «il dovere di non nascondere la verità: dove ci sono fatti di
criminalità organizzata o diffusa questi vanno visti, ma non è interesse di nessuno
drammatizzare o creare allarmismi». La risposta è per il presidente Del Turco, il
sindaco Gallo ringrazia il ministro «per la presenza che ristabilisce giustizia su una
realtà vituperata».
Il simbolo dellimpotenza a Gela è un modellino di edificio
piazzato in bella vista di fronte laula consiliare in Municipio: è il plastico di
un Palazzo di giustizia mai nato. Dopo la strage della sala giochi, novembre 1990, le
istituzioni calano a Gela, cè una sollevazione contro i vuoti giudiziari, uffici
con le carte accatastate a terra, giovani giudici mandati allo sbaraglio, i "giudici
ragazzini" del presidente Cossiga. Un mese dopo, è gennaio del 1992, il presidente
arriva a Gela, inaugura la sede provvisoria del tribunale, nella ex scuola media San
Francesco, e quella definitiva, nel modellino, viene sistemata in Municipio. Ancora oggi
il modellino è lì, non cè stata nessuna gara dappalto, i lavori non sono
mai iniziati e gli uffici giudiziari sono sempre nella ex scuola.
Nel 1990 a Gela il procuratore della Repubblica Angelo Ventura
lamentava di essere praticamente solo contro la mafia e contro i baby-killer, senza
uffici, senza personale, senza somme a disposizione «nemmeno per comprare la benzina e
far andare le auto di servizio». Ancora oggi Ventura è «amareggiato, siamo pochi ma
abbiamo ottenuto risultati miracolosi. Chi fa polemica non tiene conto che qui cè
un procuratore che, ogni volta che partono gli uditori che hanno fatto il periodo minimo
di 3 anni, rimane da solo per un anno in attesa dei nuovi».
Delia Parrinello
| In Italia il 78,98 per cento degli
imputati non sconta la pena. Equivale a dire che 8 processati e condannati su 10 non
saldano poi il conto con la giustizia o lo saldano in condizioni di libertà. Sospensione condizionale della pena: normalmente si
crede che non possa venir concessa più di due volte. Invece, in Italia, in 100.000 ne
usufruiscono per la terza volta, in 216 ne usufruiscono per la decima volta, e in 400
lhanno ottenuta per un numero ancor maggiore di volte.
Nel quinquennio che va dal 1993 al
1997, i 26 distretti della Corte dAppello hanno punito 1.158.000 reati con 1.149.848
condanne. Ma il 49,63 per cento di queste è stata definita «non eseguibile» dal
ministero della Giustizia. Il 25 per cento dei condannati gode di sanzioni sostitutive:
per il 96,93 per cento pecuniarie, per il 4 per cento alternative (semilibertà, servizi
sociali, arresti domiciliari). Del rimanente 21 per cento delle pene da eseguire non si sa
nulla, perché il ministero non fornisce informazioni circa lesecuzione della pena. |
Segue: Reggio Calabria - 'Ndrangheta in difficoltà, ma...
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