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Cittadini, politici e magistrati si interrogano su come affrontare la criminalità

DEI DELITTI E DELLE PENE

di FRANCESCO ANFOSSI
    

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page

Su una cosa in Italia si può sempre contare: le emergenze. Traffico, incendi nei boschi, bilancio dello Stato, ospedali... Nulla esiste come problema ma solo come ultimo allarme. Tra le emergenze, la più sicura e puntuale è quella della giustizia, tema che infatti (e per l’ennesima volta) ha dominato l’estate. Anche nel provocatorio addio che qualcuno ha voluto dare a Mani pulite: non fu, l’indagine milanese, la risposta (per certi versi "emergenziale") all’emergenza corruzione? Ma i travagli della giustizia sono così vecchi da aver generato un filone cinematografico: c’era il cittadino carcerato senza colpa (Alberto Sordi, ricordate?), poi venne quello che voleva farsi giustizia da solo, quindi le storie del genere "noi li mettiamo dentro e i magistrati li ributtano fuori". Adesso, a sentire le polemiche, siamo al "noi magistrati li mettiamo dentro e i politici li liberano". L’ordinamento istituzionale italiano non prevede altro sopra coloro che fanno le leggi e le controfirmano. Forse, con l’emergenza giustizia, siamo arrivati a fine corsa.

Fulvio Scaglione
   

Amnistia, indulto, braccialetti per i detenuti, riforma del Codice penale, processi, polemiche tra magistrati. Legge e ordine pubblico hanno sorprendentemente occupato la ribalta dei giorni scorsi, come se tra le Procure e i Palazzi della politica si fosse diffusa una febbre contagiosa.

«In realtà è uno stato febbrile permanente, non improvviso. È diventato evidente dopo Ferragosto perché, anche quando vanno in vacanza tutte le altre questioni del Paese, rimane la più grave, quella che non può scomparire mai: la giustizia». Nel suo "buen retiro" di Collelongo, il paese natio disteso tra le colline abruzzesi dove trascorre un periodo di riposo, il presidente della Commissione antimafia Ottaviano Del Turco (nella foto) abbandona per un’ora tele e pennelli (la pittura è la sua passione) per «ragionare di norme e criminalità». Partendo da una premessa: «La nostra è una fase storica di passaggio. Da un’epoca dominata dalla sicurezza sociale, siamo entrati in quella dominata dal tema della salvaguardia personale. Sono questioni che il giornalismo ha captato. Mentre a mio parere manifestano un singolare ritardo il mondo politico e la Chiesa, ad eccezione di alcuni movimenti e associazioni ecclesiali, come i volontari di don Luigi Ciotti. Però in Italia domina un sentimento di insicurezza generale troppo vago. Mi riferisco alla semplificazione degli avvenimenti, mettendo tutto in un unico calderone».

  • Ad esempio?

«A Milano, dopo l’ondata di sanguinose rapine dei mesi scorsi, si è parlato di mafia. Niente di più sbagliato. Non che in quella metropoli Cosa nostra sia assente. Ma a Milano la mafia è una mafia di colletti bianchi, di società che reinvestono in Borsa. La microcriminalità (che, in realtà, per i cittadini che la subiscono, è una forma insopportabile di violenza, dallo scippo alla rapina) non ha radici. Ebbene, la funzione pedagogica più importante che si può fare è dire alla gente: badate che non è mafia, badate a distinguere, perché solo distinguendo riusciremo a trovare la medicina».

  • E, secondo lei, quale sarebbe la medicina?

«La medicina si chiama sindaco. L’elezione diretta dei primi cittadini ha prodotto due cose fondamentali: stabilità ed autorevolezza. Ora è venuto il momento di dare loro più poteri di polizia. Nessuno come un sindaco conosce le strade dei quartieri di periferia».

  • Attribuire ogni sopruso alla mafia dovrebbe, però, portare a una sua maggiore repressione.

«No, è il contrario. Ascoltando le registrazioni telefoniche e ambientali dei mafiosi, in possesso della Commissione antimafia, la cosa più sconsolante è proprio sentire l’ilarità che suscita tra gli "uomini d’onore" la tendenza ad attribuire tutto a loro, a parlare di mafia sempre e comunque. I polveroni giovano alla mafia».

  • Eppure in una città come Gela tutto sembra essere davvero nelle mani della mafia, a giudicare dall’ondata di violenze. Lo stesso procuratore di Caltanissetta dice che a Gela lo Stato è impotente.

«Per capire che cos’è Gela mi è bastato un colpo d’occhio dall’elicottero, prima di atterrare. Mi è sembrata una calata nell’Inferno: l’abusivismo è dappertutto, ci sono case costruite persino in mezzo alle strade. Eppure, quando io ho sollevato la questione della mancanza di legalità, il sindaco e il procuratore aggiunto non hanno fatto altro che sostenere che mi sbagliavo. Come vuole che si preoccupi l’arcipelago mafioso di quella città, se di fronte a tanti omicidi e altri delitti l’unica risposta è l’amor patrio del sindaco, è la risposta indignata di un procuratore che è lì da nove anni?».

  • Secondo lei, sono troppi per un procuratore?

«Per me, sì. Quel procuratore è a Gela dal ’90 e avverte la realtà con occhio condizionato da una lunga permanenza e da un’inevitabile tendenza a considerare normali dei fenomeni che io ritengo aberranti. Non ne faccio un caso personale, ma c’è un problema di avvicendamento. Da tempo la Commissione antimafia sollecita una rotazione degli incarichi, che deve riguardare non solo le Forze dell’ordine, ma anche le procure».

  • La città di Palermo è ancora la capitale della mafia?

«No. Palermo è sempre il luogo in cui Cosa nostra è fortemente radicata, ma ormai è difficile immaginare un potere di Palermo che si esercita su tutta la Sicilia, come in passato. Una volta gli intrecci mafia-politica-appalti erano molto più forti. Perché la mafia è essenzialmente tre cose: cultura dell’omertà, che vuol dire consenso sociale, controllo militare del territorio e capacità di influenzare la politica».

  • Sta forse dicendo che sta scomparendo?

«Tutt’altro. La mafia è più che mai forte e si sta preparando al Duemila».

  • E dove la troveremo?

«Basta seguire il percorso della Tav, le linee dei treni ad alta velocità e gli altri investimenti pubblici che lo Stato sta per fare, da Roma ad Agrigento, dall’autostrada Salerno-Reggio Calabria fino a Catania e Caltagirone. Una torta di venti-venticinquemila miliardi, una cifra colossale che genera appetiti colossali. Lì troveremo mafia, camorra e ’ndrangheta. Ma adesso mi lasci parlare di buone notizie: i magistrati di Reggio Calabria hanno istruito un processo a carico di centinaia di imputati di ’ndrangheta. Eppure nessun giornale, a parte quelli locali, ne parla».

  • In questi giorni si è fatto un gran parlare del braccialetto di controllo dei detenuti agli arresti domiciliari. Lei lo applicherebbe anche ai collaboranti di giustizia?

«Il giorno in cui i collaboranti di giustizia decideranno di ritornare a fare i mafiosi, non sarà un braccialetto ad impedirglielo. In realtà, il braccialetto non serve a nulla, è solo un placebo per rassicurare l’opinione pubblica. Però non sono contrario. Perché no? In fondo, l’ansia è una malattia sociale».

Francesco Anfossi
   

Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno, relativi all’anno 1998, Roma è capitale anche per numero dei reati: 190.597. Seguono Milano (157.432), Napoli (85.437) e Torino (83.656).

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