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Su una cosa in Italia si può sempre contare:
le emergenze. Traffico, incendi nei boschi, bilancio dello Stato, ospedali... Nulla esiste
come problema ma solo come ultimo allarme. Tra le emergenze, la più sicura e puntuale è
quella della giustizia, tema che infatti (e per lennesima volta) ha dominato
lestate. Anche nel provocatorio addio che qualcuno ha voluto dare a Mani pulite: non
fu, lindagine milanese, la risposta (per certi versi "emergenziale")
allemergenza corruzione? Ma i travagli della giustizia sono così vecchi da aver
generato un filone cinematografico: cera il cittadino carcerato senza colpa (Alberto
Sordi, ricordate?), poi venne quello che voleva farsi giustizia da solo, quindi le storie
del genere "noi li mettiamo dentro e i magistrati li ributtano fuori". Adesso, a
sentire le polemiche, siamo al "noi magistrati li mettiamo dentro e i politici li
liberano". Lordinamento istituzionale italiano non prevede altro sopra coloro
che fanno le leggi e le controfirmano. Forse, con lemergenza giustizia, siamo
arrivati a fine corsa.
Fulvio Scaglione
Amnistia,
indulto, braccialetti per i detenuti, riforma del Codice penale, processi, polemiche tra
magistrati. Legge e ordine pubblico hanno sorprendentemente occupato la ribalta dei giorni
scorsi, come se tra le Procure e i Palazzi della politica si fosse diffusa una febbre
contagiosa.
«In realtà è uno stato febbrile permanente, non improvviso. È
diventato evidente dopo Ferragosto perché, anche quando vanno in vacanza tutte le altre questioni
del Paese, rimane la più grave, quella che non può scomparire mai: la giustizia». Nel
suo "buen retiro" di Collelongo, il paese natio disteso tra le colline abruzzesi
dove trascorre un periodo di riposo, il presidente della Commissione antimafia Ottaviano
Del Turco (nella foto) abbandona per unora tele e pennelli
(la pittura è la sua passione) per «ragionare di norme e criminalità». Partendo da una
premessa: «La nostra è una fase storica di passaggio. Da unepoca dominata dalla
sicurezza sociale, siamo entrati in quella dominata dal tema della salvaguardia personale.
Sono questioni che il giornalismo ha captato. Mentre a mio parere manifestano un singolare
ritardo il mondo politico e la Chiesa, ad eccezione di alcuni movimenti e associazioni
ecclesiali, come i volontari di don Luigi Ciotti. Però in Italia domina un sentimento di
insicurezza generale troppo vago. Mi riferisco alla semplificazione degli avvenimenti,
mettendo tutto in un unico calderone».
«A Milano, dopo londata di sanguinose rapine dei mesi scorsi,
si è parlato di mafia. Niente di più sbagliato. Non che in quella metropoli Cosa nostra
sia assente. Ma a Milano la mafia è una mafia di colletti bianchi, di società che
reinvestono in Borsa. La microcriminalità (che, in realtà, per i cittadini che la
subiscono, è una forma insopportabile di violenza, dallo scippo alla rapina) non ha
radici. Ebbene, la funzione pedagogica più importante che si può fare è dire alla
gente: badate che non è mafia, badate a distinguere, perché solo distinguendo riusciremo
a trovare la medicina».
- E, secondo lei, quale sarebbe la medicina?
«La medicina si chiama sindaco. Lelezione diretta dei primi
cittadini ha prodotto due cose fondamentali: stabilità ed autorevolezza. Ora è venuto il
momento di dare loro più poteri di polizia. Nessuno come un sindaco conosce le strade dei
quartieri di periferia».
- Attribuire ogni sopruso alla mafia dovrebbe, però, portare a una sua
maggiore repressione.
«No, è il contrario. Ascoltando le registrazioni telefoniche e
ambientali dei mafiosi, in possesso della Commissione antimafia, la cosa più sconsolante
è proprio sentire lilarità che suscita tra gli "uomini donore" la
tendenza ad attribuire tutto a loro, a parlare di mafia sempre e comunque. I polveroni
giovano alla mafia».
- Eppure in una città come Gela tutto sembra essere davvero nelle mani
della mafia, a giudicare dallondata di violenze. Lo stesso procuratore di
Caltanissetta dice che a Gela lo Stato è impotente.
«Per capire che cosè Gela mi è bastato un colpo
docchio dallelicottero, prima di atterrare. Mi è sembrata una calata
nellInferno: labusivismo è dappertutto, ci sono case costruite persino in
mezzo alle strade. Eppure, quando io ho sollevato la questione della mancanza di
legalità, il sindaco e il procuratore aggiunto non hanno fatto altro che sostenere che mi
sbagliavo. Come vuole che si preoccupi larcipelago mafioso di quella città, se di
fronte a tanti omicidi e altri delitti lunica risposta è lamor patrio del
sindaco, è la risposta indignata di un procuratore che è lì da nove anni?».
- Secondo lei, sono troppi per un procuratore?
«Per me, sì. Quel procuratore è a Gela dal 90 e avverte la
realtà con occhio condizionato da una lunga permanenza e da uninevitabile tendenza
a considerare normali dei fenomeni che io ritengo aberranti. Non ne faccio un caso
personale, ma cè un problema di avvicendamento. Da tempo la Commissione antimafia
sollecita una rotazione degli incarichi, che deve riguardare non solo le Forze
dellordine, ma anche le procure».
- La città di Palermo è ancora la capitale della mafia?
«No. Palermo è sempre il luogo in cui Cosa nostra è fortemente
radicata, ma ormai è difficile immaginare un potere di Palermo che si esercita su tutta
la Sicilia, come in passato. Una volta gli intrecci mafia-politica-appalti erano molto
più forti. Perché la mafia è essenzialmente tre cose: cultura dellomertà, che
vuol dire consenso sociale, controllo militare del territorio e capacità di influenzare
la politica».
- Sta forse dicendo che sta scomparendo?
«Tuttaltro. La mafia è più che mai forte e si sta
preparando al Duemila».
«Basta seguire il percorso della Tav, le linee dei treni ad alta
velocità e gli altri investimenti pubblici che lo Stato sta per fare, da Roma ad
Agrigento, dallautostrada Salerno-Reggio Calabria fino a Catania e Caltagirone. Una
torta di venti-venticinquemila miliardi, una cifra colossale che genera appetiti
colossali. Lì troveremo mafia, camorra e ndrangheta. Ma adesso mi lasci parlare di
buone notizie: i magistrati di Reggio Calabria hanno istruito un processo a carico di
centinaia di imputati di ndrangheta. Eppure nessun giornale, a parte quelli locali,
ne parla».
- In questi giorni si è fatto un gran parlare del braccialetto di
controllo dei detenuti agli arresti domiciliari. Lei lo applicherebbe anche ai
collaboranti di giustizia?
«Il giorno in cui i collaboranti di giustizia decideranno di
ritornare a fare i mafiosi, non sarà un braccialetto ad impedirglielo. In realtà, il
braccialetto non serve a nulla, è solo un placebo per rassicurare lopinione
pubblica. Però non sono contrario. Perché no? In fondo, lansia è una malattia
sociale».
Francesco Anfossi
| Secondo i dati
forniti dal ministero dellInterno, relativi allanno 1998, Roma è capitale
anche per numero dei reati: 190.597. Seguono Milano (157.432), Napoli (85.437) e Torino
(83.656). |
Segue: Gela - Gli adolescenti con la pistola
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