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EDITORIALE


LA FOLLA DI BELGRADO
DELUDE
L’OCCIDENTE


   

   Famiglia Cristiana n.34 del 29-8-1999 - Home Page I partiti democratici che si oppongono al regime sono profondamente divisi. E, soprattutto, il popolo accusa Milosevic del fallimento del sogno della Grande Serbia. Ma per un credibile progetto di democratizzazione occorre ben altro...

Delusione: non c’è altro termine per definire, con la brutalità delle sintesi, il sentimento provato dagli occidentali davanti alla manifestazione di piazza, svoltasi a Belgrado giovedì 19 agosto, con cui le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Milosevic. Una delusione fondata su due ragioni. La prima è contingente e di natura strettamente politica: la grande assemblea popolare ha visto la prevista conferma della insanabile divisione fra i partiti democratici che si oppongono al regime tardocomunista di Milosevic, ma hanno idee diametralmente opposte su come mettervi fine: dimissioni spontanee del presidente, Governo tecnico di transizione che negozi subito la partecipazione della Serbia alla ricostruzione dei Balcani, elezioni fra un anno; oppure elezioni subito, d’accordo con Milosevic e sotto controllo internazionale.

La seconda ragione è, se possibile, ancora più preoccupante, perché affonda le radici nella storia, nella cultura, nella mentalità dominante nel popolo serbo: ciò che la piazza ha contestato a Milosevic, sia pure dividendosi nel linguaggio, nella psicologia dei singoli, nella strategia che dovrebbe portare alla sua uscita di scena, è sostanzialmente il suo fallimento nella politica di contenimento della dissoluzione della Jugoslavia, identificata in fondo con il sogno infranto della Grande Serbia.

Nel fare beffardamente gli auguri a Milosevic per il suo cinquantottesimo compleanno gli studenti belgradesi gli hanno preparato una torta (di cartone) divisa in fette, su ognuna delle quali era scritta una delle sconfitte da lui collezionate in dieci anni di potere pressoché assoluto, corrispondenti ad altrettante perdite di territori della penisola balcanica abitati da secoli da serbi, dalle "Kraijne" stabilite dagli Asburgo in Slavonia e Croazia come presidii antiottomani nel XVI secolo, alla Bosnia, al Kosovo. Oggi in Serbia vivono, nella condizione di esuli in patria, un milione di profughi serbi da quelle terre.

E tutto questo, alla fine, coronato dall’"aggressione" della Nato, con settanta giorni di bombardamenti aerei che hanno riportato indietro di decenni la condizione umana dei cittadini della Serbia, e si sono conclusi con un armistizio che ha costretto l’esercito – non battuto sul campo in un conflitto militarmente "a zero morti", ma con pesanti perdite di vite di civili – a lasciare il Kosovo in mano non solo e non tanto ai reparti della Nato, quanto agli odiati "terroristi" kosovari albanesi dell’Uck, praticamente liberi di restituire almeno in parte ai serbi rimasti nella provincia contesa ciò che questi avevano fatto al loro popolo con la barbara violenza della "pulizia etnica".

Insomma, lo slogan "Slobo vattene", ripetuto da migliaia di voci, è apparso il grido di una nazione che si pensa innanzitutto vittima del suo capo, al quale tuttavia ha concesso, per tanto tempo, di rappresentarla in quello che considera intimamente un proprio diritto storico inalienabile, ben descritto da un antico motto, mai rinnegato: «Dove c’è un serbo, lì c’è la Serbia».

Ciò che la parte più esigente dell’opinione pubblica europea chiedeva alla opposizione serba era ben altro: era la presa d’atto che, senza una collettiva ammissione di colpa della nazione serba nei confronti delle altre etnie balcaniche in questi terribili ultimi dieci anni, nessun progetto di democratizzazione può essere realizzato credibilmente, di fronte al mondo. È stato fatto l’esempio della Germania postbellica, che ha rifiutato in toto il nazismo, arrivando con Willy Brandt a inginocchiarsi davanti al monumento alle vittime del ghetto di Varsavia, per chiedere perdono a nome di tutto il popolo tedesco.

Naturalmente c’è un eccesso di volontarismo idealistico e utopico, in tale richiesta rivolta a un popolo al quale oggi si offre, con la persecuzione in atto contro tutto ciò che di serbo rimane in Kosovo (a cominciare dalle vite umane e dalle chiese ortodosse), la possibilità di sottrarsi a una scelta di carattere etico molto difficile da compiere. Ma non basta: c’è anche dell’irrealismo politico, perché nessun Governo europeo può oggi desiderare l’umiliazione ulteriore di un popolo che già soffre per una condizione umana tristissima, alle soglie di un inverno che con i suoi rigori accentuerà le conseguenze della distruzione di tante strutture e risorse indispensabili alla vita moderna.

Ma il realismo non abbonda da nessuna parte. Non fra i Governi occidentali, sulle due sponde dell’Atlantico, che infatti dimostrano tutta la loro incertezza non riuscendo a decidere che cosa sia meglio per il Kosovo: l’indipendenza o l’autonomia in seno a una Federazione jugoslava rimodellata e democratizzata, ma pur sempre composta da Serbia, Kosovo e Montenegro (dove tuttavia spira forte il vento della secessione). La prima ipotesi comporta il rischio che un Kosovo indipendente (e musulmano) finisca presto con l’unirsi all’Albania e attirare, con il proprio esempio, gli albanesi oggi soggetti alla sovranità macedone.

Nel frattempo, bisognerà anche decidere a chi affidare l’amministrazione del dopoguerra e della ricostruzione nel Kosovo, da tenere assolutamente al riparo dalle mafie balcaniche: all’Unione europea o all’Onu? sotto il controllo della Nato (e cioè angloamericano) oppure di contingenti militari solo europei? consentendo all’Uck di rappresentare pressoché da solo, grazie alle armi di cui ancora dispone, l’opinione politica degli albanesi kosovari, o imponendo dall’esterno la primogenitura democratica di Rugova?

Beppe Del Colle

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