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I partiti democratici
che si oppongono al regime sono profondamente divisi. E, soprattutto, il popolo accusa
Milosevic del fallimento del sogno della Grande Serbia. Ma per un credibile progetto di
democratizzazione occorre ben altro... Delusione: non cè altro termine per
definire, con la brutalità delle sintesi, il sentimento provato dagli occidentali davanti
alla manifestazione di piazza, svoltasi a Belgrado giovedì 19 agosto, con cui le
opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Milosevic. Una delusione fondata su due
ragioni. La prima è contingente e di natura strettamente politica: la grande assemblea
popolare ha visto la prevista conferma della insanabile divisione fra i partiti
democratici che si oppongono al regime tardocomunista di Milosevic, ma hanno idee
diametralmente opposte su come mettervi fine: dimissioni spontanee del presidente, Governo
tecnico di transizione che negozi subito la partecipazione della Serbia alla ricostruzione
dei Balcani, elezioni fra un anno; oppure elezioni subito, daccordo con Milosevic e
sotto controllo internazionale.
La seconda ragione è, se possibile, ancora più preoccupante,
perché affonda le radici nella storia, nella cultura, nella mentalità dominante nel
popolo serbo: ciò che la piazza ha contestato a Milosevic, sia pure dividendosi nel
linguaggio, nella psicologia dei singoli, nella strategia che dovrebbe portare alla sua
uscita di scena, è sostanzialmente il suo fallimento nella politica di contenimento della
dissoluzione della Jugoslavia, identificata in fondo con il sogno infranto della Grande
Serbia.
Nel fare beffardamente gli auguri a Milosevic per il suo
cinquantottesimo compleanno gli studenti belgradesi gli hanno preparato una torta (di
cartone) divisa in fette, su ognuna delle quali era scritta una delle sconfitte da lui
collezionate in dieci anni di potere pressoché assoluto, corrispondenti ad altrettante
perdite di territori della penisola balcanica abitati da secoli da serbi, dalle
"Kraijne" stabilite dagli Asburgo in Slavonia e Croazia come presidii
antiottomani nel XVI secolo, alla Bosnia, al Kosovo. Oggi in Serbia vivono, nella
condizione di esuli in patria, un milione di profughi serbi da quelle terre.
E tutto questo, alla fine, coronato
dall"aggressione" della Nato, con settanta giorni di bombardamenti aerei
che hanno riportato indietro di decenni la condizione umana dei cittadini della Serbia, e
si sono conclusi con un armistizio che ha costretto lesercito non battuto sul
campo in un conflitto militarmente "a zero morti", ma con pesanti perdite di
vite di civili a lasciare il Kosovo in mano non solo e non tanto ai reparti della
Nato, quanto agli odiati "terroristi" kosovari albanesi dellUck,
praticamente liberi di restituire almeno in parte ai serbi rimasti nella provincia contesa
ciò che questi avevano fatto al loro popolo con la barbara violenza della "pulizia
etnica".
Insomma, lo
slogan "Slobo vattene", ripetuto da migliaia di voci, è apparso il grido di una
nazione che si pensa innanzitutto vittima del suo capo, al quale tuttavia ha concesso, per
tanto tempo, di rappresentarla in quello che considera intimamente un proprio diritto
storico inalienabile, ben descritto da un antico motto, mai rinnegato: «Dove cè un
serbo, lì cè la Serbia».
Ciò che la parte più esigente dellopinione pubblica europea
chiedeva alla opposizione serba era ben altro: era la presa datto che, senza una
collettiva ammissione di colpa della nazione serba nei confronti delle altre etnie
balcaniche in questi terribili ultimi dieci anni, nessun progetto di democratizzazione
può essere realizzato credibilmente, di fronte al mondo. È stato fatto lesempio
della Germania postbellica, che ha rifiutato in toto il nazismo, arrivando con
Willy Brandt a inginocchiarsi davanti al monumento alle vittime del ghetto di Varsavia,
per chiedere perdono a nome di tutto il popolo tedesco.
Naturalmente
cè un eccesso di volontarismo idealistico e utopico, in tale richiesta rivolta a un
popolo al quale oggi si offre, con la persecuzione in atto contro tutto ciò che di serbo
rimane in Kosovo (a cominciare dalle vite umane e dalle chiese ortodosse), la possibilità
di sottrarsi a una scelta di carattere etico molto difficile da compiere. Ma non basta:
cè anche dellirrealismo politico, perché nessun Governo europeo può oggi
desiderare lumiliazione ulteriore di un popolo che già soffre per una condizione
umana tristissima, alle soglie di un inverno che con i suoi rigori accentuerà le
conseguenze della distruzione di tante strutture e risorse indispensabili alla vita
moderna.
Ma il realismo non abbonda da nessuna parte. Non fra i Governi
occidentali, sulle due sponde dellAtlantico, che infatti dimostrano tutta la loro
incertezza non riuscendo a decidere che cosa sia meglio per il Kosovo: lindipendenza
o lautonomia in seno a una Federazione jugoslava rimodellata e democratizzata, ma
pur sempre composta da Serbia, Kosovo e Montenegro (dove tuttavia spira forte il vento
della secessione). La prima ipotesi comporta il rischio che un Kosovo indipendente (e
musulmano) finisca presto con lunirsi allAlbania e attirare, con il proprio
esempio, gli albanesi oggi soggetti alla sovranità macedone.
Nel frattempo, bisognerà anche decidere a chi affidare
lamministrazione del dopoguerra e della ricostruzione nel Kosovo, da tenere
assolutamente al riparo dalle mafie balcaniche: allUnione europea o allOnu?
sotto il controllo della Nato (e cioè angloamericano) oppure di contingenti militari solo
europei? consentendo allUck di rappresentare pressoché da solo, grazie alle armi di
cui ancora dispone, lopinione politica degli albanesi kosovari, o imponendo
dallesterno la primogenitura democratica di Rugova?
Beppe Del Colle |