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L’INTERVISTA - Renato Ruggiero, per quattro anni arbitro del commercio mondiale

DALLE BANANE A INTERNET

di ALBERTO CHIARA
    

   Famiglia Cristiana n.18 del 9-5-1999 - Home Page «L’organizzazione che io ho presieduto non è un club dei ricchi», dice l’ex ministro. «Anzi, grazie al nostro impegno molti Paesi in via di sviluppo hanno potuto aumentare il proprio reddito pro capite e migliorare le condizioni di vita».

«Fermare la globalizzazione? Andate a dirlo ai Paesi più poveri della terra che hanno migliorato reddito pro capite e condizioni di vita anche grazie all’aumento degli scambi commerciali».

Renato Ruggiero è nato a Napoli 69 anni fa. Sposato, tre figli, una lunga carriera diplomatica alle spalle, con significative parentesi ministeriali (tra il 1987 e il 1991 guidò il Commercio estero nei Governi Goria, De Mita e Andreotti), per un certo periodo anche prestigioso uomo Fiat (fu responsabile dei rapporti internazionali del gruppo torinese), dal 1995 è il direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, in inglese World Trade Organization (Wto). Giunto al termine del suo mandato, Ruggiero si accinge a lasciare l’ufficio di Rue de Lausanne, a Ginevra.

  • Sta per dire addio al Club dei ricchi...

«Macché Club dei ricchi. L’Organizzazione mondiale del commercio nasce ufficialmente il primo gennaio 1995 dalle ceneri del Gatt, per liberalizzare il più possibile gli scambi, disciplinandoli con regole vincolanti che tutti i membri concorrono a creare (non esiste possibilità di veto). Spaziamo dal settore alimentare a quello delle telecomunicazioni, importantissimo nell’èra di Internet e della telefonia mobile. Tutti hanno la possibilità di dire la loro, facendo presente i propri interessi che devono essere armonizzati con quelli altrui. E tutti, poi, devono rispettare quanto stabilito».

  • Quanti sono i Paesi che aderiscono all’Organizzazione che lei ha diretto?

«Oggi sono 134, anzi, meglio: 135, giacché sta per entrare l’Estonia. L’80 per cento è costituito da Nazioni in via di sviluppo o da Stati ex comunisti che si stanno aprendo al libero mercato. Quando ho cominciato, quattro anni fa, i membri erano un centinaio. Molti Paesi hanno chiesto di aderire, Russia e Cina in testa».

  • C’è chi demonizza la globalizzazione e chi l’esalta...

«Mi permetta una premessa e una serie di considerazioni. La premessa: sono un cattolico educato da benedettini e gesuiti. Mi creda: non ho mai provato un conflitto interiore tra ciò che il mio ruolo mi imponeva di fare e il Magistero sociale della Chiesa. Per quel che riguarda la globalizzazione...».

  • È buona o cattiva?

«Siamo realisti. Sia pur con forme diverse, il processo di globalizzazione esiste da secoli. Oggi ha sviluppi frenetici. Va governato, questo sì. Tenendo presente che può essere una via di pace, oltre che di sviluppo».

  • In che senso?

«Il sistema multilaterale degli scambi fu varato all’indomani della seconda guerra mondiale, nel contesto del dibattito che portò alla creazione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Fu una reazione alle tragiche vicende belliche, originate anche dalle misure protezionistiche adottate dagli Usa e dai Paesi europei all’indomani della crisi finanziaria del ’29. Certe tariffe doganali arrivarono al 53 per cento, ciò alimentò i nazionalismi e i germi del conflitto».

  • C’è il rischio che siano sempre i grandi e i potenti a trarre vantaggio...

«L’obiettività e l’obbligatorietà delle decisioni che adottiamo incoraggia i Paesi in via di sviluppo a portare in giudizio anche i più grandi partner commerciali, in caso di fondati contrasti. Una buona parte delle 168 controversie avviate in sede Wto sono state promosse da Paesi in via di sviluppo, cui l’Organizzazione mondiale del commercio paga, se necessario, le spese legali. Noi favoriamo le composizioni extragiudiziali; quando ciò non è possibile, in poco più di un anno arriviamo alla decisione finale. Gli Usa hanno perso più volte. Emblematica è stata la vittoria del Costarica che – a ragione – imputava agli Stati Uniti discriminazioni doganali che penalizzavano i suoi prodotti tessili...».

  • A proposito di sentenze: l’ultima, in ordine di tempo, ha dato torto all’Unione europea, mettendo fine alla cosiddetta guerra delle banane...

«Sì. L’Organizzazione mondiale del commercio ha riconosciuto che le regole sull’importazione delle banane in vigore nell’Ue violano le leggi del commercio internazionale, ma ha bocciato le stime di Washington sul danno provocato alle aziende americane, danno che adesso l’Europa deve risarcire, riducendo drasticamente la valutazione da 520 milioni di dollari (936 miliardi di lire) a 191 milioni e mezzo di dollari (oltre 344 miliardi di lire). Ma vorrei tornare alla sua domanda precedente».

  • Dica pure...

«Una serie di pesi e contrappesi cerca di tutelare al massimo i più deboli nei confronti dei più forti. L’Organizzazione mondiale del commercio poggia sul principio della non discriminazione tra gli Stati. Se uno Stato accorda a un partner commerciale nuovi e maggiori vantaggi, deve applicare questo stesso trattamento a tutti gli altri membri della società internazionale. In mezzo secolo, nei Paesi più industrializzati, le barriere doganali sono passate in media dal 40 al 4 per cento. Questa diminuzione è stata automaticamente applicata anche ai Paesi in via di sviluppo. E senza reciprocità. In altre parole: i Paesi più poveri non sono tenuti ad abbassare in maniera altrettanto drastica le loro tariffe».

  • Ciò non ha impedito che tra il 1990 e il 1996 le esportazioni dai Paesi industrializzati verso quelli in via di sviluppo siano cresciute mediamente del 10,1 per cento, mentre le esportazioni dai Paesi in via di sviluppo a quelli industrializzati siano aumentate soltanto del 7,3 per cento...

«È un aspetto del problema. Negli ultimi dodici anni, però, anche grazie all’aumento degli scambi, dieci Paesi in via di sviluppo, con una popolazione complessiva di oltre un miliardo e mezzo di persone, hanno raddoppiato il proprio reddito pro capite. In Africa, 19 Paesi, alcuni dei quali della zona sub-sahariana, hanno raggiunto negli ultimi tre anni livelli di crescita superiori al 4 per cento. Lotta allo sfruttamento del lavoro infantile, rispetto dei diritti sindacali, tutela della salute, difesa della natura: per quel che le compete, l’organizzazione che ho diretto collabora con gli altri organismi Onu, come il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, l’Unicef, l’Organizzazione internazionale del lavoro. Occorre costruire un’architettura istituzionale capace di governare mutamenti così vasti e complessi. Riforma dell’Onu? Allargamento del G8? La risposta la deve dare la politica».

Alberto Chiara

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