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tre.
Ospitare i senza tetto

LA MIA CASA È LA TUA CASA

di SIMONETTA PAGNOTTI
    

   Famiglia Cristiana n.10 del 14-3-1999 - Home Page La comunità "Giovanni XXIII", fondata a Rimini da don Benzi, va in cerca dei "raminghi". Nelle case-famiglia, vivono un papà, una mamma, i figli naturali e quelli "accolti".

L'ignoto apostolo autore dell’epistola agli Ebrei chiude la sua lunga lettera con una serie di belle raccomandazioni pratiche, fra le quali troviamo questa perla: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo». Chi conosce la Bibbia andrà subito con il pensiero all’episodio di Abramo, tutto affaccendato per dare ospitalità generosa e cordiale a tre uomini di passaggio, che poi si riveleranno angeli, anzi il Signore stesso, venuto a promettergli quella benedetta discendenza che sarà il popolo ebraico. Ma a me questa idea di poter ospitare, "senza saperlo", degli angeli risveglia il ricordo di un curioso episodio occorsomi anni fa: un gruppo di ragazzi tedeschi, di passaggio in bicicletta, mi chiesero di poter passare la notte con il loro sacco a pelo nell’orto della canonica. Li accolsi volentieri e misi a loro disposizione anche il bagno di casa, per potersi fare una doccia. In quel momento mi ricordai che dovevo uscire per un impegno: che fare? Richiudere la porta mi pareva veramente brutto, lasciare la casa aperta per degli sconosciuti mi dava preoccupazione. Mi affidai a Dio e me ne andai, lasciandoli padroni della situazione. Appena possibile tornai di corsa, domandandomi che cosa mai avrei trovato. Infatti: che cosa trovai? I ragazzi in preghiera che cantavano salmi accompagnandosi con le loro chitarre.

Solo più tardi seppi che erano un gruppo ecumenico alla ricerca di un’esperienza di vita spirituale comune, andando in giro per l’Europa. Le sorprese di Dio: «...alcuni, praticando l’ospitalità, hanno accolto degli angeli senza saperlo». Diffidenza e paura ci hanno tolto la gioia dell’ospitalità: come ritrovarla? Non è problema da poco. Ma sarebbe già gran cosa essere ospitali con gli amici, accogliere in casa i nostri vecchi, mettersi a disposizione di organizzazioni serie di soccorso quando chiedono collaborazione per iniziative particolari, non mettersi troppo facilmente la coscienza in pace tenendo sfitte le proprie case o perennemente vuoti edifici ecclesiastici, palazzi e conventi. "Ospitare i pellegrini" è oggi, però, soprattutto una provocazione per le nostre responsabilità politiche. Gli imponenti fenomeni migratori mettono la coscienza cristiana di ciascuno di fronte al dovere di collaborare alla creazione di una pubblica opinione che orienti la società verso il fondamentale dovere della solidarietà e dell’accoglienza. Si è ben consapevoli della complessità dei problemi che il fenomeno comporta e del fatto che anche fra cristiani si daranno inevitabili disparità di giudizio sulla via migliore per risolverli. Però chi si professa cristiano non può chiudere la porta senza il timore di sentirsi dire un giorno dal Signore: «Ero forestiero e non mi avete ospitato» (Mt 25,43).

Severino Dianich
   

Lui preferisce le parole del profeta Isaia: «Spingi i raminghi a entrare in casa tua». E non è una sorpresa per chi l’ha visto tra le pattuglie di disperati che affollano le stazioni dopo la mezzanotte e sui viali della prostituzione, con la tonaca da prete lunga fino ai piedi e i rosari da distribuire in mano. Un anacronismo capace di compiere i miracoli.

«Non basta rispondere ai poveri che ti vengono a chiedere, ci sono anche quelli che dobbiamo andare a cercare. C’è la dignità del povero che non osa, ed esige rispetto». Don Oreste Benzi, il prete degli straccioni e delle prostitute, il presidente della comunità "Giovanni XXIII" di Rimini, ha compiuto i 73 anni. È rimasto giovane dentro: per questo, forse, può dire che più dell’80 per cento della sua associazione è formata da giovani, facendo uno strappo all’anagrafe. Ufficialmente la "Giovanni XXIII", dal 7 ottobre dello scorso anno riconosciuta come aggregazione laicale, è nata nel ’68. Sono 1.365 membri, 165 case-famiglia, 450 ragazzi ex tossicodipendenti in programma, 15 cooperative sociali, oltre 500 famiglie affidatarie. Dati che vanno citati, anche se spiegano ben poco di un’associazione che va oltre la vocazione dell’accoglienza. Meglio affidarsi ai ricordi di don Oreste.

«L’associazione non l’ho creata io, l’hanno creata i poveri. Ci sono due episodi della mia vita che mi hanno segnato per sempre». Il primo vola indietro nel tempo. Aveva sette anni, otto fratelli e tanta miseria. Una sera suo padre venne a casa con due lire, una somma considerevole per quei tempi, e un sorriso ancora più grande. Un ricco signore l’aveva ricompensato, per averlo aiutato a tirar fuori l’automobile dal fosso. Ma non erano solo le due lire a farlo felice. «E poi mi ha dato la mano», raccontò ai figli, quasi meravigliato che un privilegio del genere fosse toccato a uno come lui. «Avevo solo sette anni, ma questa è una cosa che mi ha toccato dentro», spiega. «Mio padre si considerava davvero un niente, e così tutti i poveri che ho incontrato dopo».

Come quel giovane padre di famiglia che andò da lui, fresco di sacerdozio, per chiedergli un lavoro. «Lo portai da un pezzo grosso di Rimini; quando uscimmo dal colloquio, aveva il lavoro in tasca, ma era frastornato. "Avete parlato a lettere maiuscole", mi disse, "tanto voialtri potete fare di noi quello che volete". Fu una botta nello stomaco che non ho mai più dimenticato. Ecco perché dico che la nostra associazione non l’ho fondata io, ma i poveri che abbiamo incontrato: noi abbiamo solo cercato di non perdere la coincidenza col Signore, che veniva attraverso di loro».

Scegliere liberamente quello che gli ultimi sono costretti a vivere, rimuovere le cause che creano l’emarginazione e il bisogno. Il segreto si chiama condivisione. Il significato ce lo spiega Salvatore, 24 anni, handicappato psichico "accolto" in una delle case-famiglia di don Oreste. «Condividere significa che la gioia si moltiplica e la sofferenza si dimezza». Salvatore è lo stesso che una volta ha gridato dal fondo della chiesa: «Il mondo non può fare senza di me». E don Oreste gli ha battuto le mani, perché aveva interpretato esattamente il suo pensiero.

Il modello della "Giovanni XXIII" sono le case-famiglia, dove ci sono un papà, una mamma, laici o religiosi, i figli "naturali", quando ci sono, e quelli "accolti". «I nostri figli si considerano ormai tutti fratelli, senza distinzione: noi stessi, d’altra parte, ci siamo sentiti accolti, come loro».

Stefano Vitali ha 31 anni, e con la moglie Loredana è responsabile di una casa-famiglia della "zona" di Rimini, oltre che segretario generale dell’associazione. A sua volta, era arrivato ventenne per sostituire un obiettore per una settimana. «Stavo cercando la mia strada, e l’ho trovata. Quando ho visto il tavolo grande, in sala da pranzo – i miei gestiscono un ristorante, e quindi siamo sempre stati abituati ad orari differenziati – mi sono sentito a casa».

Nel 1990 Stefano e Loredana si sono sposati. Da allora hanno accolto, complessivamente, ventun persone, tra bambini e adulti in difficoltà. Attualmente la loro bella famiglia, in una ridente casetta sul litorale di Viserba, prevede undici posti a tavola. Ci sono i loro figli: gli ultimi nati, i due gemelli di un anno e mezzo, Giovanni e Michele, con la sorellina Maria di tre. E poi Debora, «che starà sempre con noi, siamo i suoi tutori ma abbiamo scelto di non adottarla per non spezzare il rapporto con le sue radici». Debora è arrivata da loro a un mese e mezzo, in condizioni drammatiche. I medici la davano per spacciata. Adesso ha cinque anni, va regolarmente alla materna, corre per casa allegra e vivace. Lo stesso recupero incredibile è avvenuto per Andrea, 11 anni, spastico dalla nascita, per Enzo, 25 anni, psicotico, «che sette anni fa è arrivato da Fabriano dove era ritenuto pericoloso per sé e per gli altri, adesso è il ragazzo più dolce del mondo». Le ultime arrivate sono Anna, di 10 anni, tre affidi falliti alle spalle, e Maria, 32 anni, di origine croata, che sta finendo il suo programma di recupero dalla tossicodipendenza. E per finire c’è Daniele, giovane obiettore, a tempo pieno presso la famiglia fino a ottobre. Lascerà un grande vuoto, perché è diventato inseparabile da Enzo e Andrea, «e loro lasceranno un vuoto dentro di me». Una situazione, lo si capisce, parecchio complessa, eppure perfettamente naturale.

«Questa è la nostra dimensione di coppia, il nostro mondo», spiega Loredana. «In tanti anni non sono mai nati conflitti seri, se non le piccole gelosie e rivalità tra fratelli. All’inizio i bambini sentivano il trauma del distacco quando gli adulti, com’è naturale, se ne andavano. Ora lo assorbono molto meglio, perché hanno capito che io e Stefano siamo davvero la loro mamma e il loro papà, non li abbandoneremo mai».

Loredana ha scelto, e non potrebbe essere diversamente, di fare la mamma a tempo pieno, rinunciando al lavoro per la famiglia "allargata". «Noi non abbiamo niente da difendere, la nostra casa è di tutti», spiega Stefano. «Del resto, quando accogli una persona con piena fiducia, questa ti dà il meglio, perché si sente rinascere».

Nel suo ufficio, nel centro di Rimini, pulsa il cuore della comunità "Giovanni XXIII". Il centralino funziona come un vero e proprio pronto soccorso. Ci sono i centri di accoglienza aperti 24 ore su 24, le case-famiglia divise a zone, in una mappa che comincia con Acireale e finisce con lo Zambia, passando per Udine e la Tanzania. E poi ci sono i volontari della "capanna di Betlemme", che ogni sera, a Rimini e in altre città italiane, vanno a raccogliere chi ha bisogno di un tetto.

E c’è chi opera nel silenzio. Si fa chiamare Roberto Felice, per mantenere, per quanto è possibile, l’anonimato. Una famiglia con sette figli alle spalle, ha messo a disposizione dell’associazione il suo albergo, due piscine, grande parco vista mare, uno dei migliori alberghi della riviera romagnola, specializzato nell’accoglienza delle famiglie con bambini. Da anni, d’inverno funziona come centro d’accoglienza, per ospitare ex prostitute ed emarginati. Ormai per molti di loro è diventato una casa. E dall’anno scorso, durante l’estate, lavorano a stretto contatto col personale dell’albergo, a servizio della clientela abituale. È partito anche un corso di perfezionamento in piena regola, con una ventina di partecipanti.

«Non abbiamo mai avuto problemi coi nostri clienti. Se chiedono spiegazioni, noi gliele diamo, e cerchiamo di rimediare ad eventuali inconvenienti e disservizi, perché la vacanza è vacanza, e la gente ha diritto di trovarsi bene». Tant’è vero che molti, benché informati, hanno già prenotato per la prossima estate. Tutto è reso possibile dai volontari dell’associazione, che offrono costantemente il loro sostegno, «perché le persone svantaggiate che lavorano da noi hanno problemi molto gravi alle spalle, il lavoro non può bastare a risolverli».

Simonetta Pagnotti
   

E don Benzi benedisse la schiava del marciapiede

La prima prostituta l’ha incontrata alla stazione di Rimini in una sera d’inverno. Esile, disfatta dalle delusioni e dalla strada. «Padre», gli ha confessato, «non ho tirato su una lira, nessuno mi ha voluto, neanche per diecimila lire». Gli ha fatto vedere il portafoglio, l’ha aperto. Dentro non c’era una lira, solo un santino con l’immagine della Madonna. «Padre», gli dice, «io voglio bene alla Madonna». Così è cominciata la battaglia di don Oreste Benzi per liberare le schiave del marciapiede, una battaglia che ha portato, a tutt’oggi, alla liberazione di oltre 1.200 prostitute, italiane e straniere, molte delle quali sono ospiti delle case-famiglia della "Giovanni XXIII", alcune felicemente sposate e con figli, alcune ancora sotto la minaccia del racket dopo aver denunciato i protettori. Questo e altri episodi sono raccontati nell’ultimo libro di don Oreste Benzi, Una nuova schiavitù, la prostituzione coatta, edito dalle "Paoline", con un intervento di Vittorino Andreoli. Come sempre il racconto di don Oreste è ricco di squarci di umanità, che proiettano il lettore in un mondo popolato da diseredati, ma nel contempo ricco di tanta, perduta, spiritualità. Senza esitare don Oreste racconta anche come ha accolto Giuseppina, ovvero "Lady Aids", dipinta dai giornali come "l’untrice". «Ora Giuseppina vive nella fede e nella generosità», spiega, «come tutta la povera gente, e alle donne che rischiano di finire nel giro dice: "Attente, non crediate di poterne uscire quando volete, si rischia di restare imprigionate tutta la vita"». Ciò che più colpisce ancora una volta in queste pagine è la ricchezza interiore di queste donne, «usate e poi buttate nell’immondezzaio». E la profonda tenerezza con cui lui stesso riesce ad avvicinarle e a raccontarle. Come la ragazza nigeriana incontrata di notte, in un sentiero buio, che gli ha chiesto di benedirla. «Se le dò la benedizione, è valida?», si è domandato. E poi: «Signore, io le dò la benedizione che mi ha chiesto; se tu poi la convalidi o meno, è un problema tuo; io il mio l’ho risolto».
Le ha dato la benedizione. È venuta via dal marciapiede.

s.p.

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