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ESCLUSIVO - A quindici anni dalla revisione del Concordato, parla uno dei firmatari: Bettino Craxi

«QUANDO CASAROLI MI PORSE LA PENNA»

di FRANCESCO ANFOSSI
    

   Famiglia Cristiana n.6 del 14-2-1999 - Home Page

«Pur trattandosi di una materia complessa e delicata, in sei mesi di lavoro fu raggiunto l’accordo», ricorda dal suo esilio di Hammamet, in Tunisia, l’ex presidente del Consiglio. «Il Papa mi trattò con particolare amicizia. Del segretario di Stato vaticano mi colpirono la sensibilità e l’impegno».

Hammamet, Tunisia

Bettino Craxi beve una sorsata di limoncello, poi il bicchierino annega nel mare di fax e ritagli di giornale che ingombrano il tavolo del salotto della sua villa. Il vetro del piccolo recipiente è decorato con il profilo in bronzo di una moschea. E una moschea bianca su sfondo azzurro è il soggetto di uno dei suoi ultimi quadri, ancora appoggiato sul pavimento (negli ultimi tempi è stato conquistato dal dèmone della pittura, una sua "personale" è stata allestita in Italia). Forse è uno sberleffo della sorte il fatto che il presidente che firmò gli accordi di revisione del Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica sia finito a vivere da latitante in un Paese islamico, dopo le inchieste tuttora in corso della magistratura e una condanna definitiva in Cassazione a cinque anni per corruzione. Ma Craxi, dalla sua latitanza dorata e protetta dal Governo tunisino (i battenti del portone della villa di Al Faouara, confinante con Hammamet, vengono aperti da due poliziotti), rivendica con fierezza le sue radici cattoliche. Parla del battesimo del suo ultimo nipote Benedetto, figlio di Vittorio e Scilla, di cui è stato il padrino con la moglie Anna. È stato celebrato nella cattedrale di Tunisi da monsignor Twal, primo vescovo cattolico giordano dopo più di un secolo di vescovi francesi. Cita i suoi rapporti privilegiati con i Pontefici, fin da papa Montini, che gli fece dono di una croce appartenuta al vescovo ucraino perseguitato dal regime sovietico Alessandro Chira. Mostra con orgoglio l’onorificenza della "Magna Croce" dell’Ordine Piano, Ad Bettinum Craxi, della Chiesa cattolica, conferitagli nell’86 da Giovanni Paolo II. Una decina di giorni fa, prosegue, la sua casa è divenuta persino meta di una specie di pellegrinaggio: don Gianni Mondini, parroco di Brescia 2, ha guidato una comitiva di parrocchiani a far visita all’ex presidente, con tanto di messa finale celebrata in una delle sale, cui ha partecipato tutta la famiglia Craxi. «Sono un laico», si autodefinisce riprendendo in mano il bicchierino. Poi, dopo una pausa che suona come una virgola, aggiunge: «cristiano».

  • Un laico cristiano. Non le pare un paradosso?

«Perché? Lo era anche Garibaldi».

  • Garibaldi non era massone?

«Garibaldi scriveva: io credo nell’immortalità del cristianesimo. Era un credente sincero. Certo, era anche anticlericale: ma come si faceva a non essere anticlericali con Pio IX, che non voleva l’unità d’Italia? Ho ricevuto un’educazione cattolica, credo nel cristianesimo. Anche se di fronte ai misteri mi fermo».

  • Lei è il firmatario della revisione dei Patti Lateranensi insieme con il compianto cardinale Casaroli. Ricorda ancora le fasi salienti di quella storica intesa?

«La revisione del Concordato non fu un’improvvisazione di pochi mesi. Fu semmai il capitolo conclusivo di un lungo percorso iniziato addirittura quarant’anni addietro. Già nella Costituente era stata messa in luce da più parti l’assoluta esigenza di adeguare i Patti Lateranensi del ’29, firmati da Mussolini e Gasparri, ai princìpi della nuova democrazia. Furono molti i Governi impegnati in questo senso: da Moro a La Malfa, da Andreotti a Cossiga, da Forlani a Spadolini. Io mi trovai così di fronte a un materiale prezioso, che costituiva una solida base per riprendere l’iniziativa e giungere finalmente, dopo tante peripezie, a un risultato conclusivo».

  • Ci sono mai stati momenti che hanno rischiato di portare alla rottura?

«Si trattava di una revisione complessa e delicata per molti aspetti. In sostanza bisognava superare la logica privilegiata della legislazione del 1929-30. Bisognava dare una rispondenza alle garanzie costituzionali dei diritti inviolabili dell’uomo, della pari dignità sociale ed eguaglianza senza distinzione di religione, della uguale libertà di tutte le confessioni religiose, del diritto di libera associazione, di libertà di religione individuale e collettiva, di manifestazione del pensiero, di libertà di insegnamento e di istituzione di scuole non statali senza oneri per lo Stato, del principio di non discriminazione».

  • Su che cosa si concentrarono le difficoltà?

«Su quelli che poi vennero definiti "i nodi del Concordato", e cioè le materie dell’istruzione religiosa, del matrimonio canonico con effetti civili, degli enti e dei beni ecclesiastici e del sostentamento del clero. Entrambe le parti però erano fortemente animate dalla volontà di giungere a un accordo. Che fu raggiunto in sei mesi di lavoro, con soddisfazione di tutti».

  • Chi furono i nemici del Concordato? Da che parte arrivarono le critiche e le opposizioni?

«Nella società politica, religiosa e civile non si aprirono grandi conflitti. Il nostro lavoro non fu seguito con scetticismo, ma prevalentemente con speranza. In Parlamento ricordo alcune posizioni critiche e di opposizione a fronte di una larga maggioranza assolutamente favorevole: le aspirazioni abrogazioniste dell’onorevole Teodori, la nostalgia per il regime lateranense dei missini Del Donno e Tremaglia. Non dimentichiamoci che l’Msi era contrario alla revisione del Concordato di Mussolini. C’era anche la netta contrarietà di Democrazia proletaria. L’onorevole Rodotà, allora della sinistra indipendente, considerava l’otto per mille una violazione del diritto alla riservatezza delle opinioni religiose. Ricordo ancora la posizione astensionista dei liberali. Nel campo della cultura cattolica si levarono voci critiche, ma non prese corpo alcuna autorevole opposizione. Vi furono resistenze e perplessità anche in settori più tradizionalisti dell’episcopato. I comunisti votarono a favore, e tra di essi in particolare vi furono i consigli costruttivi del senatore Bufalini».

  • Perché dai nuovi accordi rimase fuori la questione della parità scolastica?

«Bisogna dire innanzitutto che il nuovo Concordato apriva le porte alla successiva stipulazione di intese, qualora i loro termini fossero ritenuti accettabili da entrambe le parti. Ancora oggi, secondo me, questa rimane la via maestra per le questioni aperte. Allora lo Stato e la Chiesa ritennero di avere raggiunto un livello di accordi soddisfacente. Quanto alla parità, la Chiesa allora non pose problemi riguardanti i finanziamenti alle scuole cattoliche. Forse nell’84 gli istituti cattolici non avevano i problemi che poi avrebbero avuto».

  • Come mai un accordo di questa portata è stato sottoscritto grazie a un presidente laico e non con i numerosi Governi democristiani che si erano avvicendati?

«È una domanda che mi posi e che continuo a pormi anch’io. Probabilmente gli statisti democristiani temevano l’accusa di debolezze compromissorie nei confronti della Chiesa. L’otto per mille, ad esempio, probabilmente sarebbe stato demonizzato. Sta di fatto che i democristiani predisposero molti progetti, che rimasero però sulla soglia. Non c’è da meravigliarsi. Altre grandi riforme istituzionali sono rimaste per decenni sospese a mezz’aria senza trovare il modo di incamminarsi nella direzione giusta».

  • Che ricordo conserva del Papa di quei giorni e del cardinale Casaroli?

«Il Pontefice mi trattò con particolare amicizia. Voglia Iddio che continui a conservarmela, come ho ragione di ritenere. Io di lui pensavo già allora che sarebbe stato per la Chiesa e per tutta la cristianità un grande Papa. Di Casaroli ricordo la sua disponibilità, la sua sensibilità e il suo impegno. Non ci pose mai di fronte a delle condizioni irrinunciabili o a degli aut-aut. Ricordo ancora con nettezza le firme del trattato e il momento in cui mi porse la sua penna durante il tradizionale scambio. Sono pronto a regalarla allo Stato quella penna, purché non finisca in qualche cassetto, dov’è finito un sacco di roba della storia italiana».

Francesco Anfossi

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