amadou,
la nostra guida, ci scruta da capo a piedi per assicurarsi che tutto vada bene: «Il marabout
è una persona molto importante per noi musulmani senegalesi, a lui dobbiamo tutto. È
un santo, una guida spirituale fondamentale per comprendere la ricchezza del Corano».
Sorridiamo compiaciuti. Lui, preoccupato, continua: «Dovete ritenervi molto fortunati
perché siete gli unici giornalisti a cui concederà qualche minuto di udienza... Mi
auguro che comprendiate lo sforzo e che vi mostriate riconoscenti, anche perché per
visitare senza problemi la città santa di Touba vi serve il suo benestare».
Il luogo dellappuntamento è una residenza da favola, una delle tante possedute
dal marabout, che sorge a due passi dalla grande moschea. Il servizio dordine
ci prende in consegna: «Via le scarpe, non fumate, non restate in piedi davanti a lui,
non guardatelo negli occhi e... soprattutto, non fate domande inopportune».
Veniamo condotti in un grande salotto disadorno. Il marabout, seduto su una
grande poltrona e assediato da un nugolo di bambini che gli si stringono intorno, ci
sorride e ci saluta con un impercettibile movimento della mano. Il silenzio sacrale viene
rotto da una decina di fedeli che si inchinano continuamente in segno di devozione e
prostrazione: indossano tutti i tradizionali boubous, tuniche sgargianti e
inamidate che frusciano a ogni più piccolo movimento. «Benvenuti a Touba, la Mecca
dellIslam senegalese», esordisce il marabout. È affabile, parla volentieri,
vuole sapere tutto di noi: chi siamo, cosa vogliamo, perché siamo lì. Dopo mezzora
ci congeda con una benedizione: «Siamo contenti di potervi ospitare: per le strade di
questa città toccherete con mano la presenza di Dio, parlando con la gente scoprirete la
straordinaria ricchezza della nostra fede, mite e tollerante».
Distante oltre 200 chilometri dalla capitale Dakar, Touba che in lingua locale
significa "felicità" è il cuore pulsante della confraternita islamica
Mouride (fu fondata nel 1887 da Ahmadou Bamba Mbacke, padre spirituale dei mourid),
osservatorio privilegiato sullanima profonda del Senegal, specchio di un Islam che,
senza perdere la sua sostanza originaria né i suoi dogmi fondamentali, è profondamente
africanizzato.
Oggi questo corposo agglomerato di case basse e bianche conta mezzo milione di
abitanti, poca cosa rispetto ai dieci capoluoghi del Paese. Ma Touba non è più Senegal:
è una sorta di Stato nello Stato, una piccola enclave religiosa che usufruisce di leggi
speciali. Allinterno dei suoi confini non si può fumare né bere alcolici, sono
proibiti alberghi e pensioni, non esistono gendarmi, industrie, scuole pubbliche.
«Non cè nemmeno il municipio», conferma Mamadou. A Touba regna assoluto il
grande Califfo, massima figura religiosa del Senegal e primo discendente di Ahmadou Bamba,
seguito a ruota da una potente gerarchia di marabout, cui soggiace una fitta
schiera di fedeli. Tutto ruota intorno a questa solidissima struttura gerarchica
piramidale: il rapporto tra discepoli e marabout tende a configurare una dipendenza
totale. «Ciò che più conta nel mouridismo è proprio questo atto formale di
sottomissione: il fedele abdica alla sua personalità e si fa uomo senza bisogni», ci
spiega un dignitario religioso.
In cambio il marabout si presta come guida spirituale che conduce il fedele alla
salvezza, fornendo nel contempo una tutela di carattere materiale. «Il mio maestro è un
uomo molto generoso: mi dà da mangiare e mi permette di dormire nei suoi cortili», ci
dice un giovane mourid. Gli fa eco un altro fedele, vestito di stracci e con il
Corano a tracolla: «Il mio marabout è un santo, un guaritore: quando non avevo di
che mangiare, mi ha offerto un lavoro e un tetto per ripararmi. Quando mia moglie era
ammalata gravemente, ha pregato per guarirla e cè riuscito».
Prima tappa della nostra visita a Touba è la grande moschea, un edificio sontuoso,
eccentrico, imprigionato da una ragnatela di ponteggi in ferro. «Ogni anno la facciamo
più grande e più bella. È continuamente in ristrutturazione perché i musulmani
senegalesi sono felici di contribuire alla grandezza della casa dove riposa il
venerabilissimo Ahmadou Bamba», spiega Mamadou. Sotto i porticati alcuni fedeli pregano,
altri chiedono lelemosina. Allinterno una piccola fontana spruzza per aria un
po di acqua. A turno, le persone la raccolgono con il palmo delle mani, la portano
vicino alla bocca, poi vi bisbigliano qualcosa sopra e soffiano delicatamente. «È acqua
santa e miracolosa, basta sussurrare un desiderio per farlo avverare», ci dicono. Ma
nessuno osa chiedere qualcosa per sé. Tutti pregano per il proprio mara-bout,
chiedono che goda di ottima salute e prosperi nella felicità e nella serenità. Il resto
verrà di conseguenza.
Lasciamo la grande moschea per perderci nei mille vicoli di Touba. Sui muri delle case
non si contano i murales religiosi (unevidente differenza tra il mouridismo e
lIslam ortodosso, per sua natura religione iconoclastica): le immagini rappresentano
soprattutto vicende della vita di Ahmadou Bamba, sempre raffigurato, in base alla sola
foto che si ha di lui, vestito di bianco, un paio di sandali ai piedi, e con il viso
parzialmente coperto da un velo. Ispirandosi alla tradizione dei grandi mistici sufi,
Bamba convertì allIslam i poveri contadini della brousse, che vedevano in
lui un fiero oppositore del regime coloniale. Fu esiliato due volte dai francesi, ma
tornò, osannato dai fedeli, per morire in patria nel 1927.
Per la città incrociamo strani tipi con capigliature ràsta, lunghi bastoni, bacinelle
di legno (usate per raccogliere le offerte) e vivaci tuniche a scacchiera serrate da un
cinturone di cuoio pieno di amuleti: sono i Bay-Fall, gli imponenti cerimonieri mourid
responsabili della sorveglianza e dellordine per le strade.
Ma non hanno di che preoccuparsi. A Touba non esiste criminalità: niente ladri né
assassini. Chi sceglie di vivere qui decide di dedicare per sempre la sua vita ai tre
capisaldi del credo mourid: preghiera, obbedienza, lavoro.
«Nessuno punta allarricchimento e al prestigio personale. Qui si fa tutto per la
nostra grande comunità e per i nostri maestri: non ci interessano i soldi», ci dice un
tassista.
«Noi lavoriamo perché consideriamo il lavoro uno strumento di preghiera e di
purificazione dellanima». La parola dordine è produrre al massimo. Ma non
accumulare niente per sé. I più decidono di buttarsi nel commercio: ai lati delle strade
si susseguono mercatini improvvisati, con bancarelle appena accennate e una montagna di
mercanzie dietro cui nascondersi. Tutti vendono tutto a tutti. E va bene così. È
uneconomia informale di sussistenza che permette di sfamare migliaia di persone e di
assicurare nuovo carburante alla confraternita mourid. Oggi, a circa
settantanni dalla morte del suo fondatore, questa grandiosa ed efficiente macchina
religioso-economico-sociale è in piena espansione. Il suo dinamismo e la sua influenza a
tutti i livelli dellamministrazione statale sono tali da averla fatta divenire il
simbolo del potere dellIslam nellAfrica nera.
«In Senegal, dove oltre il 90 per cento della popolazione è musulmana, tutto viene
controllato dai mourid», conferma un missionario italiano che preferisce mantenere
lanonimato.
«Non cè funzionario pubblico, non cè ministro che prenda una decisione
senza lassenso del proprio marabout: sono loro ad avere in mano le leve
economiche e politiche del Paese».
Larachide rimane la base economica e sociale della confraternita, tanto che è
stato stimato che i marabout ne controllino il 50 per cento della produzione
totale. È dovere di ogni fedele lavorare gratuitamente nei campi per sostenere
concretamente la comunità. Nessuno si sottrae a questo compito. Lo impone la rigida
disciplina mourid imparata in anni di studio nelle scuole islamiche, considerate il
cuore organizzativo e intellettuale della confraternita. Scuole come la "Dara di
Touba", un immenso complesso autosufficiente con officine, laboratori, cucine,
falegnamerie, dove vivono centinaia di aspiranti discepoli. Gli studenti, suddivisi per
sesso in due ali nettamente separate delledificio, cominciano a frequentare le
lezioni in età giovanissima: «Appena si sentono pronti, anche a cinque anni», ci
spiegano.
La frase duso con cui il padre saluta il direttore della scuola consegnandogli il
figlio è significativamente: «Insegnagli il Corano o restituiscimelo senza vita».
Da quel momento i discepoli mourid cesseranno di avere dei genitori: le loro
nuove guide saranno piccoli, grandi marabout. Da servire e venerare per
lintera vita. «Si abbandoneranno completamente a loro, come cadaveri nelle mani
dellimbalsamatore», commenta un responsabile della Dara. Sarà anche soltanto
unespressione rituale, ma fa sempre il suo effetto.
Marco Trovato