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UN’ISOLA NELL’ISLAM

di MARCO TROVATO
     

   Famiglia Cristiana n.4 del 31-1-1999 - Home Page A Touba, in Senegal, vive la comunità musulmana mouride, che ha africanizzato l’insegnamento religioso tradizionale, rendendo i fedeli più tolleranti e aperti. All’insegna di un triplice motto: preghiera, obbedienza e lavoro.

Touba, Senegal centrale

Mamadou, la nostra guida, ci scruta da capo a piedi per assicurarsi che tutto vada bene: «Il marabout è una persona molto importante per noi musulmani senegalesi, a lui dobbiamo tutto. È un santo, una guida spirituale fondamentale per comprendere la ricchezza del Corano». Sorridiamo compiaciuti. Lui, preoccupato, continua: «Dovete ritenervi molto fortunati perché siete gli unici giornalisti a cui concederà qualche minuto di udienza... Mi auguro che comprendiate lo sforzo e che vi mostriate riconoscenti, anche perché per visitare senza problemi la città santa di Touba vi serve il suo benestare».

Il luogo dell’appuntamento è una residenza da favola, una delle tante possedute dal marabout, che sorge a due passi dalla grande moschea. Il servizio d’ordine ci prende in consegna: «Via le scarpe, non fumate, non restate in piedi davanti a lui, non guardatelo negli occhi e... soprattutto, non fate domande inopportune».

Veniamo condotti in un grande salotto disadorno. Il marabout, seduto su una grande poltrona e assediato da un nugolo di bambini che gli si stringono intorno, ci sorride e ci saluta con un impercettibile movimento della mano. Il silenzio sacrale viene rotto da una decina di fedeli che si inchinano continuamente in segno di devozione e prostrazione: indossano tutti i tradizionali boubous, tuniche sgargianti e inamidate che frusciano a ogni più piccolo movimento. «Benvenuti a Touba, la Mecca dell’Islam senegalese», esordisce il marabout. È affabile, parla volentieri, vuole sapere tutto di noi: chi siamo, cosa vogliamo, perché siamo lì. Dopo mezz’ora ci congeda con una benedizione: «Siamo contenti di potervi ospitare: per le strade di questa città toccherete con mano la presenza di Dio, parlando con la gente scoprirete la straordinaria ricchezza della nostra fede, mite e tollerante».

Distante oltre 200 chilometri dalla capitale Dakar, Touba – che in lingua locale significa "felicità" – è il cuore pulsante della confraternita islamica Mouride (fu fondata nel 1887 da Ahmadou Bamba Mbacke, padre spirituale dei mourid), osservatorio privilegiato sull’anima profonda del Senegal, specchio di un Islam che, senza perdere la sua sostanza originaria né i suoi dogmi fondamentali, è profondamente africanizzato.

Oggi questo corposo agglomerato di case basse e bianche conta mezzo milione di abitanti, poca cosa rispetto ai dieci capoluoghi del Paese. Ma Touba non è più Senegal: è una sorta di Stato nello Stato, una piccola enclave religiosa che usufruisce di leggi speciali. All’interno dei suoi confini non si può fumare né bere alcolici, sono proibiti alberghi e pensioni, non esistono gendarmi, industrie, scuole pubbliche.

«Non c’è nemmeno il municipio», conferma Mamadou. A Touba regna assoluto il grande Califfo, massima figura religiosa del Senegal e primo discendente di Ahmadou Bamba, seguito a ruota da una potente gerarchia di marabout, cui soggiace una fitta schiera di fedeli. Tutto ruota intorno a questa solidissima struttura gerarchica piramidale: il rapporto tra discepoli e marabout tende a configurare una dipendenza totale. «Ciò che più conta nel mouridismo è proprio questo atto formale di sottomissione: il fedele abdica alla sua personalità e si fa uomo senza bisogni», ci spiega un dignitario religioso.

In cambio il marabout si presta come guida spirituale che conduce il fedele alla salvezza, fornendo nel contempo una tutela di carattere materiale. «Il mio maestro è un uomo molto generoso: mi dà da mangiare e mi permette di dormire nei suoi cortili», ci dice un giovane mourid. Gli fa eco un altro fedele, vestito di stracci e con il Corano a tracolla: «Il mio marabout è un santo, un guaritore: quando non avevo di che mangiare, mi ha offerto un lavoro e un tetto per ripararmi. Quando mia moglie era ammalata gravemente, ha pregato per guarirla e c’è riuscito».

Prima tappa della nostra visita a Touba è la grande moschea, un edificio sontuoso, eccentrico, imprigionato da una ragnatela di ponteggi in ferro. «Ogni anno la facciamo più grande e più bella. È continuamente in ristrutturazione perché i musulmani senegalesi sono felici di contribuire alla grandezza della casa dove riposa il venerabilissimo Ahmadou Bamba», spiega Mamadou. Sotto i porticati alcuni fedeli pregano, altri chiedono l’elemosina. All’interno una piccola fontana spruzza per aria un po’ di acqua. A turno, le persone la raccolgono con il palmo delle mani, la portano vicino alla bocca, poi vi bisbigliano qualcosa sopra e soffiano delicatamente. «È acqua santa e miracolosa, basta sussurrare un desiderio per farlo avverare», ci dicono. Ma nessuno osa chiedere qualcosa per sé. Tutti pregano per il proprio mara-bout, chiedono che goda di ottima salute e prosperi nella felicità e nella serenità. Il resto verrà di conseguenza.

Lasciamo la grande moschea per perderci nei mille vicoli di Touba. Sui muri delle case non si contano i murales religiosi (un’evidente differenza tra il mouridismo e l’Islam ortodosso, per sua natura religione iconoclastica): le immagini rappresentano soprattutto vicende della vita di Ahmadou Bamba, sempre raffigurato, in base alla sola foto che si ha di lui, vestito di bianco, un paio di sandali ai piedi, e con il viso parzialmente coperto da un velo. Ispirandosi alla tradizione dei grandi mistici sufi, Bamba convertì all’Islam i poveri contadini della brousse, che vedevano in lui un fiero oppositore del regime coloniale. Fu esiliato due volte dai francesi, ma tornò, osannato dai fedeli, per morire in patria nel 1927.

Per la città incrociamo strani tipi con capigliature ràsta, lunghi bastoni, bacinelle di legno (usate per raccogliere le offerte) e vivaci tuniche a scacchiera serrate da un cinturone di cuoio pieno di amuleti: sono i Bay-Fall, gli imponenti cerimonieri mourid responsabili della sorveglianza e dell’ordine per le strade.

Ma non hanno di che preoccuparsi. A Touba non esiste criminalità: niente ladri né assassini. Chi sceglie di vivere qui decide di dedicare per sempre la sua vita ai tre capisaldi del credo mourid: preghiera, obbedienza, lavoro.

«Nessuno punta all’arricchimento e al prestigio personale. Qui si fa tutto per la nostra grande comunità e per i nostri maestri: non ci interessano i soldi», ci dice un tassista.

«Noi lavoriamo perché consideriamo il lavoro uno strumento di preghiera e di purificazione dell’anima». La parola d’ordine è produrre al massimo. Ma non accumulare niente per sé. I più decidono di buttarsi nel commercio: ai lati delle strade si susseguono mercatini improvvisati, con bancarelle appena accennate e una montagna di mercanzie dietro cui nascondersi. Tutti vendono tutto a tutti. E va bene così. È un’economia informale di sussistenza che permette di sfamare migliaia di persone e di assicurare nuovo carburante alla confraternita mourid. Oggi, a circa settant’anni dalla morte del suo fondatore, questa grandiosa ed efficiente macchina religioso-economico-sociale è in piena espansione. Il suo dinamismo e la sua influenza a tutti i livelli dell’amministrazione statale sono tali da averla fatta divenire il simbolo del potere dell’Islam nell’Africa nera.

«In Senegal, dove oltre il 90 per cento della popolazione è musulmana, tutto viene controllato dai mourid», conferma un missionario italiano che preferisce mantenere l’anonimato.

«Non c’è funzionario pubblico, non c’è ministro che prenda una decisione senza l’assenso del proprio marabout: sono loro ad avere in mano le leve economiche e politiche del Paese».

L’arachide rimane la base economica e sociale della confraternita, tanto che è stato stimato che i marabout ne controllino il 50 per cento della produzione totale. È dovere di ogni fedele lavorare gratuitamente nei campi per sostenere concretamente la comunità. Nessuno si sottrae a questo compito. Lo impone la rigida disciplina mourid imparata in anni di studio nelle scuole islamiche, considerate il cuore organizzativo e intellettuale della confraternita. Scuole come la "Dara di Touba", un immenso complesso autosufficiente con officine, laboratori, cucine, falegnamerie, dove vivono centinaia di aspiranti discepoli. Gli studenti, suddivisi per sesso in due ali nettamente separate dell’edificio, cominciano a frequentare le lezioni in età giovanissima: «Appena si sentono pronti, anche a cinque anni», ci spiegano.

La frase d’uso con cui il padre saluta il direttore della scuola consegnandogli il figlio è significativamente: «Insegnagli il Corano o restituiscimelo senza vita».

Da quel momento i discepoli mourid cesseranno di avere dei genitori: le loro nuove guide saranno piccoli, grandi marabout. Da servire e venerare per l’intera vita. «Si abbandoneranno completamente a loro, come cadaveri nelle mani dell’imbalsamatore», commenta un responsabile della Dara. Sarà anche soltanto un’espressione rituale, ma fa sempre il suo effetto.

Marco Trovato

I "mourid" sono il 70 per cento dei senegalesi presenti nel nostro Paese

TUTTE LE "TOUBE D’ITALIA"
Milano, Livorno, Rimini e Brescia sono le città
con la più forte presenza.

I senegalesi in Italia – 35.000 persone con regolare permesso di soggiorno, pari al 10 per cento del totale degli africani immigrati – sono oggi la più importante presenza dell’Africa subsahariana nel nostro Paese, costituiscono uno dei gruppi musulmani più consistenti e, per via della loro attività commerciale ambulante, sono una delle comunità straniere più visibili e riconoscibili.

È stato stimato che oltre il 70 per cento di questi immigrati appartenga alla confraternita mouride, un dato che evidenzia la presenza e l’influenza dei valori dell’Islam nero nella fisionomia culturale e nelle dinamiche sociali della comunità. La solidarietà, il mutuo-soccorso e la condivisione dei beni, espressioni della cultura africana enfatizzate dalla fede mourid, sono i punti cardine su cui poggia l’efficiente organizzazione interna. Valori che, insieme all’etica del lavoro, fanno la forza e l’originalità dell’emigrazione senegalese. Nelle città dove è più radicata la presenza mourid (Milano, Livorno, Rimini e Brescia, battezzata la "Touba d’Italia"), l’ultimo senegalese arrivato trova spesso una casa dove vivere, vitto e alloggio assicurati e un periodo di apprendistato del suo nuovo lavoro. La vita di gruppo permette di preservare e riaffermare costumi e rapporti della cultura tradizionale. In caso di difficoltà la comunità interviene per aiutare chi è nei guai. Di tanto in tanto, qualche importante marabout compie una visita pastorale in Italia: raccoglie offerte in valuta pregiata, ma soprattutto distribuisce benedizioni e parole di conforto ai fedeli. Gli immigrati più fortunati riescono a tornare a Touba durante il Grand Magal, lo straordinario pellegrinaggio annuale in ricordo di Ahmadou Bamba: per i mourid sostituisce il pellegrinaggio alla Mecca, in memoria del fatto che il loro fondatore non riuscì mai a compiere il viaggio rituale al luogo santo del profeta.

m.t.

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