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Colloqui col padre
  
     
   Famiglia Cristiana n.1 del 10-1-1999 - Home Page LA VITA È UNA LOTTA
e io non voglio più combattere


Una ragazza che ha perso ogni speranza per il futuro, che vuole lasciarsi andare e decide di non mangiare più. Ma lancia una sfida.

Sono una ragazza di 21 anni, ma mi sento vuota e spenta come una statua di marmo. Tutto ciò che ora voglio è dormire e non rivedere la luce. Ho dovuto lottare per tutta l’adolescenza contro l’insicurezza, che mi portava a chiudermi in me stessa, a fuggire la realtà, convinta che un giorno la mia vita sarebbe cambiata. Un anno fa ho scoperto che cosa significhi uscire, essere spontanea. Andavo in palestra, al corso di chitarra, uscivo il sabato con le amiche e mi sentivo finalmente libera, felice e disponibile verso gli altri. Poi ho avuto un amore sbagliato, non ricambiato, che mi ha distrutto. Ho toccato il fondo, ma l’estate mi ha aiutato a rinascere. Alla fine dell’estate però non ho retto e l’ho richiamato. Lui ha acconsentito a vedermi, anche se solo per "divertirsi". È durata un mese questa squallida illusione, che ha portato via una parte di me, una parte che credevo essere importante, ma che ho deciso di giocarmi in cambio del nulla. Ora sono oltre due mesi che non lo vedo. E non voglio pensare che il vuoto si sia impadronito di me per questo. Sapevo già che non avrei avuto da lui l’amore che andavo mendicando. Da poco ho iniziato l’università, alla quale mi sono iscritta solo perché così vuole mio padre, un padre possessivo e con il quale non ho mai avuto un vero rapporto filiale: niente affetto da lui, niente comprensione. Odio l’università, non ci sono mai andata, ho sempre finto, odio le lezioni e gli studenti, non so avere un rapporto con loro. Così sono congelata: non si apre nulla davanti a me. Non chiamo più nessuno, mi pesano le uscite del sabato, mi isolo dal mondo, anche dalla mia famiglia. Non c’è nulla che voglia fare. Non mi interessa niente. E ho deciso di non mangiare, o meglio: di mangiare il minimo indispensabile per sopravvivere, così che il mio corpo soffra. Mi detesto: trascorro il tempo fuggendo dal mondo, mentre è da me che vorrei scappare.

Ora ho deciso che mi imporrò delle punizioni fisiche se oserò mangiare più di quella briciola che ho stabilito. Forse così riuscirò a non mangiare. E questo mi fa sentire forte: ho il controllo anche sulle necessità di questo mio orribile corpo. Voglio martoriarlo, umiliarlo: è troppo brutto, troppo materiale. Voglio far uscire lo spirito, voglio smettere di star male. Non ci sono soluzioni, solo la fine totale. Ciò che mi impedisce di farla finita non è il rispetto per la mia vita, ma la consapevolezza che agendo così distruggerei anche la vita di altri, dei miei, e non ce la faccio. Ma forse potrei lasciarmi morire di fame, non crede? Non sarebbe un suicidio, ma una resa. La vita è una lotta e io non voglio più combattere, ho deciso di arrendermi. Sto morendo dentro. Non so far nulla, nemmeno buttarmi via! Non avrei dovuto riferirle tutto questo, ma forse lei è l’ultima speranza alla quale ancora tento di aggrapparmi. Ma in fondo cosa potrebbe dirmi? Di fare tutto ciò che devo, di buttarmi nel mondo, perché non c’è niente di impossibile? Questo lo so, e forse so anche che non sono così orribile; ma la mia mente è convinta che sia vero ciò che lei vive: sono uno schifo, fisicamente e moralmente. Non so impedirmi di pensare in ogni singolo istante che non c’è un futuro per me, che sono destinata alla mediocrità. Non ci sono parole per far capire come siano pesanti le catene che mi impediscono di salvarmi da questo. Se non mi può aiutare, mi dica almeno che posso farla finita. La prego.

Rondinella cieca
   

Quale sarà il tuo vero nome, Rondinella? Non lo so, ma mi piacerebbe chiamarti Alice. E sai perché? Perché come l’eroina della fiaba anche tu stai facendo un sogno, un bruttissimo sogno. E come lei sei finita dietro lo specchio, in un’altra dimensione, in un’altra realtà. Solo che questa – lo capisco bene da quello che scrivi – è la tua unica realtà, la sola dimensione che stai vivendo. Il tuo dolore, il peso che su di te esercitano delusioni e sofferenze forse mai accettate davvero, il disinteresse di tuo padre per i tuoi problemi, la tua profonda insicurezza, tutto questo ti sta schiacciando.

E tu a questo punto hai deciso di lasciarti schiacciare, di arrenderti, di non combattere più. Non ti approvo, ma ti capisco: ci sono delle volte in cui una persona proprio non ce la fa più, ha preso troppi schiaffi dalla vita, ha subìto troppi sgarbi, ha il cuore pieno di amarezza, disgusto, fatica di vivere. E dice basta. Basta a tutto: basta ai doveri, basta ai sorrisi di convenienza, basta alle parole vuote, basta ai gesti falsi, basta alle persone ipocrite, basta alle finzioni. Insomma, basta a una vita che non vale la pena di essere vissuta.

Credo che nasca da qui la tua decisione di non mangiare più, di lasciarti morire. È forse il desiderio della tua mente di sentirsi libera, di riaffermarsi su un corpo che rifiuta, un corpo che vuole martoriare e umiliare. Perché? Faccio un’ipotesi: perché questo corpo è già stato rifiutato, sfiorato e respinto, tra l’altro a un prezzo che tu sola hai pagato. Ora questo ti sembra sufficiente per respingere anche tu il tuo corpo, dal quale ti senti tradita.

Ci vorrebbe un esperto, uno psicologo per scavare a fondo nell’intreccio di sentimenti che ti ha portato a prendere la decisione di smettere di mangiare per non continuare a nutrire il tuo corpo, per «lasciar uscire lo spirito», come dici, per poterti finalmente sentire leggera, tanto leggera da non esistere più.

Eppure, nonostante tutto questo, ti rivolgi a me, sfidandomi a dirti cose diverse da quelle che tu immagini, oppure a darti il consenso per «farla finita». Sai che quel consenso nessuno potrà dartelo, ma forse non è questo che vuoi, altrimenti non cercheresti «un’ultima speranza». Ed è come se avvertissi che la vita comunque conserva una sua preziosità irrinunciabile. È questo che ti voglio far capire, citando una tua frase: «Sapevo già che non avrei avuto da lui l’amore che andavo mendicando». Mi sembra che queste parole tradiscano il tuo autentico dramma: ti senti una "mendicante", di affetti, di comprensione, di amore; e invece a tutte queste cose hai un diritto inalienabile, cui non puoi rinunciare.

Scusami la franchezza, Alice, ma sei a un bivio: scuoterti o no. Anzi, hai già scelto la strada più comoda: arrenderti. Dici che non hai il coraggio di buttarti via. E invece è quello che dovresti fare: buttar via la parte di te che dietro lo specchio ci sta bene, si sente coccolata dal suo dolore.

Perché dovresti farlo? Potrei risponderti: per te stessa, perché te lo devi. Ma questo non ti basterebbe. E allora ti dico: fallo perché in fondo è questo che vuoi. Guardati dentro con onestà; tu non hai il coraggio di farla finita perché così perderesti l’unica cosa cui ancora tieni: la tua sofferenza. Ma che senso ha questa sofferenza? Ti piace così tanto che non vuoi uscirne? Davvero è la cosa più preziosa che hai? Io credo che la cosa più importante che hai sia la tua dignità: dignità di essere umano che non ha uguali, di donna che ha diritto di essere amata, di giovane che ha diritto a un futuro da costruire con le sue mani.

Finora non hai mai vissuto questi diritti. Anzi, probabilmente non hai mai nemmeno sentito di averli. Ora scuotiti, ribellati, spezza le catene che ti imprigionano. Vieni fuori dallo specchio, Alice, anche facendoti aiutare da qualcuno più esperto, da uno psicologo. Apri le tue ali, Rondinella, e rimettiti a volare. Fallo per te stessa e per me.

d.f.

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