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Dai nostri inviati

Israele
I TERRITORI DEL SOSPETTO

di GUGLIELMO SASININI
   

   Famiglia Cristiana n.47 del 29-11-1998 - Home Page L’indipendenza dello Stato palestinese, annunciata da Arafat per il 4 maggio del prossimo anno, non dissolve il clima di stanchezza e di diffidenza (anche nei confronti della propria polizia) che si respira a Gaza e dintorni. Sul processo di pace grava ancora la minaccia degli integralisti islamici.

«Q uali sentimenti predominano tra la gente che vive nei Territori controllati dall’Autorità palestinese? Il sospetto, la paura, la diffidenza, la stanchezza. Qui nessuno si può esprimere liberamente, le violazioni dei diritti umani sono quotidiane, basta niente per essere arrestati». Maher Al Alami è un palestinese anziano e coraggioso, nonostante il suo cuore malato non esita a raccontare che in quell’embrione di Stato che si chiama Autorità palestinese molti degli 80 mila uomini armati che fanno parte dei sei servizi di sicurezza e di polizia creati da Yasser Arafat operano spesso al di fuori della legge, si arricchiscono con traffici e tangenti di ogni tipo.

Se un palestinese ha un problema difficilmente va dalla magistratura, più facilmente si rivolge all’organizzazione che più gli ispira fiducia, o nella quale milita un amico o un parente. Il braccio armato di al-Fatah, la vecchia organizzazione guerrigliera di Arafat, si chiama "Tanzim" e assieme a "Forza 17", la guardia presidenziale di Arafat, di fatto controlla la polizia palestinese, il Servizio di sicurezza preventiva, il Servizio generale di spionaggio e il Servizio segreto militare.

«Io ho lavorato per trent’anni al quotidiano Al-Quds, il più diffuso organo di stampa palestinese», dice Maher Al Alami, «e sono arrivato a dirigerlo, poi un giorno, poiché non avevo dato eccessivo spazio ad un incontro tra Arafat e il patriarca greco ortodosso, sono stato arrestato, imprigionato per una settimana e poi licenziato. Non è questa la Palestina che avevo sognato, molti di noi sono delusi e frustrati dalla situazione attuale. Arafat si è fatto ingannare dagli israeliani che gli hanno fatto credere che Oslo fosse solo la prima tappa per l’autodeterminazione della Palestina; ora Arafat dovrebbe dimettersi e ammettere che ha fallito. Per dare sicurezza agli israeliani, prima bisogna convincere i palestinesi che veramente Israele vuole la pace, cosa di cui sinceramente dubitiamo».

Il fucile che Arafat è tornato, metaforicamente, a brandire, annunciando, a Ramallah, che lo Stato palestinese indipendente sarà comunque proclamato il 4 maggio 1999 e per questo, ha specificato il leader dell’Autorità, «abbiamo già preparato i fucili e siamo pronti a impugnarli se qualcuno vorrà impedirci di pregare a Gerusalemme», è stato immediatamente riposto dopo che Abu Ammar (il nome di battaglia di Arafat) ha corretto il tiro chiarendo: «Vogliamo risolvere tutte le divergenze con metodi pacifici e attraverso i negoziati, senza fare ricorso a nessun altro mezzo».

«Non potrebbe essere diversamente», dice Saeb Arikat, l’uomo più vicino ad Arafat, nonché capo della delegazione palestinese ai negoziati di Wye Plantation. «Noi abbiamo rinunciato da tempo ad ogni forma di violenza, ora è il signor Netaniahu che deve mettere in pratica gli accordi presi davanti al presidente degli Stati Uniti. Dichiarare lo Stato palestinese è, comunque, nostro pieno diritto, come è nel nostro diritto impedire che i coloni israeliani continuino ad estendere i propri insediamenti nelle zone della Cisgiordania che passeranno sotto il nostro controllo. Il primo ministro israeliano non ha ancora capito che sono finiti i tempi in cui gli israeliani impartivano ordini e i palestinesi li eseguivano supinamente».

Rassicurato dalla pubblica smentita di Arafat, il Governo israeliano ha reinserito il processo di pace sul binario giusto: un altro 13 per cento di territorio della Cisgiordania passerà sotto il controllo palestinese, 250 detenuti dell’Olp verranno rilasciati, a Gaza entrerà presto in funzione l’aeroporto dell’Autorità palestinese.

Eppure l’ombra minacciosa degli integralisti islamici palestinesi di Hamas continua a incombere sui futuri sviluppi degli accordi. Per Mahmud Al-Zahar, uno dei capi di Hamas di Gaza, «ogni accordo siglato fra il traditore Arafat e gli israeliani è privo di significato. In ogni caso il ritiro delle truppe israeliane dalla Cisgiordania non cambierà la situazione perché il nostro popolo non si accontenta di elemosine, ma merita la libertà e non la otterrà certo da Israele. Arafat arresta i nostri militanti e ha promesso di smantellare la nostra organizzazione, ebbene che provi a toccarci, sapremo rispondere adeguatamente».

Secondo i servizi di sicurezza israeliani, che collaborano con quelli palestinesi e, dopo il vertice di Wye Plantation, anche con gli agenti della Cia inviati nei Territori, le minacce degli integralisti non sono mai state così credibili. Per lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano, il movimento integralista palestinese starebbe progettando una serie di attentati da mettere in atto contemporaneamente nello Stato ebraico e nei Territori occupati. Fonti di intelligence riferiscono che qualcosa di analogo sarebbe in preparazione anche da parte dell’ala estrema della destra israeliana, quella che si riconosce nell’Eretz Israel (il grande Israele biblico) e che ha inviato a Netaniahu messaggi del genere: «Bibi, attento, ricordati di Rabin. Nessuno potrà indurci ad abbandonare la nostra terra».

Il pericolo che il terrorismo depisti sia Arafat che Netaniahu è più che mai presente. Non a caso George Tenet, l’attuale direttore della Cia, che è nato in Grecia ed è molto sensibile alle questioni mediorientali, è riuscito proprio su questo tema a ribaltare il ruolo finora svolto dall’"Agenzia" che negli anni Settanta fu a fianco del Mossad, ma non fu contro il Fronte di liberazione della Palestina, mettendo a punto un riservatissimo sistema di sicurezza integrato e strappando a Clinton un bilancio record: 30 miliardi di dollari l’anno, più due miliardi per le emergenze.

Il primo ministro israeliano, che comunque ha fatto ratificare a larga maggioranza anche dal Parlamento gli accordi di Wye Plantation, ha detto ai propri deputati di non nutrire illusioni circa i palestinesi e su un’armoniosa cooperazione regionale, come teorizzavano in passato sia Rabin che Peres.

«Il nostro approccio», ha detto il leader, «è più disincantato, più realistico. Quello che vogliamo è vedere realizzati tutti i punti di Wye Plantation, non all’incirca, ma proprio tutti, uno per uno. Non vogliamo sopportare continui rimescolamenti delle carte. Ci siamo impegnati a ritirarci dal 13 per cento della Cisgiordania e ora attendiamo che Arafat riduca di un terzo le proprie forze armate».

«Il clima di sospetto reciproco che rende difficile il dialogo con Israele», dice Saeb Arikat, «nasce dal fatto che noi ci sediamo al tavolo delle trattative assieme agli israeliani, gli americani fanno da supervisori, ma in realtà continuano a proteggere Israele, quindi firmiamo degli accordi che dovrebbero avere valore di legge, mentre il giorno dopo gli organi di stampa annunciano il contrario di quello che ci siamo detti. A proposito delle clausole dello Statuto palestinese che chiedevano la distruzione dello Stato di Israele, abbiamo già detto che sono superate, abbiamo ribadito che condanniamo qualsiasi ricorso alla forza, che riteniamo ogni atto di terrorismo una minaccia agli interessi nazionali palestinesi, e ora faremo una legge per sancire il nostro totale distacco da ogni forma di violenza».

Nell’altalena di speranze e sospetti, ecco giungere l’ultima doccia fredda. Mentre Arafat rassicurava gli israeliani delle sue buone intenzioni, a Gerusalemme Est, Feisal Husseini, praticamente il "sindaco" della parte araba della capitale, per conto dell’Olp annunciava: «Abbiamo scelto la strada della pace, ma se non saranno rispettati i nostri diritti ci restano altre opzioni, la battaglia per Gerusalemme è sacra a tutti i musulmani del mondo».

Parole che infiammano gli animi nelle zone della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese. «Abbiamo combattuto in Libano contro gli israeliani e contro le milizie cristiano-maronite», dice Mahamud Jaher, un anziano palestinese di al-Fatah, laureatosi in Legge all’Università del Cairo, «abbiamo seguito Arafat in Tunisia, quindi ci siamo ricongiunti a Gaza perché ci era stato detto che da qui sarebbe ripartita la lotta per la conquista della Palestina. Poi ci hanno spiegato che dovevamo accontentarci della restituzione dei territori occupati da Israele con la guerra del ’67. Ora Arafat dice che l’anno prossimo proclameremo lo Stato palestinese, nello stesso tempo fa arrestare dalla polizia, che collabora con i servizi segreti sionisti, i nostri compagni di Hamas e dice che la pace con Israele è una scelta strategica e che è necessario proseguire sulla strada degli accordi. Sinceramente siamo molto confusi».

A Gaza, come a Ramallah, e nelle altre "zone palestinesi", i cantieri aperti e gli alberghi di recente costruzione, per lo più grazie ai finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita, fanno pensare ad uno sviluppo che possa promettere un futuro anche agli ex feddayn come Jaher, in realtà tutto appare precario. Chi detiene un qualche potere nei territori dell’Autorità palestinese lo ostenta cenando nei migliori ristoranti senza pagare, vestendosi gratis, oppure, come è successo, commettendo persino degli omicidi. Se qualcuno protesta si fa ricorso alle armi, tanto, con la scusa del terrorismo, è facile trovare sempre una giustificazione. La stampa palestinese si guarda bene dal parlare di queste cose, preferendo enfatizzare i continui successi della dirigenza palestinese. Più difficili sono gli equilibri da mantenere nei confronti del "grande vecchio", Yasser Arafat, perché ufficialmente tutti sono ancora con lui, ma in realtà la fronda integralista ha scavato profondi solchi anche fra i fedelissimi.

Intanto le domande di sempre non trovano ancora risposte. Solo quando si raggiungerà un livello di vita dignitosa per tutti anche a Gaza, quando i giovani palestinesi potranno avere un’istruzione degna di questo nome, quando il livello sanitario sarà accettabile, quando si potrà dire agli ex ragazzi dell’Intifada che cosa gli riserva l’avvenire, i leader dell’Autorità palestinese potranno realmente disarmare i sostenitori della guerra a oltranza.

I più, sia da parte palestinese che da parte israeliana, pensano che ciò avverrà soltanto molto lentamente, e in ogni caso i frutti dei controversi accordi di pace potranno essere raccolti esclusivamente da quei palestinesi e da quegli israeliani che oggi sono ancora bambini, oppure che non sono ancora nati.

Nella valle di Gerico, dove il caldo fa maturare incredibili varietà di frutta e dove i ristoranti e gli alberghi già si preparano ai festeggiamenti per l’anno 2000, una società svizzera sta finendo di arredare un grande casinò, l’Oasis. Il complesso, inquadrato da scarne palme, che ha la pretesa di ricordare le case da gioco di Las Vegas, è già in funzione e tutte le sere lunghe file di automobili si formano sulla strada che da Gerusalemme conduce a Gerico. Frotte di israeliani in cerca di emozioni da tavolo verde e da roulette sono abituali frequentatori dell’Oasis; le pattuglie di polizia che circondano il casinò vegliano sulla loro incolumità e provvedono ad allontanare i curiosi palestinesi, nessuno dei quali infatti può essere ammesso in questo tempio del gioco d’azzardo.

Ma c’è chi dice che i rampolli di qualche ricca famiglia palestinese trovino comunque il modo di superare la sorveglianza e di penetrare nei dorati saloni dell’Oasis per lanciare fiches da cinquecento dollari sotto gli occhi di allibiti croupiers. Così può capitare che giovani esponenti della nuova aristocrazia palestinese, quella che non ha mai conosciuto i campi profughi, si seggano a fianco di giovani israeliani, accomunati dalla speranza di catturare i favori della dea bendata.

Guglielmo Sasinini

   

«La parola chiave è: convivenza»

Emile Shoufani è orgoglioso di essere un arabo israeliano, e prima ancora di presentarsi come il sacerdote della Chiesa melkita che a Nazaret, da 23 anni, dirige una particolarissima scuola di educazione alla convivenza tra cristiani, arabi e drusi, tiene a precisare: «Israele è un Paese di grande democrazia e noi arabi israeliani, che rappresentiamo una forza di oltre un milione e duecentomila cittadini, il 20 per cento della popolazione di Israele, siamo fieri dei grandi passi avanti che sono stati fatti sulla via della comprensione tra cristiani ed ebrei. Io capisco molto bene il desiderio di sicurezza di Israele, come condivido anche le istanze dei palestinesi, ma per realizzare veramente la pace dei giusti occorre costruire assieme a noi arabi israeliani i quadri dei futuri Stati. La parola chiave di tutto è la convivenza. Per questo il mio lavoro si è sempre basato sull’accettazione dell’uno da parte dell’altro, senza distinzioni tra ebrei, arabi, cristiani, drusi. I grandi problemi di oggi, sia per Israele che per i palestinesi, sono i rispettivi estremismi religiosi, da un lato gli ultranazionalisti ebrei, dall’altro gli integralisti islamici. Rabin aveva ben compreso questo pericolo e, purtroppo, abbiamo visto che cosa è successo.

Io sono assolutamente convinto che gli arabi israeliani non parteggiano per i palestinesi, né sarebbero mai disposti ad andare a vivere un giorno nel futuro Stato palestinese. Però non bisogna nemmeno demonizzare tutto ciò che è arabo perché altrimenti si innescano reazioni contrastanti. Come religioso non sono d'accordo neanche nel far passare un messaggio contro l’Islam, perché tra uomini di fede ci si incontra sempre. Dopo cinquant’anni di convivenza, i nostri rapporti col mondo israeliano sono profondamente cambiati, c’è un rispetto reciproco, però non di rado ci sentiamo ancora guardati come dei cittadini un po’ diversi».

g.s.

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