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EDITORIALE


LA "BANALITÀ DEL MALE"
E LA SANTITÀ DI DON PUGLISI

   

   Famiglia Cristiana n.46 del 22-11-1998 - Home Page «Sotto la mafia non si è uomini. Chi nel suo regno vuole introdurre un cambiamento viene espulso. O parte o muore. Perché tutto deve restare come sempre, a presidio degli interessi e del potere costituito». Don Puglisi è morto per il suo ostinato coraggio civile e sociale.

«Ricordate, giudici della Corte d’Assise, cosa raccontò "il cacciatore" riguardo a ciò che avvenne dopo che don Giuseppe Puglisi fu ucciso? L’assassino riferì che lo Spatuzza Gaspare gli sottrasse il borsello e si impossessò delle marche della patente. Singolare assonanza con ciò che è scritto nel Vangelo secondo Giovanni dopo la crocifissione di Nostro Signore Gesù (Vangelo 19,25): "Si sono divise tra loro le mie vesti". Ma questo, Spatuzza Gaspare e i suoi correi non potevano saperlo».

Così si è chiusa il 28 febbraio di quest’anno la requisitoria del pubblico ministero Lorenzo Matassa davanti alla Corte d’Assise di Palermo, nel processo contro quattro responsabili della morte del parroco di San Gaetano nel quartiere Brancaccio. Matassa aveva chiesto per i killer della mafia la condanna all’ergastolo, ed ergastolo è stato.

Una coraggiosa rivista palermitana, il mensile Segno, ha pubblicato il dispositivo della sentenza, emessa il 4 aprile 1998. Nell’editoriale si legge: «È un documento allucinato, monotono, ossessivo. Il rapporto su un deserto, creato dalla paura e dall’impotenza». E più avanti: «Sotto la mafia non si è uomini. Chi nel suo regno vuole introdurre un cambiamento viene espulso. O parte o muore. Perché tutto deve restare come sempre, a presidio degli interessi e del potere costituito».

Di questo sistema mafioso dall’identità immutabile, la sentenza afferma che fanno parte, oltre i criminali di vertice e quelli di bassa manovalanza omicida, anche «un ambiente politico largamente inquinato, settori della società civile degradati, amministratori degli enti locali e rappresentanti delle articolazioni di quartiere per buona parte corrotti o collusi, esercenti attività economiche fortemente condizionati».

Don Pino Puglisi è morto la sera del 15 settembre del 1993, mentre rincasava. Gli hanno sparato alla nuca da non più di venti centimetri con una pistola calibro 7,65 "silenziata". Il suo assassino, Salvatore Grigoli, detto "il cacciatore", reo confesso, ha raccontato così la scena: «Il Padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa... aveva un borsello nelle mani. Fu una questione di pochi secondi: io ebbi il tempo di notare che lo Spatuzza si avvicinò e mise la mano nella sua mano per prendergli il borsello e gli disse piano: "Padre, questa è una rapina!". Lui si girò, lo guardò, ma non si era accorto di me. E gli disse: "Me lo sarei aspettato"».

La pistola "silenziata", inusuale nei delitti di mafia, l’arrivo e la fuga degli assassini a piedi, l’ora in cui in strada non c’era nessuno, il colpo sparato alle spalle, la sottrazione del borsello del sacerdote erano pianificati per far credere che si trattasse di un omicidio "casuale", opera di un rapinatore o di un tossicodipendente. Ma la vittima era troppo nota per il suo ostinato coraggio nel cercare il recupero morale, civile e sociale del quartiere dominato dalla mafia, perché l’inganno funzionasse.

Dalla lettura di questo lungo testo giudiziario emergono in sostanza due elementi. Il primo è la conferma dell’assoluta "banalità del male", come Hannah Arendt, riferendosi alla pratica nazista dello sterminio, ha definito la natura profonda dell’inclinazione omicida di massa. Gli assassini di don Puglisi sono malavitosi di nessuno spessore umano. Il freddo linguaggio del giudice riferisce di ciascuno di loro l’identico comportamento: «...poche ore dopo l’arresto ha cominciato a collaborare».

Perché "collaborano", facendo arrestare complici e recuperare armi, indicando nascondigli e rivelando delitti finora sconosciuti, accusandosi di decine di omicidi, estorsioni, incendi, intimidazioni violente? Non certamente perché si "pentano" nell’accezione comune del termine, bensì perché non solo contano sui benefici di legge connessi alla "collaborazione", ma anche perché vogliono vendicarsi di chi li aveva irretiti, aveva messo loro in mano delle armi, li aveva mandati a uccidere con la promessa di denaro, e poi non aveva mantenuto. Dice uno di loro, Giovanni Ciaramitaro: «Io prima di entrare a far parte di Cosa nostra rubavo per i fatti miei, rapinavo per i fatti miei e stavo meglio... poi quando ho fatto parte di Cosa nostra facevo una vita da schiavo perché dovevo fare quello che dicevano loro. Perciò quando mi hanno arrestato mi sono fatto bene i conti e mi son detto: io mi devo fare 20-30 anni di carcere per quale motivo non ci ho guadagnato niente anzi ci ho rimesso perché prima avevano promesso che si stava bene, soldi, appartamento, invece non ci ho visto proprio niente».

Ma questa "banalità del male" sembra non incidere sulla continuità della mafia. Le lettere del superlatitante Provenzano (che dopo l’arresto di Riina è indicato come il nuovo capo di Cosa nostra), sequestrate nel corso dell’ultima maxi retata palermitana, rivelano un uomo rozzo, analfabeta, e tuttavia il suo potere di "padrino" sembra incontrastato, feroce e indiscusso. Per uno dei tre fratelli Graviano (i boss di Brancaccio, mandanti del delitto Puglisi, ora tutti in carcere) un testimone al processo ha detto che «i ragazzi deliravano per lui». Di qui si capisce il terrore che tuttora inchioda all’omertà.

L’altro elemento che emerge dalla sentenza è la santità di don Puglisi, martire della sua missione di liberatore del suo popolo dalla sudditanza al male con le sole armi della mansuetudine e del coraggio, proprie di Gesù, come ha ricordato il pm Matassa. Questa santità la sua Chiesa ha il dovere di dichiararla.

   Beppe Del Colle

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