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IL PERSONAGGIO - Romina Power

«CARO, FRAGILE PAPÀ»

di LUISA SANDRONE
   

   Famiglia Cristiana n.45 del 15-11-1998 - Home Page Venticinque anni di indagini sulle orme di un genitore troppo presto perduto, cercando ricordi e testimonianze di attori e registi di Hollywood e di chiunque l’avesse conosciuto. Ne emerge un Tyrone Power colto, profondo e vulnerabile.

L'uomo, spavaldamente bello, avanza con passo deciso nello scenario da Far West: pistola al fianco, cappello da cowboy, fazzoletto al collo e, sullo sfondo, montagne brulle e case di legno. Quante volte abbiamo visto l’eroe incamminarsi così verso un duello all’ultimo sangue, un tramonto di fuoco, un abbraccio appassionato? Questa volta no: nella sua mano nessuna Colt, ma cinque dita piccine che non mollano la presa, in una silenziosa ma implacabile dichiarazione di possesso. «Tu sei mio», sembra dire la bambina che – a differenza dell’uomo – non sorride, e gli cammina al fianco tutta impettita nel suo abitino a fiori.

Lui è Tyrone Power, il leggendario attore di Hollywood di cui ricorre proprio in questi giorni il quarantennale della morte (un infarto lo stroncò il 15 novembre del 1958 in Spagna, durante le riprese di Salomone e la regina di Saba); la bimba, sua figlia Romina, fotografata durante una visita al celebre papà sul set di uno degli innumerevoli film che lo videro protagonista.

Quell’immagine tenerissima, scattata nel 1953, è diventata la copertina del libro Cercando mio padre (Gremese, pagg. 296, lire 30.000), frutto di un’indagine durata venticinque anni e di un amore senza tempo che l’ha portata in giro per il mondo – dagli Stati Uniti all’Irlanda, da Parigi all’Italia – sulle orme di un genitore appena conosciuto e troppo presto perduto. Ma al quale Romina si è sempre sentita unita da un legame profondo, che emerge con commovente prepotenza da queste pagine ricche di testimonianze, ricordi, foto e citazioni. Volti e nomi mitici della Hollywood di ieri (da attori come Henry Fonda, Cesar Romero, Janet Gaynor, Rock Hudson, Anita Ekberg, a registi del calibro di Henry King e Henry Hathaway), e poi gli amici, i compagni di volo – Tyrone Power era un pilota provetto – e le tante donne di una vita sentimentalmente affollata ma mai appagante o felice. Il tutto minuziosamente raccolto, trascritto e raccontato con infinito affetto, ma senza indulgere a censure anche là dove l’argomento si faceva (soprattutto per una figlia) scottante, e quindi particolarmente doloroso. «Le sole cose che ho taciuto», ammette, «sono quelle che avrebbero potuto ferire molto alcune persone, delle verità che non andavano dette. Ma non su mio padre».

Una piccola bugia, l’unica forse, e rivelatrice del rapporto mai risolto di Romina con la madre Linda Christian: è proprio la bellissima attrice, che «non mi parlava mai di lui (io chiedevo, chiedevo ma conoscevo già in anticipo le risposte sintetiche, pragmatiche) e non mi ha aiutato assolutamente in questo mio viaggio», a uscire con le ossa rotte dalle pagine del libro.

  • Come e quando è nata in lei l’idea di scriverlo?

«Forse quando, quindicenne, mi imbattei in una registrazione in cui mio padre recitava alcune poesie di Byron, e una – dedicata alla figlia Allegra – sembrava proprio indirizzata a me. In quel periodo feci un’altra scoperta che mi emozionò: avevamo in comune il libro preferito, Il profeta del libanese Kahlil Gibran. A piantare il seme in questo terreno già fertile ci pensò Evy Eman, allora soltanto un’ammiratrice americana di papà e oggi una carissima amica. "Devi colmare il vuoto che c’è su di lui", mi spronava, e così la mia ricerca personale divenne un progetto concreto. Che purtroppo partiva da zero, perché io – a differenza di mia sorella Taryn, di due anni più piccola – non avevo nessun ricordo di mio padre, neanche un flash (per istinto di autodifesa, credo: nell’infanzia prima e nell’adolescenza poi, ho rimosso completamente le situazioni che potevano farmi soffrire). Ho cominciato a raccogliere materiale fotografico, a leggere articoli, a vedere tutti i suoi film, a contattare le persone collegate, in qualche modo, alla sua vita. E sono arrivati i sogni...».

  • In che veste le si presentava, di attore o di padre?

«Era sempre vestito di bianco, sorridente, quasi volesse rassicurarmi che tutto andava bene; ma quando lo abbracciavo, sotto il tessuto della giacca toccavo le ossa, e ogni volta lui doveva scappare, c’era qualcuno che lo aspettava... È stato così per tutti gli anni ’70, poi per un lungo periodo il buio, neanche un "incontro". Finché, il giorno che ho consegnato il libro all’editore con le ultime correzioni, è accaduto di nuovo: si stava vestendo per andare a lavorare, indossava la solita camicia bianca e scendeva dei gradini che io salivo di corsa. L’ho stretto a me, e finalmente ho sentito un corpo intero, reale, che potevo abbracciare. Aveva una caramella in bocca e sembrava felice: ho pensato che forse questo libro è una cosa dolce, per lui».

  • Cercando suo padre, ha incontrato mezza Hollywood: chi l’ha aiutata di più, le grandi star o la gente comune?

«La prima a capire che il mio progetto nasceva dal cuore e non da un interesse commerciale o scandalistico – sulla scia di tante figlie "arpie", vedi quella di Joan Crawford – è stata zia Anne, la sorella di papà. Mi ha dato molto, così come Annabella, la sua prima moglie: persone che fino allora avevo appena sfiorato, e che grazie a questa mia ricerca ho potuto scoprire e apprezzare. Ma anche i divi (con l’eccezione di Lana Turner che sbatté la porta, di Don Ameche, Kim Novak, Marlene Dietrich...) mi hanno aiutato con i loro ricordi. Nel libro ci sono tutti, Henry Fonda che all’inizio si mostrò seccatissimo (poveretto, Taryn e io non avevamo tenuto conto dell’ora legale e gli piombammo in casa con grande anticipo, sorprendendolo spettinato e alle prese con la prima colazione), ma poi pian piano si sciolse e divenne "quasi" amabile; il grande Henry King, un dolcissimo vecchio generoso di memorie; Rock Hudson che da giovane, pur di vedere recitare papà a teatro, sfondò una porta...Tutti, ma proprio tutti, hanno parlato bene di lui, e non certo perché avevano davanti la figlia di Tyrone Power, per loro nulla più che una sconosciuta».

  • Dal suo libro emerge la figura di un uomo colto, sensibile, un intellettuale: è stata questa la scoperta più bella che ha fatto su suo padre?

«Sì, perché la sua profondità d’animo, il suo essere così poeta, fragile e vulnerabile sul piano dei sentimenti, me lo hanno fatto sentire molto vicino. Un’emozione bellissima, ma anche dolorosa: se ti innamori di una persona sapendo che il tempo dello stare insieme non tornerà mai più, e tutto quel che ti resta sono i ricordi che altri ti hanno regalato, e foto e articoli di giornali... allora non puoi fare a meno di soffrire. Perciò capisco mio fratello Tyrone jr. che non ha voluto aver niente a che fare con il libro: lui papà non lo ha neanche conosciuto, se non riflesso nei racconti degli altri, e ha sempre vissuto con questo gran vuoto dentro. Al contrario di me, che ho voluto sapere, ha scelto di cancellare, di dimenticare».

Lei, Romina, non ha dimenticato nulla. Intrecciando notizie biografiche, documenti originali (le lettere di Tyrone alla madre Patia, un’attrice che dopo aver messo su famiglia divenne insegnante di dizione; quelle del padre attore – Tyrone anche lui – al figlio "Bingo" che gli comunicava l’intenzione di seguire le sue orme; le poesie e la fitta corrispondenza epistolare con l’amico Watson Webb durante i tre anni nell’esercito) e testimonianze dei colleghi di set, ha costruito un mosaico con il volto del padre. Senza nascondere le debolezze dell’uomo, evitando le trappole di certe piccole morbosità che avrebbero fatto la gioia di tanti editori («sono grata al mio», dice, «perché ha accettato il libro così come l’avevo pensato e voluto, senza chiedermi di cambiare una virgola»), lasciando parlare gli interlocutori e relegando sé stessa in secondo piano. «Il protagonista è mio padre, è lui che ho voluto far scoprire a chi ne conosceva la maschera di attore (capace di interpretare una vastissima gamma di ruoli senza cristallizzarsi in un comodo cliché), ignorandone però la personalità di uomo».

  • E adesso che il viaggio è finito e il cordone ombelicale, come dice nella dedica al suo daddy, è stato tagliato, si sente liberata, o un po’ più sola?

«Liberata? Macché, sto già pensando a delle piccole correzioni da apportare, e poi c’è l’edizione americana da seguire, magari da modificare... Io questo libro non riesco proprio a lasciarlo, potrei continuare a rielaborarlo per tutta la vita. A essere sollevato, semmai, è mio marito: Al Bano, in questi venticinque anni, si è sorbito tutte le stesure. Adesso, finalmente, può tirare il fiato».

Luisa Sandrone

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