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Venticinque anni di
indagini sulle orme di un genitore troppo presto perduto, cercando ricordi e testimonianze
di attori e registi di Hollywood e di chiunque lavesse conosciuto. Ne emerge un
Tyrone Power colto, profondo e vulnerabile. L'uomo,
spavaldamente bello, avanza con passo deciso nello scenario da Far West: pistola al
fianco, cappello da cowboy, fazzoletto al collo e, sullo sfondo, montagne brulle e
case di legno. Quante volte abbiamo visto leroe incamminarsi così verso un duello
allultimo sangue, un tramonto di fuoco, un abbraccio appassionato? Questa volta no:
nella sua mano nessuna Colt, ma cinque dita piccine che non mollano la presa, in una
silenziosa ma implacabile dichiarazione di possesso. «Tu sei mio», sembra dire la
bambina che a differenza delluomo non sorride, e gli cammina al fianco
tutta impettita nel suo abitino a fiori.
Lui è Tyrone Power, il leggendario attore di Hollywood di
cui ricorre proprio in questi giorni il quarantennale della morte (un infarto lo stroncò
il 15 novembre del 1958 in Spagna, durante le riprese di Salomone e la regina di Saba);
la bimba, sua figlia Romina, fotografata durante una visita al celebre papà sul set di
uno degli innumerevoli film che lo videro protagonista.
Quellimmagine tenerissima, scattata nel 1953, è diventata la copertina del libro
Cercando mio padre (Gremese, pagg. 296, lire 30.000), frutto di unindagine
durata venticinque anni e di un amore senza tempo che lha portata in giro per il
mondo dagli Stati Uniti allIrlanda, da Parigi allItalia sulle
orme di un genitore appena conosciuto e troppo presto perduto. Ma al quale Romina si è
sempre sentita unita da un legame profondo, che emerge con commovente prepotenza da queste
pagine ricche di testimonianze, ricordi, foto e citazioni. Volti e nomi mitici della
Hollywood di ieri (da attori come Henry Fonda, Cesar Romero, Janet Gaynor, Rock Hudson,
Anita Ekberg, a registi del calibro di Henry King e Henry Hathaway), e poi gli amici, i
compagni di volo Tyrone Power era un pilota provetto
e le tante donne di una vita sentimentalmente affollata ma mai appagante o felice.
Il tutto minuziosamente raccolto, trascritto e raccontato con infinito affetto, ma senza
indulgere a censure anche là dove largomento si faceva (soprattutto per una figlia)
scottante, e quindi particolarmente doloroso. «Le sole cose che ho taciuto», ammette,
«sono quelle che avrebbero potuto ferire molto alcune persone, delle verità che non
andavano dette. Ma non su mio padre».
Una piccola bugia, lunica forse, e rivelatrice del rapporto mai risolto di Romina
con la madre Linda Christian: è proprio la bellissima attrice, che «non mi parlava mai
di lui (io chiedevo, chiedevo ma conoscevo già in anticipo le risposte sintetiche,
pragmatiche) e non mi ha aiutato assolutamente in questo mio viaggio», a uscire con le
ossa rotte dalle pagine del libro.
- Come e quando è nata in lei lidea di scriverlo?
«Forse quando, quindicenne, mi imbattei in una registrazione in cui mio padre recitava
alcune poesie di Byron, e una dedicata alla figlia Allegra sembrava proprio
indirizzata a me. In quel periodo feci unaltra scoperta che mi emozionò: avevamo in
comune il libro preferito, Il profeta del libanese Kahlil Gibran. A piantare il
seme in questo terreno già fertile ci pensò Evy Eman, allora soltanto
unammiratrice americana di papà e oggi una carissima amica. "Devi colmare il
vuoto che cè su di lui", mi spronava, e così la mia ricerca personale divenne
un progetto concreto. Che purtroppo partiva da zero, perché io a differenza di mia
sorella Taryn, di due anni più piccola non avevo nessun ricordo di mio padre,
neanche un flash (per istinto di autodifesa, credo: nellinfanzia prima e
nelladolescenza poi, ho rimosso completamente le situazioni che potevano farmi
soffrire). Ho cominciato a raccogliere materiale fotografico, a leggere articoli, a vedere
tutti i suoi film, a contattare le persone collegate, in qualche modo, alla sua vita. E
sono arrivati i sogni...».
- In che veste le si presentava, di attore o di padre?
«Era sempre vestito di bianco, sorridente, quasi volesse rassicurarmi che tutto andava
bene; ma quando lo abbracciavo, sotto il tessuto della giacca toccavo le ossa, e ogni
volta lui doveva scappare, cera qualcuno che lo aspettava... È stato così per
tutti gli anni 70, poi per un lungo periodo il buio, neanche un
"incontro". Finché, il giorno che ho consegnato il libro alleditore con
le ultime correzioni, è accaduto di nuovo: si stava vestendo per andare a lavorare,
indossava la solita camicia bianca e scendeva dei gradini che io salivo di corsa.
Lho stretto a me, e finalmente ho sentito un corpo intero, reale, che potevo
abbracciare. Aveva una caramella in bocca e sembrava felice: ho pensato che forse questo
libro è una cosa dolce, per lui».
- Cercando suo padre, ha incontrato mezza Hollywood: chi lha aiutata di più, le
grandi star o la gente comune?
«La prima a capire che il mio progetto nasceva dal cuore e non da un interesse
commerciale o scandalistico sulla scia di tante figlie "arpie", vedi
quella di Joan Crawford è stata zia Anne, la sorella di papà. Mi ha dato molto,
così come Annabella, la sua prima moglie: persone che fino allora avevo appena sfiorato,
e che grazie a questa mia ricerca ho potuto scoprire e apprezzare. Ma anche i divi (con
leccezione di Lana Turner che sbatté la porta, di Don Ameche, Kim Novak, Marlene
Dietrich...) mi hanno aiutato con i loro ricordi. Nel libro ci sono tutti, Henry Fonda che
allinizio si mostrò seccatissimo (poveretto, Taryn e io non avevamo tenuto conto
dellora legale e gli piombammo in casa con grande anticipo, sorprendendolo
spettinato e alle prese con la prima colazione), ma poi pian piano si sciolse e divenne
"quasi" amabile; il grande Henry King, un dolcissimo vecchio generoso di
memorie; Rock Hudson che da giovane, pur di vedere recitare papà a teatro, sfondò una
porta...Tutti, ma proprio tutti, hanno parlato bene di lui, e non certo perché avevano
davanti la figlia di Tyrone Power, per loro nulla più che una sconosciuta».
- Dal suo libro emerge la figura di un uomo colto,
sensibile, un intellettuale: è stata questa la scoperta più bella che ha fatto su suo
padre?
«Sì, perché la sua profondità danimo, il suo essere così poeta, fragile e
vulnerabile sul piano dei sentimenti, me lo hanno fatto sentire molto vicino.
Unemozione bellissima, ma anche dolorosa: se ti innamori di una persona sapendo che
il tempo dello stare insieme non tornerà mai più, e tutto quel che ti resta sono i
ricordi che altri ti hanno regalato, e foto e articoli di giornali... allora non puoi fare
a meno di soffrire. Perciò capisco mio fratello Tyrone jr. che non ha voluto aver niente
a che fare con il libro: lui papà non lo ha neanche conosciuto, se non riflesso nei
racconti degli altri, e ha sempre vissuto con questo gran vuoto dentro. Al contrario di
me, che ho voluto sapere, ha scelto di cancellare, di dimenticare».
Lei, Romina, non ha dimenticato nulla. Intrecciando notizie biografiche, documenti
originali (le lettere di Tyrone alla madre Patia, unattrice che dopo aver messo su
famiglia divenne insegnante di dizione; quelle del padre attore Tyrone anche lui
al figlio "Bingo" che gli comunicava lintenzione di seguire le sue
orme; le poesie e la fitta corrispondenza epistolare con lamico Watson Webb durante
i tre anni nellesercito) e testimonianze dei colleghi di set, ha costruito un
mosaico con il volto del padre. Senza nascondere le debolezze delluomo, evitando le
trappole di certe piccole morbosità che avrebbero fatto la gioia di tanti editori («sono
grata al mio», dice, «perché ha accettato il libro così come lavevo pensato e
voluto, senza chiedermi di cambiare una virgola»), lasciando parlare gli interlocutori e
relegando sé stessa in secondo piano. «Il protagonista è mio padre, è lui che ho
voluto far scoprire a chi ne conosceva la maschera di attore (capace di interpretare una
vastissima gamma di ruoli senza cristallizzarsi in un comodo cliché), ignorandone
però la personalità di uomo».
- E adesso che il viaggio è finito e il cordone ombelicale, come dice nella dedica al
suo daddy, è stato tagliato, si sente liberata, o un po più sola?
«Liberata? Macché, sto già pensando a delle piccole correzioni da apportare, e poi
cè ledizione americana da seguire, magari da modificare... Io questo libro
non riesco proprio a lasciarlo, potrei continuare a rielaborarlo per tutta la vita. A
essere sollevato, semmai, è mio marito: Al Bano, in questi venticinque anni, si è
sorbito tutte le stesure. Adesso, finalmente, può tirare il fiato».
Luisa Sandrone |