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«Non mi importa che
Pinochet sia arrestato, ma processato. Nei confronti dellex dittatore non desidero
vendetta, ma solo giustizia e verità».Non mi
interessa vedere Augusto Pinochet dietro le sbarre di una cella. Ormai è troppo vecchio.
Del resto anche la giustizia spagnola, che ne ha chiesto lestradizione, non lo
prevede. Torni pure nel suo Cile, anche se a mio padre aveva offerto lesilio. Quello
che davvero mi interessa è che venga condannato, che il popolo cileno possa finalmente
avere verità e giustizia».
Isabel Allende, una delle tre figlie del presidente Salvador
Allende, continua a scandire questo binomio a ogni occasione. Perché, spiega, «sono i
due pilastri su cui si fonda la Costituzione di qualsiasi popolo». Senza verità e
giustizia, «la verità sui massacri, le torture, i desaparecidos e la giustizia su
quei misfatti, non ci sarà mai una democrazia compiuta».
Nella vita di Isabel ci sono quindici anni di esilio. Da
Santiago, dove è tornata nel 1988, si è precipitata a Londra: per assistere alle sedute
dei Comuni e dei Lords sulla richiesta di estradizione del vecchio dittatore, e per
sensibilizzare lopinione pubblica di mezza Europa. Mantenere viva la memoria di suo
padre è la missione di questa sociologa di 54 anni, deputata socialista, con una cugina
omonima scrittrice di successo che vive negli Stati Uniti: «Ogni tanto qualcuno mi porta
un suo libro e mi chiede di autografarlo, io lo faccio egualmente spiegando chi sono e che
cosa voglio che rimanga vivo nel mio ricordo».
È stata lei stessa a definirsi "ambasciatrice delle
coscienze". Da Londra a Madrid, per assistere alle audizioni del giudice Garzón e
per ripetere ancora una volta che la richiesta di estradizione è già una vittoria
morale, «perché Pinochet è già stato condannato dal mondo. Se Pinochet è diventato
oggetto di sette richieste di estradizione in tutta Europa, dalla Germania
allItalia, dalla Spagna alla Francia, allora sarà possibile far sì che lo stesso
avvenga in Cile, dove per venticinque anni il dittatore è rimasto un intoccabile».
Nelle sue parole non cè astio, non cè
desiderio di vendetta personale. «Sono deputata in Parlamento e quasi ogni giorno mi
imbatto nei generali che facevano parte della giunta militare di Pinochet e che il tiranno
ha voluto venissero eletti senatori, senza consultazione popolare. Per non parlare delle
persone che collaborarono con il suo regime. Ci salutiamo educatamente, ci diciamo
buongiorno e buonasera. Siamo in democrazia, ormai, anche se è una democrazia che deve
crescere. Che cosa penso della famiglia Pinochet? Provo solo indifferenza,
nullaltro. Non ho mai conosciuto nessuno di loro, nemmeno le figlie».
Gli stessi sentimenti li riserva per gli altri imputati del
processo di cui Garzón è pubblico ministero. Una lunga lista di grandi ufficiali e
collaboratori, 35 in tutto, da Manuel Contreras a Pedro Espinoza, oggi generali a riposo.
Una specie di Norimberga cilena, fatta di criminali, torturatori, responsabili della Dina,
la terribile polizia politica, di mandanti di omicidi dentro e fuori il Cile. «Anche
lItalia è stato teatro di queste persecuzioni: voglio ricordare il tentato omicidio
di Bernardo Leighton, democristiano cileno, nellottobre 1975, e lomicidio di
Orlando Letelier, ministro degli Esteri di mio padre. Ho desiderato la verità e
nientaltro fin dal primo momento. E non mi impressionano le manifestazioni a
Santiago in favore del tiranno. Si tratta di una minoranza, quella dellestrema
destra, anche se è una minoranza che strilla». Sentimenti provati fin da quando la
giovane Isabel, quell11 settembre del 1973, lasciò le sale del Palazzo della
Moneda, dove un pugno di fedelissimi si stringeva intorno al suo presidente, al El Chico
come lo chiamavano affettuosamente la moglie e le figlie, preparandosi allultimo
assalto. «Qui si va fino alla fine», le sussurravano accompagnandola fuori del Palazzo.
«Mio padre sapeva che da lì a poco avrebbero bombardato
la Moneda, ma rifiutò lofferta di consegnarsi e prendere la via dellesilio.
Voglio rimanere leale al mio popolo, anche a prezzo della vita, mi disse. Poi aggiunse che
le grandi strade della libertà si sarebbero aperte e che il suo esempio avrebbe varcato i
confini, che le libere coscienze avrebbero trionfato. Ho pensato a quelle parole mille
volte. Le trovo incredibili, molto poetiche, davvero».
Francesco Anfossi
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