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Il peso del passato
- CILE LA DEMOCRAZIA LEGATA di RENZO GIACOMELLI |
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Lipotesi di un
processo al dittatore ha ravvivato le divisioni nel Paese, che non ha ancora risolto il
proprio esame di coscienza con la violenza e il terrore degli anni Settanta. La posta in
palio è lavvenire della fragile democrazia cilena. Santiago, novembre Nel Cementerio general di Santiago del Cile cè un muro di marmo bianco sul quale sono scolpiti più di 4.000 nomi. È il Memorial del detenido desaparecido y del ejecutado politico. Pare un gigantesco giornale a due pagine. In quella di sinistra, a undici colonne, sono scritti i nomi degli "scomparsi": la lista incomincia con Acevedo Andrade Luis (aveva 31 anni quando fu arrestato, 25 anni fa) e doveva terminare con Zuniga Eduardo, scomparso a 44 anni; ma poi sono stati aggiunti altri tre nomi, tra cui quello di Nancufil Reuque Juan, di anni 20. La pagina di destra elenca i giustiziati e va da Abarca Sanchez Luis, 22 anni, a Zamorano Diaz Fernando, 47 anni.In questa lapide, e soprattutto nellelenco dei desaparecidos, sta lincubo dellodierno Cile democratico. Questi "scomparsi" sono quanto mai presenti. Hanno fatto arrestare, in una clinica di Londra, un vecchio ex generale dallimperiale nome di Augusto (nella famiglia Pinochet si coltiva grande ammirazione per lantica Roma), che non ha mai mostrato il minimo pentimento per aver tradito e fatto uccidere il presidente della Repubblica, Salvador Allende, al quale venti giorni prima aveva giurato lealtà. Mai sè pentito daver ordinato larresto, le torture e luccisione di alcune migliaia di cittadini cileni e di varie decine di stranieri, di molti dei quali ha negato (o ordinato di negare, che fa lo stesso) lesistenza: i desaparecidos, appunto. Questo avveniva nellautunno (primavera, in Cile) del 1973, con dolorose sequele fino ai primi anni Ottanta. Qualche anno fa, alla scoperta duna fossa comune in cui erano stati gettati i corpi di oltre 100 vittime del regime militare, Pinochet commentò: «Quelli che li hanno sotterrati così hanno servito bene la patria risparmiando sulle tombe». Nel 1988 il gelido generale, convinto daver compiuto la missione di «mettere ordine nel caos», concesse un plebiscito, sicuro che il popolo lavrebbe confermato al potere. Invece perse. Allora (era pur sempre il capo supremo delle forze armate) impose una transizione controllata alla democrazia. Con amnistia per i crimini del passato, un seggio non elettivo al Senato per alcuni suoi amici e lonore (e limmunità) di senatore a vita per sé stesso. Davanti alla grande lapide degli spariti e dei giustiziati, un giovane cileno dalla faccia molto india è venuto a mettere un fiore. Si chiama Pablo Gonzalez, ha 34 anni e fa il commesso in un grande negozio dabbigliamento. Mi indica un nome, Rodolfo Gonzalez, scomparso a 19 anni. Dice: «Era mio cugino. Studente e militante della gioventù socialista, fu arrestato una notte del settembre 1973 e rinchiuso con molti altri nello stadio nazionale. Non è mai più tornato a casa. Suo padre, mio zio Eugenio, ferroviere, per mesi non è riuscito a dormire la notte: scendeva in strada ad aspettare Rodolfo. Mio zio ha dato di testa, è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, ha tentato varie volte di suicidarsi». Pablo, simpatizzante della Democrazia cristiana, appoggia con qualche riserva la posizione del Governo cileno sullarresto di Pinochet a Londra. «Come sostiene il presidente Eduardo Frei», osserva, «la detenzione dellex generale in Inghilterra è un affronto alla sovranità nazionale del nostro Paese. Il vecchio dittatore devessere giudicato qua». Ed ecco la riserva: «È vero però che in Cile, con questa democrazia amarrada (legata), è difficile che venga processato». E allora? Pablo non ci pensa su molto prima di sbottare: «Che lo processino in Spagna, in Francia, in Germania, dovunque sia possibile metterlo di fronte alle sue responsabilità». È facile a Santiago trovare gente che la pensa come Pablo. Basta andare al Paseo Ahumada o al Paseo Huerfanos, dove ogni giorno transitano decine di migliaia di frenetici impiegati, funzionari, commessi, tutti in giacca e cravatta, tutti seriosi. Si concedono brevi soste davanti a una delle edicole per sbirciare i titoli dei giornali o si fermano a farsi lucidare le scarpe da uno dei tantissimi sciuscià. Qui si possono cogliere commenti alla Pablo. Ma non è neppure difficile incontrare chi difende Pinochet con calore. Come questo trentenne, esperto di informatica bancaria, che sta consumando un rapidissimo pranzo prima di correre al suo secondo lavoro (il salario medio in Cile è molto basso). Dice: «Il Governo militare presieduto dal generale Augusto Pinochet ha salvato questo Paese, che Allende e i suoi compagni stavano portando alla rovina. Il demagogico giudice Garzón pensi al passato della sua Spagna, alla guerra civile e alla quarantennale dittatura di Franco, invece di venire a rompere le scatole a noi cileni». In attesa della sentenza di Londra, la Fondazione Pinochet, presieduta da un generale in pensione, ha organizzato per alcune sere in un quartiere-bene della capitale una veglia chiamata "Luce e preghiera". La partecipazione non è stata massiccia. Sta avendo scarso successo anche la raccolta di firme che la stessa Fondazione ha promosso a sostegno dellex dittatore. Veglie con dibattiti, canti e preghiere anche presso la Federazione di aiuto sociale delle Chiese cristiane (Facsi), che ospita lAssociazione dei familiari dei detenuti desaparecidos. Dice Viviana Diaz, presidente dellorganismo: «La destra sostiene che noi abbiamo sete di vendetta, che mettiamo in pericolo la riconciliazione e la transizione democratica. Non è vero. Non vogliamo vendetta ma giustizia. Vogliamo che Pinochet e i suoi complici siano giudicati per le loro violazioni dei diritti umani. In Cile la riconciliazione sarà autentica solo se avremo il coraggio della verità, e su questa base anche la democrazia, che io non credo in pericolo, si rafforzerà». Viviana Diaz è figlia di Victor Diaz Lopez, dirigente della Cut (Centrale unica dei lavoratori), arrestato dalla polizia segreta il 12 maggio 1976 e da allora desaparecido. Carmen Vivanco, 83 anni («Ho letà di Pinochet ma sto bene», sottolinea con una punta di perfidia), in famiglia ha avuto cinque desaparecidos: il marito, un figlio, un fratello, la cognata e un nipote. Dice: «Pinochet devessere processato perché ai miei nipoti non succeda quel che è capitato a noi». Larresto di Pinochet a Londra ha messo a soqquadro il mondo politico cileno. Il Governo è stato compatto nel rivendicare limmunità del "senatore" Pinochet e nel denunciare loffesa alla sovranità del Cile. Ma i dirigenti dei due maggiori partiti della coalizione di governo (Democrazia cristiana e Partito socialista) hanno dato valutazioni differenti. Il senatore Andrés Zaldivar, candidato democristiano alle elezioni presidenziali del 1999, ha sposato pienamente la posizione del Governo. Il socialista Ricardo Lagos, anchegli candidato alle presidenziali, ha invece mostrato soddisfazione per larresto dellex dittatore, al quale si è sempre opposto con coraggio. Viceversa, i due partiti di destra (Unione democratica indipendente e Rinnovamento nazionale), fino a qualche settimana fa assai divisi per ragioni elettorali, si sono ricompattati per difendere il loro leader naturale. Al Senato, dove la destra ha la maggioranza grazie ai senatori non eletti, una mozione a sostegno di Pinochet è passata per un voto, tra urla di trionfo dei sostenitori dellex dittatore. Si registrano però anche propositi di maggiore concordia fra le forze politiche. Lobiettivo comune è di rafforzare la fragile democrazia cilena. Nellipotesi che Pinochet torni presto a casa, sia la coalizione di centro-sinistra che larghi settori della destra si preparano a chiedergli di ritirarsi a vita privata. Spogliato dellimmunità parlamentare, egli dovrebbe affrontare da normale cittadino il processo (o i processi) che un giudice cileno gli sta preparando. Altra misura per sanare vecchie ferite e rendere giustizia ai parenti dei desaparecidos: la costituzione di una commissione di "saggi" con il potere di indagare sulle più odiose violazioni dei diritti umani del passato e di individuare dove sono i resti degli scomparsi. Corre voce che tale commissione, se si costituirà, sarà presieduta dallarcivescovo di Santiago, monsignor Francisco Javier Errazuriz. È sintomatico che la settimana scorsa, a poche ore di distanza luno dallaltro, il presidente Eduardo Frei abbia sottolineato il grande ruolo che la Chiesa può svolgere per rafforzare la riconciliazione nel Paese, e il leader socialista Ricardo Lagos abbia espresso la sua fiducia nellimpegno della Chiesa in difesa dei diritti umani. «Come nel passato, anche oggi la Chiesa cerca di fare del suo meglio per risanare le ferite di questa società», dice monsignor Javier Prado, segretario generale della Conferenza episcopale. «Noi vescovi siamo consapevoli che per dare basi solide alla riconciliazione occorre rendere giustizia, incominciando col dire la verità ai parenti dei desaparecidos. Per questo possono dare un grande aiuto Augusto Pinochet e i vertici delle forze armate. Se Pinochet torna in patria, spero sia capace di compiere gesti di pacificazione. Purtroppo, anche a causa della sua psicologia, si è sempre mostrato impenetrabile alla possibilità di mettersi in questione». E se Pinochet fosse estradato in Spagna? «Probabilmente la divisione tra i cileni aumenterebbe», dice monsignor Prado. «Sottolineo probabilmente, perché qui o fuori Augusto Pinochet è una persona che divide». È quanto sostiene, con altre parole, lo scrittore e psichiatra Antonio Marco de la Parra nel recentissimo libro Lettera aperta a Pinochet: «Questo Paese ha bisogno di una festa grande. Di sapere che la paura è finita. Che non ci sono parole pericolose. Che la morte non se ne va libera per la strada. Questo si chiama pace. Forse se lei piangesse... Non per dover lasciare, ma per solidarietà. Per i caduti sulla sua strada». Renzo Giacomelli
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