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Si può parlare di Inquisizione per il Novecento?

IL SECOLO MALATO

di ALBERTO BOBBIO
   

   Famiglia Cristiana n.45 del 15-11-1998 - Home Page Le purghe di Stalin, il maccartismo, le guardie rosse in Cina. E per loro gli eretici erano...

Si può parlare di Inquisizione nel secolo che sta finendo? Forse sì, se si trova l’accordo sulla definizione. Inquisizione non è solo l’utilizzo di un sistema rigido, arbitrario, repressivo, spietato. È l’organizzazione di una giurisdizione speciale per valutare i rapporti tra un’ideologia e un’istituzione di potere, per stabilire quanto l’istituzione si sia allontanata da essa nella prassi e nei comportamenti degli uomini. Insomma, per reprimere un’eresia.

È dunque sbagliato ricorrere al termine Inquisizione per definire ogni tipo di repressione. Così se accettiamo l’idea della giurisdizione speciale per combattere le deviazioni, si possono indicare tre episodi notevoli di Inquisizione nel nostro secolo: le grandi purghe staliniane, prima e dopo la seconda guerra mondiale; il maccartismo nell’America del primo dopoguerra; la rivoluzione culturale cinese tra il 1966 e il 1969.

LE PURGHE STALINIANE

È il 1936. Stalin consolida il carattere rigidamente autoritario del potere con l’attacco a ogni forma di deviazione, da lui intesa come vera e propria eresia, dalla linea ufficiale. Ritiene per esempio che il socialismo debba essere edificato in un solo Paese e non esportato. Ritiene che il socialismo debba essere guidato rigidamente e con metodi dittatoriali. E individua deviazionismi di destra e di sinistra. La copertura ideologica sono solo i suoi scritti, soprattutto Materialismo dialettico e materialismo storico. A partire dal 1936 viene eliminato quanto restava della vecchia guardia bolscevica. Bucharin è fucilato, il 50 per cento dei quadri dell’esercito finisce ammazzato o in Siberia. Le religioni soppresse e i religiosi eliminati. Dopo la guerra, la lotta alle deviazioni viene ripresa. È Berija, famigerato capo della polizia staliniana, a occuparsi di reprimere le tendenze nazionalistiche, le resistenze alla collettivizzazione. Poi Stalin muore e Berija viene giustiziato nel 1953. E forse può essere definito come un tentativo di purificazione della memoria storica il Rapporto segreto che Krusciov legge al XX Congresso del Pcus nel febbraio 1956, nel quale denuncia i crimini e gli errori di Stalin. Il gulag tuttavia non chiuse, né l’Urss smise i processi alle deviazioni ideologiche. E oggi si assiste nei Paesi ex comunisti, e anche in quelli occidentali, a una sorta di rimozione della memoria riguardo a questi fatti.

IL MACCARTISMO

Un’Inquisizione senza morti, che nasce dagli atti della Commissione per la repressione delle attività antiamericane presieduta dal senatore e avvocato Joseph McCarthy. Fanatico anticomunista, ha inquisito, schedato e boicottato. Redigeva le "liste nere" e dentro ci infilava personalità della politica, della cultura, dello spettacolo, dell’industria, magari solo perché avevano simpatizzato per gli antifascisti al tempo della guerra di Spagna. Una pittura fedele della stagione del maccartismo è il film Il Prestanome di Martin Ritt del 1976, con Woody Allen. Anche Ritt venne proscritto come comunista e ne informa gli spettatori. Gli eccessi di McCarthy costrinsero il presidente Eisenhower a esautorarlo nel 1954.

LA RIVOLUZIONE CULTURALE

Nel 1966 a Pechino tra i teorici della rivoluzione permanente e i revisionisti più moderati la frattura è profonda. Nasce il movimento, puro e duro, delle guardie rosse di Lin Piao, ministro della Difesa. Sono loro, in difesa di Mao, che danno il via all’Inquisizione sulla base di accuse di deviazionismo dalla linea della rivoluzione culturale proletaria e dalla lotta anti-burocratica. Si procedeva attraverso il metodo dell’autocritica. Gli analisti di cose cinesi dicevano: sventolare la bandiera rossa per opporsi alla bandiera rossa. La lotta era soprattutto contro i dirigenti degenerati e procedeva attraverso la rieducazione socialista, in appositi campi di lavoro. Il culmine è nel 1967, quando ai militari venne ordinato di appoggiare la sinistra e Mao ottenne la distruzione dell’apparato del partito.

a.bo.

«Non è un perdono politico»; «Gli errori degli altri non giustificano i nostri»

«L’ambiguità e il malessere spirituale sono dietro l’angolo. Occorre grande cautela e prudenza». Cesare Cavalleri, direttore di Studi Cattolici, la rivista delle edizioni Ares vicina all’Opus Dei, non è perplesso circa le richieste di perdono a nome della Chiesa: «Quello che fa e dice il Papa va sempre bene». Piuttosto rileva che ne va spiegata la natura teologica: «Interpretare il perdono in senso storico, sociologico o peggio ancora politico è sbagliato». Cavalleri rileva che il Papa non chiede perdono «per la Chiesa che è santa, ma per gli uomini di Chiesa che hanno deviato dal Vangelo».

E oltre l’Inquisizione il direttore di Studi Cattolici indica anche un’altra questione sulla quale riflettere e per la quale, dice, «forse bisognerebbe chiedere scusa: lo spontaneismo liturgico al quale abbiamo assistito dopo il Concilio Vaticano II. È un fatto avvenuto senz’altro contro le direttive della Chiesa. Si è trattato di un’allegria liturgica che ha allontanato dalla Chiesa in questi ultimi anni molti fedeli».
      

È il presidente di Napredak, l’associazione degli intellettuali cattolici di Sarajevo. Monsignor Franjo Topic, filosofo, membro della Commissione teologico-storica del Giubileo, con la questione del perdono combatte tutti i giorni in Bosnia: «Lo ripetiamo dal 6 aprile 1992, giorno in cui è scoppiata la guerra e Sarajevo è stata cinta d’assedio. Le malefatte degli altri non giustificano i nostri errori. È assai difficile spiegare ai cattolici della città che devono perdonare chi dalle colline ha ucciso sparando per tre anni consecutivi. Anche noi dobbiamo purificare la memoria storica. Senza dimenticare nulla, ma cercando la verità anche sulla guerra, anche sulle responsabilità nostre e delle istituzioni».

Monsignor Topic respinge l’idea della reciprocità nel perdono e ringrazia il Papa per aver avviato l’operazione della rivisitazione storica dell’antisemitismo l’anno scorso, e quest’anno dell’Inquisizione: «Non basta discutere tra teologi il significato del perdono. Il perdono va chiesto e va dato. Bisogna fare pratica del perdono per capirlo. Anche nella Chiesa».

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