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La prima
è che la sorte del Governo DAlema è legata alla soluzione del problema della nuova
legge elettorale. La seconda è che rischia seriamente di finire, per consunzione
naturale, la presenza politica autonoma dei cattolici come forza di Governo del Paese.
Dalla confusa situazione politica italiana sembrano emergere due possibili
verità. La prima è che la sorte del Governo DAlema è legata alla soluzione del
problema della nuova legge elettorale. La seconda è che rischia seriamente di finire, per
consunzione naturale, la presenza politica autonoma dei cattolici come forza di Governo
del Paese.
Sulla legge elettorale con la quale abbiamo votato nel 94 e nel 96 per
eleggere la Camera dei deputati pende il referendum parzialmente abrogativo proposto da
Segni, Occhetto, lex presidente della Confindustria Abete e Di Pietro. La Corte
costituzionale dovrà pronunciarsi sulla sua ammissibilità entro il 20 gennaio prossimo,
e in caso positivo andremo alle urne a metà aprile.
Il referendum propone labrogazione della quota proporzionale del 25 per cento
attualmente in vigore e, se fosse approvato dai cittadini, tutti i 630 deputati verrebbero
eletti con il sistema uninominale maggioritario. La conseguenza politica più rilevante
sarebbe molto semplice: verrebbero eletti soltanto i candidati che avessero alle spalle i
partiti o le coalizioni di partiti più forti, e dunque le forze politiche numericamente
meno consistenti sarebbero obbligate o ad accettare stoicamente la propria scomparsa o a
mercanteggiare sui propri programmi e le proprie idee con le segreterie egemoni, pur di
piazzare in questo o quel collegio qualche proprio rappresentante. Il potere dei partiti
che il referendum vorrebbe abbattere, tagliando drasticamente nel loro numero (oggi
davvero spropositato) rischierebbe così, forse, di aumentare.
Contro questa prospettiva si agitano naturalmente non pochi partiti, anche di notevole
o non trascurabile consistenza elettorale, come la Lega Nord, il Partito popolare, i due
tronconi neocomunisti nati dalla scissione di Rifondazione comunista. Ma preoccupazioni di
stabilità e tranquillità di coalizioni esistono anche nelle formazioni più robuste e
comunque sicure di portare a casa molti eletti, come i diessini, Forza Italia, Alleanza
nazionale.
Questa convergenza di interessi fra deboli e forti è alla radice del generale
desiderio almeno apparente di giungere a un accordo fra maggioranza e
opposizione su una legge elettorale comunque maggioritaria, ma con qualche accorgimento di
tipo proporzionalistico (corretto da quote di sbarramento per limitare leccesso nel
numero dei partiti presenti in Parlamento) che conceda al maggior numero possibile il
diritto di sopravvivenza.
I
commentatori sono concordi nel dire che il famoso "accordo della crostata di casa
Letta", concluso al tempo felice della Bicamerale fra DAlema, Berlusconi, Fini
e Marini, risponderebbe egregiamente allo scopo. Peccato che non sia finora uscito dal
limbo delle buone intenzioni, travolto nella rovina della Bicamerale. Detto
allingrosso, esso propone il cosiddetto "doppio turno di coalizione", che
presuppone un primo turno in cui i partiti concorrono già uniti in coalizioni, e un
secondo turno al quale partecipano solo le coalizioni che hanno ottenuto il maggior numero
di consensi; la stabilità del Governo sarebbe poi assicurata da un premio di maggioranza
alla coalizione vincente (lidea di De Gasperi nel 1953, fallita di un soffio).
Il Governo Prodi si era tenuto alla larga da ogni discussione sulla legge elettorale.
Il Governo DAlema è invece nato con lesplicita offerta allopposizione
di riprendere il dialogo sulle riforme, a cominciare proprio dalla legge elettorale.
Qualcuno ha voluto vedere in questa fretta una pressione sulla Corte costituzionale
perché dichiari non ammissibile il referendum, che sarebbe reso inutile da una rapida
approvazione, da parte del Parlamento, di una nuova normativa che contenga lo spirito
referendario, ma ne scongiuri o attenui il potere intenzionalmente distruttivo nei
confronti dei partiti.
Difficile dire se questo
sospetto sia vero, e in fondo non interessa. Interessa di più il fatto che, appena eletto
(alla "bulgara") nuovo segretario dei Ds, lex vicepresidente del Consiglio
Walter Veltroni abbia detto che o si fa una legge elettorale di "doppio turno di
collegio", o è meglio rischiare il referendum. "Doppio turno di collegio"
significa che al primo turno i partiti si presentano ciascuno con i suoi candidati, e al
secondo vanno solo quelli che avranno ottenuto più voti: gli esclusi potranno
patteggiare, in cambio dei suffragi che avranno comunque raccolto al primo turno e che
potrebbero indirizzare verso questo o quel candidato rimasto in lizza, non già posti in
Parlamento (come avverrebbe in anticipo con il "doppio turno di coalizione") ma
eventuali accordi di programma o, alla disperata, poltrone di sottogoverno.
La scelta veltroniana, inattesa, ha irritato il segretario del Ppi, Marini, e con lui
tutto il partito. E ovviamente non solo i "popolari". Con possibili ricadute
sulla stabilità della maggioranza del Governo dalemiano. Ma qui cade la seconda verità
"possibile". Da tutto il tramestìo seguito alla liquidazione dellUlivo
di liquidazione si è trattato, a dispetto di tutti gli elogi espressi nei
confronti di Prodi, che dellUlivo era lunico naturale garante sia verso il
centro che verso la sinistra emerge la prospettiva che, sia attraverso il
referendum, sia attraverso una nuova legge elettorale che lo eviti, si esaurisca la storia
di una presenza politica dei cattolici autonoma, diretta e senza mediazioni e
strumentalizzazioni altrui sui "valori cristiani", durata, sia pure con esiti
alterni, per cinquantanni. Vogliamo discuterne?
Beppe
Del Colle |