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EDITORIALE


TANTA CONFUSIONE POLITICA
E DUE POSSIBILI VERITÀ

   

   Famiglia Cristiana n.45 del 15-11-1998 - Home Page

La prima è che la sorte del Governo D’Alema è legata alla soluzione del problema della nuova legge elettorale. La seconda è che rischia seriamente di finire, per consunzione naturale, la presenza politica autonoma dei cattolici come forza di Governo del Paese.

Dalla confusa situazione politica italiana sembrano emergere due possibili verità. La prima è che la sorte del Governo D’Alema è legata alla soluzione del problema della nuova legge elettorale. La seconda è che rischia seriamente di finire, per consunzione naturale, la presenza politica autonoma dei cattolici come forza di Governo del Paese.

Sulla legge elettorale con la quale abbiamo votato nel ’94 e nel ’96 per eleggere la Camera dei deputati pende il referendum parzialmente abrogativo proposto da Segni, Occhetto, l’ex presidente della Confindustria Abete e Di Pietro. La Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sulla sua ammissibilità entro il 20 gennaio prossimo, e in caso positivo andremo alle urne a metà aprile.

Il referendum propone l’abrogazione della quota proporzionale del 25 per cento attualmente in vigore e, se fosse approvato dai cittadini, tutti i 630 deputati verrebbero eletti con il sistema uninominale maggioritario. La conseguenza politica più rilevante sarebbe molto semplice: verrebbero eletti soltanto i candidati che avessero alle spalle i partiti o le coalizioni di partiti più forti, e dunque le forze politiche numericamente meno consistenti sarebbero obbligate o ad accettare stoicamente la propria scomparsa o a mercanteggiare sui propri programmi e le proprie idee con le segreterie egemoni, pur di piazzare in questo o quel collegio qualche proprio rappresentante. Il potere dei partiti che il referendum vorrebbe abbattere, tagliando drasticamente nel loro numero (oggi davvero spropositato) rischierebbe così, forse, di aumentare.

Contro questa prospettiva si agitano naturalmente non pochi partiti, anche di notevole o non trascurabile consistenza elettorale, come la Lega Nord, il Partito popolare, i due tronconi neocomunisti nati dalla scissione di Rifondazione comunista. Ma preoccupazioni di stabilità e tranquillità di coalizioni esistono anche nelle formazioni più robuste e comunque sicure di portare a casa molti eletti, come i diessini, Forza Italia, Alleanza nazionale.

Questa convergenza di interessi fra deboli e forti è alla radice del generale desiderio – almeno apparente – di giungere a un accordo fra maggioranza e opposizione su una legge elettorale comunque maggioritaria, ma con qualche accorgimento di tipo proporzionalistico (corretto da quote di sbarramento per limitare l’eccesso nel numero dei partiti presenti in Parlamento) che conceda al maggior numero possibile il diritto di sopravvivenza.

I commentatori sono concordi nel dire che il famoso "accordo della crostata di casa Letta", concluso al tempo felice della Bicamerale fra D’Alema, Berlusconi, Fini e Marini, risponderebbe egregiamente allo scopo. Peccato che non sia finora uscito dal limbo delle buone intenzioni, travolto nella rovina della Bicamerale. Detto all’ingrosso, esso propone il cosiddetto "doppio turno di coalizione", che presuppone un primo turno in cui i partiti concorrono già uniti in coalizioni, e un secondo turno al quale partecipano solo le coalizioni che hanno ottenuto il maggior numero di consensi; la stabilità del Governo sarebbe poi assicurata da un premio di maggioranza alla coalizione vincente (l’idea di De Gasperi nel 1953, fallita di un soffio).

Il Governo Prodi si era tenuto alla larga da ogni discussione sulla legge elettorale. Il Governo D’Alema è invece nato con l’esplicita offerta all’opposizione di riprendere il dialogo sulle riforme, a cominciare proprio dalla legge elettorale. Qualcuno ha voluto vedere in questa fretta una pressione sulla Corte costituzionale perché dichiari non ammissibile il referendum, che sarebbe reso inutile da una rapida approvazione, da parte del Parlamento, di una nuova normativa che contenga lo spirito referendario, ma ne scongiuri o attenui il potere intenzionalmente distruttivo nei confronti dei partiti.

Difficile dire se questo sospetto sia vero, e in fondo non interessa. Interessa di più il fatto che, appena eletto (alla "bulgara") nuovo segretario dei Ds, l’ex vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni abbia detto che o si fa una legge elettorale di "doppio turno di collegio", o è meglio rischiare il referendum. "Doppio turno di collegio" significa che al primo turno i partiti si presentano ciascuno con i suoi candidati, e al secondo vanno solo quelli che avranno ottenuto più voti: gli esclusi potranno patteggiare, in cambio dei suffragi che avranno comunque raccolto al primo turno e che potrebbero indirizzare verso questo o quel candidato rimasto in lizza, non già posti in Parlamento (come avverrebbe in anticipo con il "doppio turno di coalizione") ma eventuali accordi di programma o, alla disperata, poltrone di sottogoverno.

La scelta veltroniana, inattesa, ha irritato il segretario del Ppi, Marini, e con lui tutto il partito. E ovviamente non solo i "popolari". Con possibili ricadute sulla stabilità della maggioranza del Governo dalemiano. Ma qui cade la seconda verità "possibile". Da tutto il tramestìo seguito alla liquidazione dell’Ulivo – di liquidazione si è trattato, a dispetto di tutti gli elogi espressi nei confronti di Prodi, che dell’Ulivo era l’unico naturale garante sia verso il centro che verso la sinistra – emerge la prospettiva che, sia attraverso il referendum, sia attraverso una nuova legge elettorale che lo eviti, si esaurisca la storia di una presenza politica dei cattolici autonoma, diretta e senza mediazioni e strumentalizzazioni altrui sui "valori cristiani", durata, sia pure con esiti alterni, per cinquant’anni. Vogliamo discuterne?

   Beppe Del Colle

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