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LA GENEROSITÀ BEFFATA dalla disorganizzazione Una serie di disservizi impedisce lespianto degli organi di un donatore morto tragicamente: caso-limite o spia di una cronica inefficienza?
Questa lettera è giunta proprio nei giorni in cui tutti i mezzi di comunicazione erano in fermento per la notizia che a Lione, in Francia, era stato effettuato con successo il trapianto di una mano. Leuforia ha sempre accompagnato la medicina dei trapianti, che ancor oggi non cessano di eccitare limmaginazione e le speranze della gente. I meno giovani tra noi non possono aver dimenticato lo stupore e il clamore suscitati dal primo trapianto cardiaco fatto dal dott. Christian Barnard nel Sudafrica, a Città del Capo, nel dicembre del 1967. Per settimane Barnard e il suo paziente vennero trattati come delle "star" e lintervento fu considerato, a buon diritto, una svolta epocale nel campo della medicina e della chirurgia. Su questo versante del progresso scientifico non ci sono dubbi e complessi problemi sociali e morali, anche se è necessaria la vigilanza contro possibili abusi: fino a che punto è lecito spingersi nella sperimentazione e nel possibile "ricambio" di pezzi umani senza ledere la dignità e lidentità della persona umana? Come evitare fenomeni di compravendita di organi e forme di ignobile sfruttamento della povertà nelle aree più depresse del mondo? Rimanendo però nel perimetro, per altro vastissimo, della "normalità", non solo non ci sono controindicazioni morali nei trapianti di organi, ma si è sempre visto in essi, ancor prima che fossero praticabili, un simbolo della scienza ispirata ai più alti valori umani e religiosi, un segno concreto di solidarietà. Il dizionario enciclopedico, Il grande libro dei Santi, appena pubblicato dalle Edizioni San Paolo (tre volumi, 2.000 pagine, lire 190.000) riporta unantica leggenda fiorita intorno alla vita dei due santi medici Cosma e Damiano, secondo la quale essi avrebbero sostituito al sagrestano della loro chiesa romana una gamba andata in cancrena con larto di un cadavere. Il Beato Angelico, chiamato a dipingerne la vita, ha reso più evidente il "miracolo" immaginando che i santi guaritori abbiano trapiantato la gamba di un nero. In questo modo, il grande pittore ha reso il primo trapianto, realizzato non dalla medicina ma dalla santità, un modello di fraternità umana che travalica differenze e pregiudizi di razza e di classe. La lettera di Sergio getta un bel secchio dacqua gelata su questi nostri entusiasmi. Tutto lo slancio ideale che sostiene la donazione degli organi rischia di naufragare sullo scoglio dellorganizzazione. Perché la medicina dei trapianti è, per definizione, una medicina veloce. Non è un intervento che si può posticipare. Bisogna cogliere "lattimo fuggente" e cioè quel momento in cui lorgano non è più vivo (della vita del suo proprietario, dichiarato morto secondo i criteri clinici oggi a disposizione), ma non è ancora irrimediabilmente avviato verso la decomposizione. Per farlo è necessaria la massima efficienza. Il trapianto dorgano non è dunque conciliabile con la mentalità burocratica, che vive ispirandosi al detto che è meglio non affrettarsi a fare oggi ciò che domani si potrà fare con calma.Questo è tanto vero che ormai si è convinti, confrontando i risultati della medicina dei trapianti a livello internazionale, che la maggiore o minore diffusione della pratica non dipenda tanto da resistenze culturali e morali come la riluttanza della famiglia ad acconsentire al prelievo dellorgano del proprio caro deceduto quanto dallorganizzazione sanitaria. Lo dimostra inequivocabilmente il caso della Spagna ove la mentalità dei cittadini è praticamente sovrapponibile a quella italiana. Fino a qualche anno fa, la Spagna era, insieme a noi, fra gli ultimi Paesi dEuropa per donazioni e numero di trapianti, fino a quando si è dotata di unorganizzazione diversa, che lha fatta rapidamente salire ai primi posti per la percentuale di interventi effettuati con successo. Non si può proprio dire che di organizzazione e di efficienza abbiano dato prova i servizi sanitari coinvolti nella vicenda del nostro lettore. È dunque comprensibile la sua indignazione, anche se è improprio parlare di "peccato di omissione" da perseguire penalmente. I "peccati" sono competenza del tribunale di Dio, solo i "crimini" arrivano quando arrivano di fronte ai tribunali degli uomini. E la disorganizzazione, che in questo caso ha impedito che almeno le cornee di un giovane, morto prematuramente e tragicamente, potessero essere utilizzate a beneficio di qualcun altro, purtroppo non è ancora un crimine nel nostro Paese.Peccato o meno, la vicenda di Sergio (ed è il motivo principale per cui lho accolta in questa pagina) grida ugualmente alto al cospetto delle nostre coscienze e dei responsabili della nostra salute. Non come una denuncia fra tante, ma come un appello a chi ha in mano la rete dei trapianti. Non mancano in Italia la buona volontà e la generosa disposizione a donare gli organi, ma se i donatori debbono confrontarsi con prove amare, come quella che ha dovuto attraversare la famiglia di Sergio, esse rischiano di tramutarsi in sfiducia verso listituzione sanitaria nel suo insieme. Lo Stato non deve costringere i cittadini a comportarsi da eroi, e unoperazione di trapianto non può essere solo loccasione sporadica per una sequenza al cardiopalmo da dare in pasto alla Tv. Anzi, quando diventa un fatto eccezionale, lefficienza è più una denuncia che un successo: a che serve una disponibilità alla donazione, che sfiora di per sé leroismo, se poi si è costretti a lottare contro linerzia delle istituzioni? d.l .
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