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Colloqui col padre
  

   Famiglia Cristiana n.45 del 15-11-1998 - Home Page LA GENEROSITÀ BEFFATA
dalla disorganizzazione

Una serie di disservizi impedisce l’espianto degli organi di un donatore morto tragicamente: caso-limite o spia di una cronica inefficienza?

Mio fratello aveva solo ventisette anni, vissuti con intensità, altruismo e gioia. Si era diplomato da poco in strumentazione e composizione a Roma presso il Conservatorio Santa Cecilia. È morto il 17 luglio scorso, investito da un furgone guidato da un individuo che alle sei del mattino non riteneva ancora di dover andare a dormire. È morto lungo la Via del Mare, la famigerata arteria che collega Roma al litorale di Ostia, una strada che vanta il triste primato del numero più alto di morti per chilometro di percorrenza. Quando i carabinieri ci hanno dato la notizia, mia madre, una donna semplice, trapiantata a Roma da quel povero Sud che non offriva nulla a lei e alla sua famiglia per la quale viveva, con la morte nel cuore e le lacrime che le rigavano il volto mi ha proposto di donare gli organi di mio fratello. Abbiamo subito chiamato l’Aido, ma ci hanno detto che purtroppo non era possibile espiantare organi perché mio fratello era morto sul colpo e il suo corpo era stato trasportato presso l’Istituto di medicina legale d’un grande ospedale romano. Si potevano tuttavia usare le cornee dei suoi occhi, azzurri come il mare. Abbiamo subito chiamato l’ospedale e siamo rimasti tre ore al telefono per chiedere ai responsabili del reparto oculistico che cosa dovevamo fare, quali autorizzazioni chiedere, dove andare.

Alla fine ci è stato risposto che avrebbero richiamato loro per darci tutte le informazioni necessarie, ma nessuno si è fatto vivo, nonostante i nostri numerosi solleciti. Il giorno dopo, al momento del riconoscimento ufficiale della salma, abbiamo riformulato la richiesta ai medici e la risposta è stata: «L’espianto delle cornee doveva essere effettuato entro ventiquattro ore dal decesso; ormai è tardi, non c’è più nulla da fare». In Italia si parla spesso, a proposito e sproposito, di donazione di organi: un atto di assoluta civiltà, anche se straziante per chi sta perdendo o ha appena perso una persona cara. La nostra è dunque una storia di ordinaria follia, simile a tante altre di questo nostro Paese. Mio fratello è morto e nessuno potrà mai ridarcelo, ma nessun altro mai, per negligenza e incapacità, potrà vedere, grazie a lui, le bellezze del creato. Mi chiedo e lo domando a lei, padre: chi pagherà mai per questo gravissimo peccato di omissione? Qualcuno dovrà pur fornirmi una risposta, che è dovuta a me, a mia madre, alla memoria di mio fratello.

Sergio
   

Questa lettera è giunta proprio nei giorni in cui tutti i mezzi di comunicazione erano in fermento per la notizia che a Lione, in Francia, era stato effettuato con successo il trapianto di una mano. L’euforia ha sempre accompagnato la medicina dei trapianti, che ancor oggi non cessano di eccitare l’immaginazione – e le speranze – della gente.

I meno giovani tra noi non possono aver dimenticato lo stupore e il clamore suscitati dal primo trapianto cardiaco fatto dal dott. Christian Barnard nel Sudafrica, a Città del Capo, nel dicembre del 1967. Per settimane Barnard e il suo paziente vennero trattati come delle "star" e l’intervento fu considerato, a buon diritto, una svolta epocale nel campo della medicina e della chirurgia.

Su questo versante del progresso scientifico non ci sono dubbi e complessi problemi sociali e morali, anche se è necessaria la vigilanza contro possibili abusi: fino a che punto è lecito spingersi nella sperimentazione e nel possibile "ricambio" di pezzi umani senza ledere la dignità e l’identità della persona umana? Come evitare fenomeni di compravendita di organi e forme di ignobile sfruttamento della povertà nelle aree più depresse del mondo?

Rimanendo però nel perimetro, per altro vastissimo, della "normalità", non solo non ci sono controindicazioni morali nei trapianti di organi, ma si è sempre visto in essi, ancor prima che fossero praticabili, un simbolo della scienza ispirata ai più alti valori umani e religiosi, un segno concreto di solidarietà.

Il dizionario enciclopedico, Il grande libro dei Santi, appena pubblicato dalle Edizioni San Paolo (tre volumi, 2.000 pagine, lire 190.000) riporta un’antica leggenda fiorita intorno alla vita dei due santi medici Cosma e Damiano, secondo la quale essi avrebbero sostituito al sagrestano della loro chiesa romana una gamba andata in cancrena con l’arto di un cadavere. Il Beato Angelico, chiamato a dipingerne la vita, ha reso più evidente il "miracolo" immaginando che i santi guaritori abbiano trapiantato la gamba di un nero. In questo modo, il grande pittore ha reso il primo trapianto, realizzato non dalla medicina ma dalla santità, un modello di fraternità umana che travalica differenze e pregiudizi di razza e di classe.

La lettera di Sergio getta un bel secchio d’acqua gelata su questi nostri entusiasmi. Tutto lo slancio ideale che sostiene la donazione degli organi rischia di naufragare sullo scoglio dell’organizzazione. Perché la medicina dei trapianti è, per definizione, una medicina veloce. Non è un intervento che si può posticipare. Bisogna cogliere "l’attimo fuggente" e cioè quel momento in cui l’organo non è più vivo (della vita del suo proprietario, dichiarato morto secondo i criteri clinici oggi a disposizione), ma non è ancora irrimediabilmente avviato verso la decomposizione. Per farlo è necessaria la massima efficienza. Il trapianto d’organo non è dunque conciliabile con la mentalità burocratica, che vive ispirandosi al detto che è meglio non affrettarsi a fare oggi ciò che domani si potrà fare con calma.

Questo è tanto vero che ormai si è convinti, confrontando i risultati della medicina dei trapianti a livello internazionale, che la maggiore o minore diffusione della pratica non dipenda tanto da resistenze culturali e morali – come la riluttanza della famiglia ad acconsentire al prelievo dell’organo del proprio caro deceduto – quanto dall’organizzazione sanitaria. Lo dimostra inequivocabilmente il caso della Spagna ove la mentalità dei cittadini è praticamente sovrapponibile a quella italiana. Fino a qualche anno fa, la Spagna era, insieme a noi, fra gli ultimi Paesi d’Europa per donazioni e numero di trapianti, fino a quando si è dotata di un’organizzazione diversa, che l’ha fatta rapidamente salire ai primi posti per la percentuale di interventi effettuati con successo.

Non si può proprio dire che di organizzazione e di efficienza abbiano dato prova i servizi sanitari coinvolti nella vicenda del nostro lettore. È dunque comprensibile la sua indignazione, anche se è improprio parlare di "peccato di omissione" da perseguire penalmente. I "peccati" sono competenza del tribunale di Dio, solo i "crimini" arrivano – quando arrivano – di fronte ai tribunali degli uomini. E la disorganizzazione, che in questo caso ha impedito che almeno le cornee di un giovane, morto prematuramente e tragicamente, potessero essere utilizzate a beneficio di qualcun altro, purtroppo non è ancora un crimine nel nostro Paese.

Peccato o meno, la vicenda di Sergio (ed è il motivo principale per cui l’ho accolta in questa pagina) grida ugualmente alto al cospetto delle nostre coscienze e dei responsabili della nostra salute. Non come una denuncia fra tante, ma come un appello a chi ha in mano la rete dei trapianti. Non mancano in Italia la buona volontà e la generosa disposizione a donare gli organi, ma se i donatori debbono confrontarsi con prove amare, come quella che ha dovuto attraversare la famiglia di Sergio, esse rischiano di tramutarsi in sfiducia verso l’istituzione sanitaria nel suo insieme.

Lo Stato non deve costringere i cittadini a comportarsi da eroi, e un’operazione di trapianto non può essere solo l’occasione sporadica per una sequenza al cardiopalmo da dare in pasto alla Tv. Anzi, quando diventa un fatto eccezionale, l’efficienza è più una denuncia che un successo: a che serve una disponibilità alla donazione, che sfiora di per sé l’eroismo, se poi si è costretti a lottare contro l’inerzia delle istituzioni?

d.l.

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