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Colloqui / in famiglia
      


SERVIRE L'UMANITÀ
PORTA ALLA VERA PACE

     

   Famiglia Cristiana n.45 del 15-11-1998 - Home Page A ottant’anni dalla conclusione della prima guerra mondiale e sul dibattito suscitato in questi giorni dal film di Spielberg, Salvate il soldato Ryan, sul secondo, immane conflitto abbiamo chiesto una riflessione allo storico Alberto Monticone, già presidente di Azione cattolica italiana.

Quando gli storici scriveranno con distacco la storia di questo secolo lo descriveranno come segnato soprattutto da due tremende guerre mondiali, ma forse individueranno il suo male profondo anche in una miriade di conflitti circoscritti, nei quali si è come disseminata la carica di violenza e di sopraffazione manifestatasi nei grandi. Ma la storia fa fatica a raccontare ogni guerra perché coloro che più ne hanno sofferto raramente hanno potuto far sentire la loro voce.

Quando si è chiesto ai soldati reduci da un conflitto di dire i sentimenti, le speranze, le sofferenze provati, ne è scaturita un’immagine assai diversa da quella basata sulle fonti ufficiali, le quali benché veritiere esprimono il punto di vista dell’autorità, dei superiori, dell’osservatore esterno.

La cultura popolare non ha mai compreso le ragioni di una guerra, se non riducendole a due essenziali: difendersi da nemici minacciosi e battersi per la propria patria, la propria terra, la propria gente. Nelle trincee che nel 1914-18 solcarono tutta l’Europa, si affollarono milioni di combattenti, per lo più contadini e comunque di cultura semplice, ai quali erano ignote le motivazioni dei rispettivi Paesi, e che si attenevano ad una morale essenziale, in certo senso tradizionale. Il senso dell’obbedienza all’autorità costituita, la solidarietà con i compagni, il principio di onore e di dovere rispetto alle proprie famiglie. Vi furono, a fronte di enormi perdite senza risultato, episodi di ribellione, ma in genere il malcontento si manifestò in rassegnazione. Molti pensavano che, tornati a casa, le cose sarebbero state diverse per i meriti e i diritti acquisiti sui fronti. Il soldato combatteva per la pace più che per la vittoria del proprio Paese.

Nella seconda guerra mondiale, dominata dai grandi spostamenti degli eserciti e dall’aviazione, il soldato fu maggiormente coinvolto nel destino e nella situazione della popolazione civile. Lo scontro ideologico tra le potenze dell’Asse – la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini con i loro alleati – e quelle occidentali non ebbe inizialmente, nonostante le rispettive propagande, un grande effetto sui combattenti.

Ben maggiori reazioni suscitarono i bombardamenti aerei e le occupazioni di territorio nemico, attuati gli uni e le altre con gravi vessazioni delle popolazioni. Non ci fu più bisogno di spiegazioni politiche perché l’azione militare apparve quale coerente risposta dell’intera popolazione civile colpita. A differenza della prima guerra mondiale, le parti in lotta non si riferivano ad una comune matrice civile, pur frazionata dagli interessi particolari: erano piuttosto ispirate a visioni radicalmente diverse della società e dei rapporti internazionali. Pertanto i combattenti dello schieramento occidentale si trovarono indotti, nella seconda fase di guerra, a fare i conti con motivazioni umane ed etiche prima sconosciute mentre altrettanto accadde – pur con minore estensione e più gravi difficoltà – tra i soldati e i civili dell’area nazista e fascista. Il semplice soldato come il cittadino dovette fare ricorso alla propria coscienza e venne chiamato a decidere una scelta coerente. Tornava allora l’idea della pace quale vero scopo del combattente, unita però a quella della libertà e della giustizia. La lotta di resistenza in Europa fu l’attuazione di questa istanza, che accomunò soldati e civili, con e senza le armi. Era un patriottismo nuovo, per una nuova civiltà. Anche i milioni di soldati e di civili dell’Urss, pur diretti da un regime dittatoriale e spietato, parteciparono di questo patriottismo e di qui vennero le radici del dissenso e dell’ansia di libertà nell’Oriente europeo.

Le guerre del ’900, pur così diverse tra loro, non sono approdate a vera pace: le speranze dei soldati non si realizzarono; ed essi, come tutti i cittadini, dovettero prendere altre armi, quelle del servizio all’umanità, per rimediare alle ferite dei conflitti e perseguire gli ideali sociali e civili agognati sui fronti di guerra.

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