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La vicenda rocambolesca del soldato Beyrle

APPESO AL CAMPANILE

di PAOLO PERAZZOLO
   

   Famiglia Cristiana n.45 del 15-11-1998 - Home Page Il D-Day, un paracadutista americano finì sul tetto di una chiesa e fu catturato dai tedeschi.

La scena iniziale potrebbe essere questa. Joseph R. Beyrle, 74 anni, salito sul campanile della chiesa di Saint-Côme-du-Mont, a otto chilometri da Sainte-Mère-Eglise, guarda commosso la campagna della Normandia. Poi, con un lungo passo indietro che ci riporta alla notte fra il 5 e il 6 giugno del 1944, lo vediamo volteggiare nel cielo appeso a un paracadute, dopo essere stato sganciato da un aereo americano della 101ª divisione degli Alleati. Il suo volo finirà sul tetto della chiesa di Saint-Côme-du-Mont, proprio la stessa della scena iniziale. Catturato dai tedeschi, ne passerà di tutti i colori prima di poter fare ritorno negli Stati Uniti, quando ormai tutti lo credevano morto.

Se non fosse una storia realmente accaduta, potrebbe essere la trama di un film di Steven Spielberg. E in effetti le analogie fra la storia del soldato Joseph R. Beyrle e quella del soldato semplice Ryan, protagonista dell’ultimo film del regista americano, non mancano. Entrambi hanno preso parte al D-Day, il giorno dello sbarco a Omaha Beach, in Normandia. Ed entrambi sono sopravvissuti alla sanguinosa battaglia. Ma i punti di contatto tra la vicenda di Joseph R. Beyrle e quella narrata nel film Salvate il soldato Ryan finiscono qui.

Atterrato sul tetto della chiesa, il soldato Beyrle fu catturato quasi subito dai tedeschi e spedito in vari campi di concentramento. Approfittando dei bombardamenti, per due volte cercò di fuggire e per due volte fu ripreso. Un nuovo trasferimento nel carcere di Altdrewitz, in Slesia, avvenuto il 19 settembre del 1944, non riuscì a sopprimere il suo desiderio di libertà. Ricordate Steve McQueen nel film Papillon o Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz? Come loro, Beyrle non si rassegnò alla prigionia e tentò ancora di evadere. E questa volta ci riuscì. Si ritrovò sul fronte orientale del conflitto e per un mese combatté a fianco dei russi. Ferito, fu trasportato in un ospedale e finalmente ottenne la libertà.

Almeno così credeva. Quando chiese aiuto all’ambasciata americana, la risposta fu più o meno questa: «Lei non può essere il soldato Joseph R. Beyrle, per il semplice fatto che costui è stato ucciso il 10 giugno del 1944 a Saint-Côme-du-Mont ed è stato sepolto nel cimitero di Sainte-Mère, nella tomba numero 48 della seconda fila». Anche familiari e conoscenti, negli Stati Uniti, erano da tempo convinti che fosse morto in combattimento. Costretto agli arresti domiciliari all’hotel Metropol di Mosca, Beyrle poté dimostrare la propria identità solo alcune settimane dopo, grazie alle impronte digitali.

Cos’era accaduto? Semplice: il giorno stesso in cui fu catturato per la prima volta, un soldato tedesco si era appropriato della sua divisa, dei suoi documenti e della sua mostrina. Aveva cioè assunto la sua identità. Tutti questi particolari, naturalmente, il signor Beyrle, quello vero, li apprese solo tre anni dopo. Il suo ritorno a Muskegon, nel Michigan, fu festeggiato solennemente.

Non capita tutti i giorni di poter riabbracciare un amico che era stato creduto prima disperso e poi morto e sepolto. Divenuto presidente dell’Associazione dei veterani della 101ª divisione, Beyrle ha partecipato alla commemorazione dello sbarco in Normandia, 50 anni dopo. In quell’occasione ha voluto recarsi a Saint-Côme-du-Mont e salire sul campanile della chiesa. Semmai dovessero ricavare un film dalla sua storia, dovrebbero intitolarlo così: Il soldato che sopravvisse a sé stesso.

Paolo Perazzolo

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