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CINEMA E GUERRA - Il film di Spielberg ripropone una drammatica pagina di storia

LA SPIAGGIA DEGLI EROI

di BEPPE DEL COLLE
   

   Famiglia Cristiana n.45 del 15-11-1998 - Home Page Lo sbarco degli Alleati sulle coste della Normandia, il 6 giugno 1944, ha deciso le sorti della seconda guerra mondiale e salvato la democrazia, ma è costato la vita a quasi cinquemila uomini. L’"inespugnabile" sistema difensivo tedesco crollato in poche ore anche per ragioni grottesche.

Sedici minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno 1944 il primo aliante Horsa della Sesta divisione aviotrasportata britannica, con a bordo i ventotto uomini di un plotone del reggimento di fanteria leggera Ox and Bucks, atterrò nella Francia settentrionale occupata dai tedeschi, e precisamente lungo il canale di Caen, in Normandia. Cominciava il D-Day, il giorno scelto per dare inizio all’Operazione Overlord, l’invasione dell’Europa con obiettivo finale Berlino.

Venti ore dopo, mentre il buio scendeva sulla costa meridionale della Manica, l’immensa forza militare di terra, di mare (5.333 imbarcazioni di ogni stazza), del cielo (undicimila aerei) allestita dagli Alleati sotto il comando del cinquantatreenne generale americano Dwight D. Eisenhower era riuscita a far sbarcare lungo le spiagge del Calvados 175 mila uomini e 50 mila automezzi di tutti i tipi.

In poche ore di terribili scontri e a prezzo di un tremendo massacro (erano morti circa 4.900 uomini, la cifra dei caduti Alleati nel D-Day non è mai stata resa nota ufficialmente) gli invasori erano penetrati in territorio francese da un massimo di dieci chilometri a un minimo di due, ma dappertutto avevano sfondato il Vallo Atlantico, la formidabile difesa costiera costruita dai tedeschi per evitare l’apertura del "secondo fronte", da cui Hitler sapeva bene che sarebbe stata decisa la seconda guerra mondiale.

Esce in questi giorni, in concomitanza con il film Salvate il soldato Ryan, un nuovo, definitivo libro su quell’impresa. Si intitola D-Day, è stato scritto dallo storico statunitense Stephen E. Ambrose; pubblicato negli Usa nel 1994, lo ha tradotto ora in italiano Rizzoli (pagg. 638, lire 35.000). Ambrose, direttore dell’Eisenhower Centre dell’Università di New Orleans, per scrivere questo libro ha intervistato 1.400 veterani della grande impresa, americani, inglesi, canadesi, francesi, tedeschi, e ha consultato migliaia di documenti; Steven Spielberg ne ha voluto la collaborazione per Salvate il soldato Ryan, così come il film Il giorno più lungo di Darryl Zanuck fu ispirato nel 1962 dall’omonimo best-seller di Cornelius Ryan.

Sfrondato di tutta la retorica possibile, il racconto di quel giorno rappresenta una tragedia umana che ha lasciato nei suoi protagonisti una traccia indelebile. Per citarne solo uno, il soldato americano Felix Branham, del reparto più colpito da perdite fra tutti quelli impegnati nel D-Day, ha detto ad Ambrose: «Non vorrei un milione di dollari in cambio della mia esperienza, ma sicuramente non rivivrei un evento del genere neanche per quella cifra».

I tedeschi avevano costruito un sistema di difesa apparentemente impossibile da superare. Lungo i novanta chilometri di spiagge e scogliere del Calvados, dalla penisola del Cotentin fino a Cabourg, dove si svolse lo sbarco alleato, il Vallo Atlantico – che copriva tutta la costa settentrionale della Francia – aveva allineato più linee di sbarramento, sia in mare, sia sulla battigia, sia sulla sabbia con mine di ogni tipo, filo spinato, palizzate in cemento armato, cancelli di ferro alti fino a tre metri, "ricci" di aste d’acciaio lunghe due metri e saldate insieme, bunker con nidi di mitragliatrici e cannoni sulle alture immediatamente a ridosso della riva del mare.

La cartina con i percorsi consigliati a chi vuole visitare i luoghi della battaglia di Normandia.
La cartina con i percorsi consigliati a chi vuole visitare
i luoghi della battaglia di Normandia.

Rommel, comandante in capo delle armate tedesche dai confini con l’Olanda fino alla Bretagna, avrebbe voluto la disseminazione di undici milioni di mine antiuomo e anticarro, ne ebbe "soltanto" sei milioni e mezzo. Fecero un "buon lavoro" nelle prime ore dello sbarco, iniziato alle 6.30, dopo intensissimi bombardamenti dal cielo e dal mare, sulle cinque spiagge battezzate in codice Utah, Omaha, Juno, Gold e Sword: le prime due affidate al contingente americano e le altre a inglesi, canadesi, francesi e di altre nazionalità.

Perché mai un sistema difensivo "inespugnabile" come quello, coperto alle spalle da tre divisioni corazzate scelte, pronte a intervenire, crollò nella sola prima giornata dell’offensiva alleata? La Germania non aveva più forze aeree adeguate alla sfida, e difatti il 6 giugno 1944 la Luftwaffe non entrò praticamente mai in azione; non aveva più una Marina degna di questo nome, e infatti la flotta alleata, numerosa e visibilissima come le stelle in cielo, non venne nemmeno sfiorata nella traversata della Manica da un U-Boot, quei terribili sommergibili che avevano infestato per anni l’Atlantico; la prima linea di difesa era costituita da reparti di soldati anziani, stanchi delle armi, molti dei quali nemmeno tedeschi ma arruolati nei Paesi conquistati o prigionieri di guerra, polacchi e russi soprattutto, dunque scarsamente motivati.

Ma la causa principale della rapida disfatta, dopo poche ore di disperata resistenza che inondò di fuoco le zone di sbarco alleate, fu l’assurda struttura di comando, che riservava a Hitler poteri esclusivi, superiori a quelli di tutti gli Stati maggiori. Il limite del grottesco fu toccato quando, alle prime luci dell’alba, le sentinelle tedesche videro lo spettacolo dell’immensa flotta alleata e allertarono i rispettivi superiori, su su per la scala gerarchica, ma né Rommel, né von Rundstedt, comandante in capo del fronte occidentale, riuscirono a svegliare Hitler da un sonno che durò fino alle 15; il Führer aveva ordinato che nessuno muovesse le divisioni corazzate senza la sua autorizzazione. Quando la diede, era troppo tardi.

Infine, non va certo dimenticato che nei mesi e nei giorni precedenti l’aviazione alleata aveva eseguito il cosiddetto Piano Trasporti che consisteva in bombardamenti massicci e distruttivi sul sistema ferroviario francese (sganciando 76 mila tonnellate di bombe, sette volte la potenza esplosiva dell’atomica su Hiroshima, e distruggendo fra l’altro tutti i ponti sulla Senna a ovest di Parigi) e la Resistenza francese aveva sabotato sistematicamente ponti, binari, locomotive ferme, treni in corsa: nei primi tre mesi del ’44 gli uomini del Maquis misero fuori uso 808 locomotive e compirono coraggiose azioni di guerriglia contro gli spostamenti delle truppe tedesche sulle strade.

La reazione nazista era stata furibonda: il 10 giugno la divisione Das Reich, cui la Resistenza opponeva molti ostacoli nella sua marcia verso il fronte della Normandia, compì un’orrenda strage nel villaggio di Oradour, presso Limoges, trucidando seicento civili, fra cui donne e bambini, molti dei quali bruciati vivi nella chiesa.

Di fronte agli errori (e alle atrocità) dei tedeschi, non tutto funzionò bene nella pur efficientissima macchina bellica degli Alleati. Quasi tutte le previsioni sulle modalità, i luoghi, i tempi, il vento e le correnti marine, il fuoco nemico, le necessità degli sbarchi si rivelarono imprecise; si dimostrò un errore l’invio dei paracadutisti e degli alianti di notte, così come la calata in mare dei mezzi da sbarco pieni di uomini con molto anticipo sull’"ora x", per cui molti fanti toccarono terra stremati dalla nausea, quasi incapaci di muoversi. E così via. Ma alla fine, il coraggio dei singoli, il loro addestramento, la potenza di fuoco, l’imponenza delle riserve e dei rifornimenti, l’assoluto dominio del cielo messi in campo dalle democrazie contro la dittatura ebbero la meglio. E ancora oggi il 6 giugno 1944 ci appare il giorno più tragico, più eroico e più simbolico del ventesimo secolo.

Beppe Del Colle
  

Un soldato di nome Tom Hanks, in missione per l’Oscar

Ancora uno sbarco vincente di Steven Spielberg sugli schermi italiani. Salvate il soldato Ryan (che nei cinema di tutto il mondo ha già superato i 330 milioni di dollari d’incasso) sta spopolando anche nelle nostre sale. Un trionfo facilmente prevedibile quando, a settembre, la pellicola presentata in anteprima alla Mostra di Venezia aveva lasciato critici e spettatori a bocca aperta. E con lo stomaco serrato. Sì, perché l’odissea del capitano Miller e del suo plotone di soldati, dalla spiaggia di Omaha Beach fino ai terribili scontri metro per metro, casa per casa, che ridussero la verde Normandia in un immenso cimitero, è il film di guerra più potente, lacerante, onesto che sia mai stato girato. Viaggio iniziatico verso la maturità e la tragedia. Ma anche spettacolo, anzi "documento", che avvince lo spettatore dalla prima all’ultima scena. Lo coinvolge, lo attanaglia, lo strema. Lo costringe a riflettere sul non-senso della guerra. Qualsiasi guerra. Anche la più "giusta".

Che Spielberg sia il regista più acuto e immaginifico alle soglie del Duemila è incontestabile. Così tante e così diverse sono le pellicole da lui portate al successo. Preoccupata dal suo crescente potere, Hollywood ha faticato però a riconoscerlo. Per la consacrazione Steven ha dovuto aspettare il 1994 e i sette Oscar vinti dal suo Schindler’s List. L’ondata d’emozione suscitata con l’ultimo film è solo una conferma, l’ennesima. Tra le doti migliori di "re" Steven c’è il fiuto nello scegliersi i collaboratori. Buona parte dei meriti di Salvate il soldato Ryan va riconosciuta, infatti, ad artisti e tecnici (circa 500) che hanno coordinato il lavoro di duemila comparse, impegnate a ricostruire su una immensa spiaggia irlandese le fasi del D-Day. Su tutti il direttore della fotografia Janusz Kaminski, trentottenne d’origine polacca, che con la cinepresa a spalla ci fa "vivere" lo sbarco in Normandia come se fossimo soldati tra i soldati.

E poi ci sono gli interpreti. Strepitosi. Da Tom Sizemore, il rude sergente Horvath, a Edward Burns, il riluttante soldato Reiben. Da Matt Damon, il giovane Ryan che non vuol abbandonare i compagni al fronte, a Jeremy Davies, il minuto caporale che coi suoi scrupoli e i suoi terrori ci fa sentire tutti un po’ in colpa. Fino ad arrivare a Tom Hanks che, nei panni del capitano Miller, conferma la sua straordinaria capacità d’incarnare l’uomo comune.

Quarantadue anni, quattro figli avuti in due matrimoni (l’ultimo, con l’attrice Rita Wilson, si dice solidissimo), due Oscar come miglior attore vinti consecutivamente per Philadelphia e Forrest Gump, Hanks è il più serio candidato alla statuetta che verrà assegnata il prossimo mese di marzo. Sarebbe la terza in appena quindici anni di carriera. Un record. E pensare che lui, al sacro fuoco della recitazione, non ha mai creduto.

«Da giovane, non sognavo di far l’attore», ricorda Hanks, cresciuto a San Francisco da un padre cuoco prima di mollare gli studi universitari per uno stage teatrale a Cleveland, nell’Ohio. «Mi piaceva fare teatro, ma volevo diventare "stage manager", quello che voi chiamate impresario. Mi pareva la cosa più interessante. Solo dopo mi sono accorto di come fosse divertente recitare».

Vecchi amici (sua moglie Rita e Kate Capshaw, moglie di Spielberg, sono affiatate), Tom e il regista di E.T. non avevano mai lavorato insieme finora.

«Quando Steven mi ha proposto il copione di Salvate il soldato Ryan», racconta l’attore, «ero intenzionato a dire di sì più per la curiosità di vederlo in azione come regista che per la storia raccontata. La mia grande passione è l’astronautica, tutto ciò che riguarda la conquista dello spazio. Infatti, dopo aver interpretato Apollo 13, ho poi prodotto la serie televisiva Dalla Terra alla Luna sulla storia della Nasa. La guerra non m’interessava: mio padre, che è stato macchinista in Marina, non mi aveva mai raccontato nulla di speciale. Spielberg, però, è un affabulatore e mi ha conquistato».

Si dice che i due parlassero continuamente sul set, un confronto serrato. Non meraviglia perciò che Hanks, parlando dei valori del film, finisca per ricalcare i concetti già espressi da Spielberg.

«Sul set ho vissuto un’esperienza sconvolgente. Ho capito l’orrore della battaglia, la violenza dell’uomo», dice Tom. «E ho finito anch’io per pormi un quesito angoscioso: può esistere una moralità nell’inferno della guerra? In mezzo al macello dei corpi e dei pensieri, è possibile conservare un barlume di umanità, la propria coscienza?».

Oltre a quello psicologico, all’attore è stato chiesto pure uno sforzo fisico niente male.

«Per prepararci adeguatamente, io e gli altri interpreti abbiamo vissuto per una settimana in un campo di addestramento militare», ricorda Hanks. «Ci ha preparato un ex marine, il capitano Dale Dye. È stata durissima. Durante gli allenamenti portavamo addosso l’equipaggiamento reale, circa 25 chili di peso. Ma a ciascuno di noi è servito per entrare nel personaggio, più che tecnicamente, direi emotivamente. Sullo schermo così appaiamo stanchi, fradici, sfiniti, desiderosi soltanto di tornare a casa».

Una prima volta che il buon Tom non scorderà più. «Non avevo mai girato un film d’azione», riflette. «Non avrei mai accettato di fare un film gratuito, che spettacolarizzasse la guerra. Ma questo di Spielberg è tutt’altro. Ho compreso l’esperienza tremenda della prima linea, del fronte, del terrore d’essere ucciso e della paura di uccidere. Come fa la psiche umana a reggere lo stress?».

Sullo schermo il capitano Miller ha un tremore inconsulto della mano quando non è in battaglia. «Un dettaglio ricavato dai racconti dei reduci», spiega Hanks. «Chi aveva la responsabilità del comando accusava strani tic. Non era paura per sé, bensì di mandare altri a morire».

Ma basta con le angosce. Almeno fino alla notte degli Oscar... «Per uscire dall’incubo», confessa Hanks, «subito dopo ho fatto una commedia sentimentale, You got mail, con Meg Ryan: è il remake di Scrivimi fermo posta, girato nel 1948 da Ernst Lubitsch. Ora sto per calarmi nei panni di un altro personaggio curioso: un funzionario che negli anni ’30 portava a termine le esecuzioni nel braccio della morte. Dopo girerò la biografia di Dean Martin: me l’ha ordinato Scorsese!».

Maurizio Turrioni

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