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Don Sergio il Correttore:
«Che gioia, quando perde l’Istrice»

di PIERO NEGRI

   Famiglia Cristiana n.31 del 9-8-1998 - Home Page Non è nato "sulle lastre", ovvero entro la cerchia delle mura: nel 1945 c’era la guerra e i suoi si trovavano a Todi. «Ma ho imparato a camminare, a parlare, a stare al mondo nella contrada della Lupa». Don Sergio Volpi è un contradaiolo vero, un contradaiolo speciale. Della Lupa è Correttore (altrove si direbbe cappellano): «Non vuol dire», spiega, «che il mio compito è "correggere", ma che "reggo con" il Priore le sorti della contrada».

«Il Correttore», dice ancora don Sergio, «nel corso dell’anno celebra alcune liturgie, ma sa bene che la contrada non può soppiantare la parrocchia: il Palio ha radici religiose, tradizioni che esprimono anche forme di fede popolare, ma tutti noi Correttori evitiamo di celebrare i Sacramenti in contrada. Il battesimo contradaiolo, l’iniziazione dei bambini alla vita di contrada, viene chiamato così solo perché mancano termini migliori: in realtà non lo fa il prete ed è soltanto, appunto, un’iniziazione, una cerimonia che sancisce l’ingresso in contrada».

Il momento più importante della vita di un Correttore è la benedizione del cavallo. Più importante perché in grado, sostengono i contradaioli più scaramantici, di preannunciare come andrà a finire il Palio che si correrà da lì a poche ore. «In quella cerimonia», spiega don Sergio, «per mezzo del Correttore la contrada chiede al buon Dio di proteggere cavallo e fantino dai pericoli del Palio. Dopo la benedizione, la tradizione vuole che il Correttore dica, rivolgendosi più al cavallo che al fantino, "Va’ e torna vincitore". Si avverte una grande tensione emotiva, perché si ritiene che in quel preciso istante si colga un segno chiaro di quale sarà il risultato: da come si comporta il cavallo si capisce se vincerà o no».

Fede e rivalità cittadina, tradizione e scaramanzia a Siena si fondono in una miscela unica: «Sì», dice don Volpi, «queste sono forme che rasentano una simpatica, non grave superstizione: c’è chi va a Lourdes e porta in contrada un po’ di acqua benedetta, chi tiene con sé un’immagine di san Rocco, il patrono della Lupa. Vede, a me vogliono un gran bene, sanno che sono un contradaiolo vero (e su diciassette contrade, i Correttori contradaioli oltre a me sono soltanto altri due), ma non mi riconoscono una grande capacità di benedizione: negli ultimi 28 anni, da quando sono io il Correttore, la Lupa ha vinto il Palio solo due volte».

La contrada vive tutto l’anno, però, non soltanto nell’imminenza del Palio: «È questo il bello», dice don Sergio, «il legame è fortissimo, quasi feroce: oggi pochi senesi nascono sulle lastre, dentro le mura, e allora la loro contrada è quasi sempre quella dei genitori, o di uno dei due, se di contrade diverse. Bene, i casi di sradicamento sono rarissimi: l’attaccamento alla contrada è forte come una seconda cittadinanza. Ecco perché la contrada continua ad avere anche un valore sociale: al suo interno nascono gruppi di volontariato, e se un contradaiolo si trova in difficoltà, viene naturale aiutarlo».

E poi, quando si vince... «Eh sì», dice don Volpi, «quella è un’esaltazione incredibile, un trionfo. Ma non è male anche quando si riesce a far perdere il Palio alla contrada avversaria. A luglio la Lupa non c’era e l’Istrice aveva un buon cavallo. Eppure, ce l’abbiamo fatta, hanno perso: quella notte, in piazza del Campo, a esultare con i vincitori dell’Oca c’eravamo noi, gli avversari degli sconfitti».

Piero Negri

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