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  IL TEOLOGO di Franco Ardusso
 

  
CHE COSA RAPPRESENTA GESÙ
PER GLI EBREI DI OGGI?


   Famiglia Cristiana n.26 del 5-7-1998 - Home Page Cosa rappresenta Gesù per gli ebrei di oggi? È un maestro, un falso profeta, un sedizioso? E come ne parlano nei loro libri?

Alessandro F. - Montevarchi (Ar)
   

Nel 1974 la rivista Concilium pose la stessa domanda del lettore all’ebreo David Flusser, dell’Università di Gerusalemme. Questi rispose che sarebbe necessario un concilio, osservando però che quella di un concilio è un’idea estranea all’ebraismo, per il quale «non c’è mai stata una corporazione dogmaticamente determinante». Di conseguenza, affermava Flusser, anche nel caso in cui tutti gli ebrei ritenessero che Gesù fosse stato un profeta, «ciò sarebbe soltanto frutto di una convinzione scientifica e non una espressione di fede».

La testimonianza di Primo Levi

Ebrei e cristiani hanno avuto rapporti conflittuali, e ne ha fatte le spese anche la figura di Gesù. Scrive Primo Levi che gli ebrei piemontesi del secolo scorso evitavano persino di pronunciarne il nome. Usavano la parola "Odo" con cui «si alludeva al Cristo, abbassando la voce e guardandosi attorno con circospezione: di Cristo è bene parlare il meno possibile perché il mito del popolo deicida è duro a morire». Un cristiano legge queste parole con profondo senso di comprensione perché dietro si celano sofferenze inaudite.

Grazie a Dio, le cose stanno cambiando da entrambe le parti. Diversi studiosi ebrei vanno approfondendo il messaggio e l’opera di Gesù da una prospettiva ebraica, spesso con un atteggiamento di calda simpatia. Già il filosofo Martin Buber confessava: «Fin dall’infanzia ho visto in Gesù un mio fratello maggiore». Negli anni Sessanta Samuel Ben Chorin titolava un suo libro Fratello Gesù. Nel 1973 Pinchas Lapide osservava che, solo in Gerusalemme, erano apparsi di recente più libri su Gesù che non in tutti i secoli precedenti. In genere si guarda a Gesù come a uno dei più grandi personaggi della storia ebraica. Si rivendica la sua appartenenza al popolo di origine: Gesù non era un cristiano, ma un ebreo, «il più ebreo degli ebrei» (J. Klausner). Secondo questi studiosi occorre riscoprire il vero volto di Gesù, quello ebraico, occultato dall’interpretazione cristiana. Interessa il Gesù storico e il fatto che, come dice Flusser, sia stato un buon ebreo. La religione di Gesù, si dice, non è nient’altro che la religione ebraica. «Al cristiano», scrive Flusser, «sembrerà un paradosso che l’ebreo possa imparare da Gesù come si deve pregare, qual è il vero significato del sabato, come si deve digiunare, come si deve amare il prossimo, qual è il significato del Regno dei cieli e del giudizio universale. Sull’ebreo farà sempre impressione il punto di vista di Gesù: egli comprende che qui un ebreo parla agli ebrei».

Nessuna cristologia

In genere è estranea agli ebrei la cristologia o interpretazione cristiana di Gesù da parte delle Scritture cristiane. Per l’ebreo, Gesù non è il Messia già venuto, non è il Figlio di Dio, non è il Salvatore dell’umanità. Gesù è talora il simbolo della sofferenza del suo popolo, come lo raffigura Marc Chagall in un dipinto che ricorda la distruzione delle sinagoghe in Germania nella "notte dei cristalli". Il già citato Ben Chorin considera Gesù come uno dei più geniali maestri della Legge, come un grande guaritore e come la personificazione del martirio del suo popolo. Pinchas Lapide giunse ad affermare che, senza essere il Messia di Israele, Gesù può essere stato risuscitato dal Dio di Israele in favore dei pagani, nel quadro della preparazione messianica ebraica.

La fede che unisce e divide

Gli ebrei oggi fanno propria un’affermazione di Lessing: la religione di Cristo e la religione cristiana sono due cose diverse. La prima è la religione che Gesù visse e praticò da ebreo. La seconda è la religione che ritiene che Gesù sia stato più di un uomo, anzi, il Figlio di Dio fattosi carne. Alla luce di questa affermazione si possono comprendere allora le parole che Ben Chorin rivolge ai cristiani: «La fede di Gesù ci unisce, ma la fede in Gesù ci divide».

Per l’ebreo, Gesù non è il Messia perché il mondo odierno, ricolmo di brutali ingiustizie, non può essere il Regno messianico. Per l’ebreo inoltre non è affatto evidente che le sue Scritture mirino alla croce del Messia. Flusser giunge però ad affermare che «pochissimi ebrei solleverebbero eccezione se il Messia che verrà fosse l’ebreo Gesù». Anche i libri scolastici di storia in Israele cercano di fare una presentazione positiva di Gesù, liberandolo dalle strutture cristiane. Ho notato però, in certa letteratura contemporanea, un tentativo di annessione della sua figura, che elimina con disinvoltura ciò che resiste a tale processo. Un dialogo sincero e informato non potrà non essere vantaggioso sia per gli ebrei che per i cristiani che talora hanno dimenticato le radici ebraiche del loro Maestro e Signore.

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