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Dai nostri inviati - AUSTRIA

La visita del Papa a una Chiesa che vive tempi difficili

L’ORA DELLA VERITÀ

di RENZO GIACOMELLI - foto di Giancarlo Giuliani
    

   Famiglia Cristiana n.24 del 21-6-1998 - Home Page Negli ultimi dieci anni, circa 40.000 cattolici hanno lasciato la Chiesa, cancellandosi dal registro dell’imposta ecclesiastica. È uno degli indici del malessere che da tempo turba la Chiesa austriaca, che ora aspetta da Giovanni Paolo II una parola di luce e di speranza.

Santo Padre o padre frettoloso? Il dubbio ce l’ha il mensile diocesano di Vienna, Dialog (600.000 copie distribuite gratuitamente), che titola con un gioco di parole il suo principale servizio sulla visita del Papa in Austria (19-21 giugno): Der (h)eilige Vater; se si toglie l’acca, il "santo" diventa "frettoloso". In effetti, la terza visita di Giovanni Paolo II alla Chiesa austriaca (le precedenti furono nel settembre 1983 e nel giugno 1988) durerà soltanto 55 ore, con tappe a Salisburgo e a Sankt Pölten, oltre che a Vienna.

Viaggio breve, ma tra i più difficili dell’anziano Pontefice in un Paese europeo. Nei dieci anni passati dall’ultima visita, la Chiesa austriaca è stata scossa da fatti che l’hanno profondamente divisa. Vi sono state dapprima le critiche aperte alla Santa Sede per alcune nomine episcopali, in particolare quelle dell’arcivescovo emerito di Vienna, cardinale Hans Hermann Groër, e del suo ausiliare, monsignor Kurt Krenn, attuale vescovo di Sankt Pölten, entrambi giudicati molto conservatori e intenti a capovolgere la linea pastorale del precedente arcivescovo di Vienna, il popolarissimo cardinale Franz König. Poi sono cominciate a circolare le voci, divenute valanga dal 1995 ad oggi, di abusi sessuali su minori compiuti da Groër quand’era insegnante e confessore in un seminario all’abbazia benedettina di Göttweig.

Nel 1995 è nato il movimento "Noi siamo Chiesa" che, partendo da Innsbruck, in 22 giorni raccolse più di mezzo milione di firme (anche di parroci, religiose e religiosi) sotto una piattaforma che chiedeva radicali riforme: la partecipazione dei fedeli nella nomina del proprio vescovo, il celibato facoltativo per i preti, una maggiore apertura ai divorziati, l’accesso delle donne al sacerdozio ministeriale.

Monsignor Andreas Laun, vescovo ausiliare di Salisburgo.
Monsignor Andreas Laun, vescovo ausiliare di Salisburgo.

Dall’entusiasmo alla satira

La mina vagante restava soprattutto il "caso Groër". Il cardinale ha sempre rifiutato di rispondere pubblicamente alle accuse che gli venivano fatte. Dapprima i suoi colleghi vescovi lo difesero, respingendo le «calunnie» e gli «attacchi anticlericali». Quando le accuse, affidate ai giornali, divennero più circostanziate e gravi (oltre che di abusi sessuali, si parlava dell’utilizzo della confessione come mezzo di "approccio"), la Santa Sede accolse le dimissioni di Groër da arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale. Ci dice monsignor Norbert Rodt, parroco di San Leopoldo e uno dei venti decani di Vienna: «L’ultimo incontro dei preti dell’archidiocesi con Groër fu terribile. Ci siamo sentiti traditi». Non aggiunge dettagli di quell’incontro, ma si sfoga: «Nei lunghi anni della guida pastorale del cardinale König, si lavorava con entusiasmo, la Chiesa era molto stimata. Ora sulla Chiesa si fanno battutacce nei bar e satira nei cabaret e perfino nel paludato Teatro municipale».

Negli ultimi mesi il "caso" ha avuto nuovi sviluppi. In gennaio Groër si dimette anche da priore d’un monastero benedettino da lui fondato. Il 27 febbraio, quattro dei cinque membri del Consiglio permanente della Conferenza episcopale (tra i quali il presidente, monsignor Johann Weber, e l’arcivescovo di Vienna, cardinale Schönborn) dedicano al "caso" una lunga dichiarazione. Dicono anzitutto di condividere il dolore dei cristiani «che devono sopportare la critica e lo scherno verso la Chiesa». «La nostra Chiesa», aggiungono, «proclama una morale sessuale esigente. Quando un vescovo viene accusato di gravi mancanze contro questa morale a danno di giovani che gli erano stati affidati, non basta la riconciliazione che si ottiene nella confessione. L’accusato deve dire apertamente e inequivocabilmente di essere innocente o chiedere pubblicamente perdono, il che comporterà nella maggior parte dei casi anche la rinuncia al proprio ufficio. Il cardinale Groër non è ricorso in modo chiaro a nessuna delle due possibilità... Noi abbiamo ora la certezza morale che gli addebiti mossi all’arcivescovo emerito cardinale Hans Hermann Groër sono sostanzialmente veritieri. Dobbiamo sopportare il suo silenzio, ma non possiamo personalmente tacere, se vogliamo rendere giustizia alla nostra responsabilità nei riguardi della Chiesa».

Il vescovo Kurt Krenn, che criticò allora questa dichiarazione, non ha cambiato idea. Ci dice: «Quel documento non era un capolavoro di collegialità, perché non spettava a quei quattro vescovi affrontare la faccenda, spettava semmai all’intera Conferenza episcopale. Era anche un documento superfluo, dal momento che la giurisdizione su un cardinale compete al Pontefice. Ma su questa vicenda c’è una forte pressione da parte dei media, e c’è chi sa resistere e chi no».

In marzo, l’abate primate dei Benedettini, lo statunitense Marcel Rooney, compie, per incarico della Congregazione vaticana dei religiosi, una visita canonica all’abbazia di Göttweig. In aprile, durante la Settimana santa, il Papa manda il cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia, a parlare con Groër. Il martedì dopo Pasqua, attraverso la Nunziatura apostolica di Vienna, Groër pubblica un breve comunicato: «Nei tre anni passati vi sono state numerose asserzioni spesso non corrette sulla mia persona. Io prego Dio e gli uomini di perdonarmi, se in qualche modo mi sono reso colpevole. Naturalmente sono pronto ad acconsentire alla richiesta del Santo Padre di rinunciare all’insieme delle attività da me finora svolte». Groër si ritira poi in un convento di suore a Dresda (Germania).

Lavori in corso presso il duomo di Santo Stefano, a Vienna.
Lavori in corso presso il duomo di Santo Stefano, a Vienna.

Pochi, in Austria, si sono accontentati di questa ambigua ammissione. Molti hanno incominciato a esprimere il voto che sia il Papa a fare chiarezza. «Che lo faccia prima o durante la sua prossima visita, non importa. L’importante è che ci dica una parola liberatoria», afferma monsignor Rodt. «Il Santo Padre sa quel che deve fare», assicura Margarethe Matic, membro della comunità carismatica dell’Emmanuel e portavoce dell’archidiocesi di Vienna. «Personalmente», continua, «credo che non sarebbe male se si pronunciasse con chiarezza prima della visita. Per togliere di mezzo una questione che, per quanto grave, riguarda alla fin fine la coerenza d’una persona di Chiesa con gli insegnamenti predicati. Non riguarda l’intera Chiesa che, in questo Paese, non è nel malessere, come si sostiene da più parti. Moltissimi cristiani sono seriamente impegnati».

«Il malessere c’è, inutile negarlo», afferma Heinrich Leitenberger, direttore della Kathpress, l’agenzia di stampa della Chiesa austriaca. «È incominciato più di dieci anni fa con alcuni malintesi e qualche passo falso di Roma nei confronti del nostro episcopato. C’era una ristretta cerchia di cattolici conservatori che contrastavano il cardinale König e avevano buon ascolto in Vaticano. Poi sono venute alcune nomine episcopali che ci hanno messo a disagio. Infine la vicenda Groër. Il malessere è in certo modo quantificabile: nell’ultimo decennio, ogni anno circa 40.000 cattolici hanno lasciato la Chiesa, cancellandosi dal registro dell’imposta ecclesiastica».

Le esigenze dei giovani e quelle della pastorale

Il disagio è particolarmente acuto tra i giovani. Afferma Carmen Brugger, segretaria nazionale dei Giovani di Azione cattolica: «A parte i fatti a tutti noti, ad allontanare molti giovani dalla Chiesa o a renderli indifferenti è l’inadeguatezza della pastorale nei loro confronti. Nella Chiesa i giovani trovano un linguaggio stantìo, scarsissima attenzione ai temi che li preoccupano (la sessualità, in primo luogo), nessuna possibilità di prendere parte alle decisioni. Ai giovani la Chiesa istituzionale appare sempre più come una gerontocrazia maschilista».

I più critici dell’attuale situazione della Chiesa sono i circa 3.500 militanti di "Noi siamo Chiesa". Ad essi si affiancano molte migliaia di simpatizzanti. Durante la visita del Papa hanno chiesto alla Polizia il permesso di rendersi visibili con qualche striscione polemico davanti alla Nunziatura e prima della messa alla Heldenplatz. Dice Hermine Pokorny, una casalinga diplomata in Teologia, responsabile del movimento a Vienna: «Non pretendiamo certo che le riforme che noi chiediamo si realizzino immediatamente. Vorremmo però che se ne parlasse liberamente e seriamente. Abbiamo invece l’impressione che, anche con il "Dialogo per l’Austria", si tenti di menare il can per l’aia».

La piazza principale di Sankt Pölten, uno dei centri austriaci visitati dal Papa.
La piazza principale di Sankt Pölten, uno dei centri austriaci visitati dal Papa.

Il "Dialogo per l’Austria" è un cammino di riconciliazione nella Chiesa avviato due anni fa dalla Conferenza episcopale. Il documento-base, intitolato "Venga il tuo Regno", propone alla riflessione tre ambiti: la proclamazione della fede cristiana di fronte alle sfide di oggi; il rinnovamento della pastorale; i problemi sociali e politici e la testimonianza dei cristiani. Un migliaio di contributi (di diocesi, consigli pastorali, associazioni, movimenti, comunità religiose, politici e sindacalisti) è stata la risposta della base cattolica al documento di preparazione.

«I temi più ricorrenti», dice Gerhard Lang, segretario del Comitato organizzatore, «riguardano i preti, le donne e i divorziati. Per quanto riguarda i preti, la maggior parte dei contributi è favorevole al celibato facoltativo. Sulle donne è diffusa la richiesta che si apra loro il diaconato, mentre il sacerdozio femminile registra consensi significativi ma non unanimi. Per i divorziati risposati si domanda che possano comunicarsi durante la celebrazione eucaristica».

Gerhard Lang, segretario generale del Comitato promotore del "Dialogo per l'Austria".
Gerhard Lang, segretario generale del Comitato promotore del "Dialogo per l'Austria".

Il "Dialogo per l’Austria" avrà la sua tappa conclusiva a Salisburgo dal 24 al 26 ottobre prossimo con un’assemblea alla quale parteciperanno, oltre ai 23 vescovi, 280 delegati eletti nelle diocesi. «Temiamo che tutto si riduca a uno "sfogatoio". I nostri vescovi registreranno il malessere, ci assicureranno che manderanno a Roma le nostre richieste, e lì tutto finirà», afferma Hermine Pokorny.

Per tutt’altra ragione, anche il vescovo Kurt Krenn non è entusiasta del "Dialogo per l’Austria". «In questo Paese ci sono movimenti, come "Noi siamo Chiesa", che non accettano il magistero e quindi sono oggettivamente eretici. Il cardinale Ratzinger ci ha scritto che il dialogo è possibile anche con loro. Io accetto, perché obbedisco sempre a Roma, ma il dialogo con loro mi sembra una via pericolosa. A meno che non si convertano». Su posizioni analoghe anche un vescovo più moderato, l’ausiliare di Salisburgo, Andreas Laun, teologo moralista. «Il dialogo nella Chiesa è possibile e doveroso», afferma, «ma solo se si accetta il magistero integralmente. Su questa base, che purtroppo non è condivisa da tutti, si possono affrontare i problemi di metodo pastorale, sui quali sono legittime differenti visioni e sensibilità».

Non si sa ancora come si svolgerà l’assemblea di Salisburgo. I vescovi decideranno l’agenda dei lavori il 30 giugno, dopo la visita del Papa. «Spero che il Pontefice, che sarà tra noi in un momento tanto tempestoso, ci aiuti a ritrovare il senso della comunione», si augura monsignor Rodt. «Diversamente, il "Dialogo per l’Austria" rischierà di registrare le nostre divisioni, la lontananza tra vescovi e base. La strada è tortuosa, difficile, ma non ci è stato promesso niente di diverso».

Renzo Giacomelli

Il cardinale Schönborn:
«Dobbiamo tornare alle radici della fede»
  

Christoph Schönborn, 53 anni, teologo e frate domenicano, arcivescovo di Vienna dal 1995, è cardinale dallo scorso febbraio.

  • Eminenza, fra pochi giorni il Papa sarà in Austria per la terza volta. Perché tanta attenzione alla vostra Chiesa?

«Per via della sua provenienza, Giovanni Paolo II si sente profondamente legato al nostro Paese. Sente forte l’esigenza che l’Austria svolga, all’interno dell’Europa che si sta unendo, il ruolo di Paese profondamente impregnato di cattolicesimo».

  • Nell’attenzione del Papa per l’Austria non c’entra anche il disagio provocato fra i cattolici dal "caso Groër"?

Il cardinale Christoph Schönborn.«Recentemente noi vescovi austriaci abbiamo potuto condividere con il Papa le preoccupazioni dei cattolici del Paese. Ci farà bene, dopo le settimane e i mesi dolorosi che abbiamo alle spalle, celebrare una grande festa comune. Giovanni Paolo II ripete dall’inizio del pontificato un messaggio chiaro: "Non abbiate paura!". L’incoraggiamento è rivolto a ciascuno di noi. Dobbiamo guardare con speranza e fiducia al futuro. Anche al futuro della Chiesa».

  • In Austria è nato il movimento (ora internazionale) "Noi siamo Chiesa". Come valuta questo movimento?

«Esso fa parte, come gli altri movimenti all’interno della Chiesa, di uno spettro molto ampio. Al "Dialogo per l’Austria", che avrà il suo momento culminante nell’ottobre prossimo a Salisburgo, parteciperanno, accanto a molti altri gruppi, anche membri di "Noi siamo Chiesa". Dialogo significa che tutti gli interlocutori si ascoltano a vicenda, con apertura all’opinione degli altri. Nella Chiesa cattolica si può sempre avere una molteplicità di opinioni all’interno della stessa fede comune».

  • Quali sono i principali problemi della Chiesa in Austria?

«Il principale è il ritorno alle radici della nostra fede. Parliamo molto della Bibbia e poco della fede. Molte persone hanno trovato nella fede una patria spirituale. Nella Chiesa esse possono sperimentare che non sono sole quando bisogna tradurre in pratica le esigenze della fede. Si tratta, ed è il secondo problema, dell’impegno sociale e politico, nel quale devono essere protagonisti soprattutto i laici. Infine non si può dimenticare che anche l’Austria, come tutti i Paesi europei, si trova di fronte ad un processo di secolarizzazione della società. Un processo che rappresenta una sfida a lavorare per una nuova evangelizzazione del Paese».

r.g

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