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I DONI DELLO SPIRITO SANTO E I LORO TESTIMONI

Timor di Dio

di GIANFRANCO RAVASI - foto di Nino Leto

DAVID MARIA TUROLDO. Il cantore dell'amore
   Famiglia Cristiana n.14 del 15-4-1998 - Home Page Come la collera rabbiosa non è la stessa cosa dello sdegno, così il timore non può essere ricondotto nell’alveo molle della paura, anche se spesso i due vocaboli vengono usati come sinonimi. Non è, perciò, contraddittorio che nella Bibbia si definisca Dio ’nora o ’mora, cioè "il terribile, colui che incute terrore", ma anche "amore", né che i fedeli siano chiamati "coloro che temono il Signore", ma anche che Giovanni nella sua Prima Lettera dichiari: «Nell’amore non c’è timore (paura), al contrario l’amore perfetto scaccia il timore perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (4,18).

Abbiamo voluto fare questa premessa, per altro scontata, per poter meglio illuminare il volto di padre Padre David Maria Turoldo.David Maria Turoldo come uomo del timore di Dio, testimone di questo ultimo dono dello Spirito Santo. È curioso notare che nei doni dello Spirito effusi sul re-Messia, l’Emmanuele, in Isaia 11 per due volte si ribadisca: «Su di lui si poserà lo Spirito... di timore del Signore; si compiacerà del timore del Signore». Nel linguaggio biblico il timore non è antitetico all’amore, anzi lo coinvolge: si tratta di una forma linguistica ben nota nell’antico Vicino Oriente per la quale, se io evoco un estremo, posso implicitamente comprendere anche il suo antipodo in una specie di "parte per il tutto".

Non per nulla molto spesso nell’Antico Testamento al temere il Signore si associa l’amore per la sua parola e i suoi comandamenti. Diceva un mistico della Chiesa di Oriente, Massimo il Confessore (580 ca. - 662): «Esiste un timore di Dio che è compagno inseparabile dell’amore e conserva nel cuore rispetto e affetto». Il timore per Dio è, perciò, prima di tutto rispetto, riconoscimento della sua grandezza, certezza della sua giustizia. Ebbene, padre David è stato un cantore del Dio che non ammette compromessi, che è del tutto "Altro" rispetto alle nostre false immagini di comodo. Non a caso il profilo che più spesso si è ritagliato sulla figura di questo frate friulano Servo di Maria è stato quello del profeta.

E il profeta è per eccellenza la voce che grida nel deserto della storia le inesorabili esigenze del Dio giusto, contro le quali non si possono accampare scusanti, né adottare elusioni o evasioni: «Che sarà per voi il giorno del Signore?», gridava Amos, il profeta contadino amato da padre Turoldo. «Sarà tenebre e non luce. Come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde» (5,18-19).

Padre David Maria Turoldo nel suo studio.
Padre David Maria Turoldo nel suo studio.

Quante volte, a partire dagli stessi anni oscuri del regime fascista, passando attraverso la tormentata stagione della rinascita nazionale fino ai giorni del benessere egoista, l’indimenticabile voce di padre David ha squarciato l’aria inquietando le coscienze, provocando i benpensanti, sfiorando il paradosso, lacerando i luoghi comuni per richiamare il monito profetico: «Temete il Signore!». O anche quello paolino secondo cui con Dio non si scherza, la sua giustizia non può essere impunemente irrisa.

È facile per tutti coloro che hanno conosciuto Turoldo predicatore e forse conservano ancora l’eco della sua parola nella loro anima, un po’ come la conchiglia conserva l’eco del mare anche quando è posata su uno scrittoio, vederlo come pervaso da questo dono dello Spirito. Un dono che gli veniva dal suo diuturno e instancabile ascolto e studio della Parola di Dio. A più riprese, infatti, si definiva "servo e ministro della Parola": «Sono un pugno di terra viva, ogni parola mi traversa come una spada». Tutta la sua poesia, tutti i suoi scritti, tutta la sua predicazione sono un intarsio di citazioni o di allusioni bibliche, in particolare di quei testi sacri che più rivelano il Dio esigente, che conosce la misericordia ma non ignora la giustizia: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa... fino alla terza e alla quarta generazione» (Esodo 34,6-7).

Padre Turoldo durante una passeggiata.
Padre Turoldo durante una passeggiata.

C'è, però, un altro aspetto ancor più alto del timore di Dio esaltato da padre Turoldo soprattutto negli anni del tramonto, quando ormai il "mostro" si era insediato nel suo ventre ed egli sentiva sempre più la necessità di testimoniare Dio in tutta la sua verità. Emblematici, al riguardo, sono i Canti ultimi, forse il capolavoro poetico di padre David, lancinante meditazione sul Dio misterioso e persino "scandaloso". In realtà, la lacerazione del credere aveva striato già tante altre pagine dei suoi scritti. Vorrei citare solo qualche brandello di versi così come mi vengono in mente: «Notte fonda, notte oscura ci fascia – nera sindone – se tu non accendi il tuo lume, o Signore!... E Tu, Tu, o Assente, o mia lontanissima sponda... Mio Dio assente lontano... Ma Lui, Lui sempre lontano, invisibile... La tua assenza ci desola... Ma tu, Signore, sei bianca statua di marmo nella notte... All’incontro cercato nessuno giunge...».

Ecco, il timore di Dio è riconoscere, come diceva Isaia, che «i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le nostre vie non sono le sue vie» (55,8). Egli è sempre Oltre e Altro rispetto a quelle che Lutero giustamente chiamava le simiae Dei, cioè le "scimmiottature di Dio", gli idoli opera delle nostre mani. Per questo Turoldo ha amato immensamente Giobbe, al punto da dedicargli un libro intero, Job, da una casa di fango:il grande sofferente è colui che «teme Dio per nulla» (1,9), cioè senza avere nulla in cambio, anzi, ricevendo amarezze infinite; eppure non si stanca di cercarlo, persino di sfidarlo e stanarlo per comprendere alla fine che il Signore ha un "progetto" superiore che travalica lo spazio ristretto della nostra scatola cranica. È così che egli si abbandona a lui nella contemplazione: «Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono» (42,5). Ma per raggiungere questa meta, quanto soffrire e lottare nella notte, come Giacobbe lungo il fiume Jabbok (Genesi 32,25-33)!

Testimonianza di questo timore-venerazione del mistero di Dio sono soprattutto, come si diceva, gli ultimi scritti e gli ultimi atti di padre David: in quel lungo inverno il suo canto si era fatto più puro ed essenziale. Aveva scritto un suo amico e grande poeta, Mario Luzi, esaltando il "progressivo ritrarsi dell’eloquenza di Turoldo addosso al nocciolo delle cose": «La cosa estrema era ormai per lui la conoscenza di Dio e il suo impenetrabile silenzio». Diceva in quei giorni in cui la paura umana era vinta solo col "timore" della grandezza divina che non è mai fonte di sopraffazione: «Nel fittissimo buio sento il suo sguardo sul cuore, come di falco appollaiato sul nido...». Un Dio che non ti lascia mai, anche se ti sembra che egli sia un falco pronto a ghermirti (Giobbe parlerà di un Dio "leopardo che affila gli occhi" sull’uomo).

L’icona più alta dei momenti sui quali incombe il mistero terribile e sacro di Dio e del suo silenzio, e il timore diventa espressione di una fede pura, è quella del Venerdì santo col Cristo in croce: «No, credere a Pasqua non è / giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / è al Venerdì santo / quando Tu non c’eri / lassù! / Quando non una eco / risponde al suo alto grido / e a stento il Nulla / dà forma / alla tua assenza». Il timore di Dio nella forma più pura è "affidare alle sue mani lo spirito", come fa Gesù sulla croce, proprio nel momento in cui Dio non risponde all’"alto grido" del Figlio. È questa la venerazione più alta del suo mistero, è la frontiera ultima della fede e, per usare un’immagine di padre David, è l’estremo "fiordo della speranza". E questa venerazione è paradossalmente sorgente di pace, è un timore che cancella la paura. Diceva un grande vescovo e predicatore del ’600 francese, Fénelon: «Coloro che temono Dio non hanno nulla da temere dagli uomini».

A questo punto il timore di Dio, giunto alla sua soglia estrema, sconfina nell’amore più limpido, non sostenuto da nessuna ragione o interesse. Si attua, così, quell’intreccio tra timore e fedeltà, tra rispetto e intimità a cui sopra avevamo accennato. Come tutti i poeti, Turoldo è stato un cantore dell’amore divino. Quel silenzio terribile di Dio che generava non solo il timore santo ma anche la paura si squarcia, il "Dio amato e crudele" della prova di Abramo col sacrificio del figlio Isacco si rivela nel bacio del Cantico dei cantici. E allora il dono del timore conduce alla speranza e alla gioia: «Insieme, insieme», dice padre David in un suo verso, «mio Dio, saremo felici!».

E tutta la sua vita, in modo particolare nell’ultima fase, quella della malattia e della morte, diventa non solo la testimonianza di una grande lotta col Dio del timore, ma anche il naturale approdo al porto del Dio dell’incontro. Emblematiche di questo nesso inscindibile tra timore e amore sono le ultime due opere postume. Da un lato, ecco Mie notti con Qohelet, dedicate al cardinale Carlo Maria Martini, che uniscono la tenebra di quel sapiente biblico, Qohelet, che ripete il monito di «temere Dio osservando i suoi comandamenti, perché per l’uomo è tutto» (12,13), alla solarità del Cantico dei cantici, ove trionfa l’amore. D’altro lato, ecco, invece, Il dramma è Dio che padre David ha voluto dedicare a me come ultimo saluto a un amico. Il titolo è stato scelto dall’editore e ben esprime il timore con cui dobbiamo accostarci al mistero di Dio. Ma Turoldo aveva scelto un altro titolo, Il dramma è di Dio, ed era la rappresentazione della passione, della sofferenza paterna e materna, dell’amore con cui il Signore ci cerca, ci attende e ci abbraccia.

Gianfranco Ravasi

Segue: L'affetto di un figlio

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