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SOMALIA

Commercio di armi, stive piene di rifiuti tossici, traffici vecchi e nuovi

E LA NAVE VA

di BARBARA CARAZZOLO, ALBERTO CHIARA e LUCIANO SCALETTARI
    

   Famiglia Cristiana n.13 del 8-4-1998 - Home Page

Fanno rotta verso l’Africa, cariche di rifiuti altamente tossici. Le navi dei veleni continuano a trasportare i loro immondi carichi. Lo ha reso noto il magistrato Luciano Tarditi, intervenendo a Roma a un convegno organizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso collegate.

Oggi come ieri, la Somalia è una delle mete. Anche se non l’unica, pare. Intrighi internazionali, collegamenti con traffici d’armi, dubbie operazioni finanziarie: per far piena luce su queste vicende stanno lavorando diverse Procure italiane, tra cui quelle di Reggio Calabria, Torre Annunziata e Asti. Altri scandali si aggiungono a quelli che nel recente passato hanno caratterizzato gli interventi della Cooperazione italiana, che proprio nel Corno d’Africa ha sperperato miliardi in progetti finti o inutili. Il problema dell’inadeguatezza delle norme: «Perseguire i trafficanti di rifiuti», dice Tarditi, «è oggi molto difficile. Non possiamo autorizzare intercettazioni telefoniche né arrestare nessuno, neppure se colto sul fatto».

Solcano ancora le acque del Mediterraneo. Fanno rotta verso l’Africa, le stive ingombre di carichi immondi. Le "navi dei veleni" continuano ad essere una triste realtà. Lo ha reso noto Luciano Tarditi, uno dei magistrati che stanno indagando su questi traffici. «Ci sono imprenditori italiani che hanno risolto così il problema dello smaltimento dei loro rifiuti», ha affermato il 10 marzo, intervenendo in un convegno a Roma organizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse. «Si tratta di rifiuti tossico-nocivi e anche, all’occorrenza, di rifiuti radioattivi», ha precisato Tarditi, sostituto procuratore ad Asti.

Oggi, in Italia solo il 15 per cento circa dei rifiuti viene smaltito a norma di legge. Il resto finisce in discariche abusive, è interrato o gettato di nascosto in fiumi e laghi. In Italia. O all’estero. Stando a valutazioni attendibili, questo business "nero" frutta tra i 2 e i 6 mila miliardi di lire.

Una delle mete era e potrebbe tuttora essere la Somalia. Nell’agosto 1992, Mustafà Tolba, segretario dell’Unep, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente, lancia l’allarme più clamoroso: «Ditte italiane scaricano rifiuti tossici in Somalia. Non posso fare nomi perché abbiamo a che fare con la mafia, metterei a repentaglio la vita di molte persone». Una dichiarazione rilasciata a freddo. Dopo settimane di silenzio, Mustafà Tolba aggiunge: «Un contratto tra due industrie europee e la Somalia per il trasporto annuale di circa mezzo milione di tonnellate di rifiuti tossici in questo Paese è fallito. L’Unep è soddisfatta perché ha evitato una tragedia ambientale».

Cos’è successo? La denuncia di Tolba spezza una fitta rete di operazioni finanziarie e di contatti che si andava costruendo da tempo. Nel maggio 1991, il ministro della Sanità somalo, Nur Elmi Osman, e il governatore della Banca centrale, Alì Abdì Amalò, entrambi della fazione di Ali Mahdi, in quel momento a Roma, si fanno stampare delle cambiali da scontare in cambio di medicinali da inviare in Somalia. Vengono contattate alcune imprese italiane con la richiesta di agevolare il pagamento degli effetti firmati da Nur Elmi Osman e avallate dalla firma del governatore della Banca centrale somala. L’ammontare complessivo dei finanziamenti richiesti sfiora i 13 miliardi di lire. Le cambiali vengono intestate e dichiarate pagabili alla società Finchart.

L’operazione alla fine fallisce per ostacoli burocratici, ma lascia aperti inquietanti interrogativi. Com’è possibile spedire medicinali in una nazione dilaniata dalla guerra civile, con il porto di Mogadiscio inutilizzabile? Come avrebbero pagato i somali, se i fondi del Governo sono congelati nelle banche italiane a causa della guerra? Come può la Sace (l’organismo del ministero del Commercio con l’estero italiano che assicura le operazioni delle imprese italiane all’estero) farsi garante dell’operazione?

Si può pagare in altro modo, magari "in natura", offrendo per lo smaltimento di rifiuti tossici l’uso del territorio controllato da Ali Mahdi, che in quel momento ha bisogno di risorse economiche e materiale bellico per rovesciare finalmente le sorti della guerra.

Infatti qualche mese dopo, Jagiswar Singh, indiano di nascita e svizzero di adozione, viene incaricato di reperire una banca o un istituto finanziario disposto a effettuare l’operazione di sconto delle cambiali della Finchart. Singh trova la svizzera Achair & Partners che si dice disposta a provvedere al finanziamento, ma chiede in cambio una concessione per smaltire rifiuti in territorio somalo.

Si firma un contratto. Il 5 dicembre 1991 la Achair & Partners è autorizzata a costruire un Centro polifunzionale per il trattamento, incenerimento e smaltimento di rifiuti ospedalieri e industriali di tipo speciale e tossico. In attesa della costruzione del Centro, recita il contratto, i rifiuti saranno immagazzinati nell’area prescelta per un volume annuale di 500 mila tonnellate.

Il gioco è fatto. I somali mettono il territorio e possono ottenere le armi per combattere, in cambio devono accettare i rifiuti. La società svizzera indica in un altro italiano, Marcello Giannoni, il cervello dell’operazione. Giannoni è procuratore della Progresso srl, costituita a Livorno il 9 gennaio 1992, che all’epoca ha come presidente Awais Nur Osman, ministro del Commercio estero somalo, lo stesso che, nel novembre 1991, ha dato mandato proprio a Giannoni di trovare sui mercati internazionali finanziamenti a medio e lungo periodo finalizzati alla realizzazione di progetti industriali da insediarsi sul territorio somalo. Nell’agosto e nel settembre 1992, Mustafà Tolba parla. Il business sfuma.

Le denunce contro i malaffari che hanno per epicentro la Somalia invece si moltiplicano. Il 25 novembre 1992 Piero Ugolini, funzionario della Cooperazione italiana, in Somalia nella seconda metà degli anni Ottanta, presenta un dettagliato esposto-denuncia. Nell’ottobre 1993 Franco Oliva (nella foto), anch’egli esperto della Cooperazione italiana, torna a Mogadiscio dopo esserci stato nello stesso periodo di Ugolini. Vi rimane una ventina di giorni appena, giusto il tempo di rilevare alcune irregolarità e di venire gravemente ferito in un misterioso agguato.

Diverse Procure italiane indagano sulle scandalose attività della Cooperazione. Viene costituita anche una Commissione bicamerale di inchiesta che lavora tra il 1994 e il 1996 puntando l’attenzione, per quel che riguarda la Somalia, soprattutto sulla flotta di pescherecci della Shifco (sei navi, un dono dell’ordine di oltre 70 miliardi fatto dalla Cooperazione italiana alla Somalia; il sospetto è che le imbarcazioni siano servite a trasportare armi).

E oggi? Indicazioni che la Somalia è ancora al centro di un possibile traffico di rifiuti arrivano dall’Olanda, sede di Greenpeace International. Alcuni mesi fa, l’associazione è contattata da ufficiali del Governo dello Yemen, che segnalano lo spiaggiamento sulle loro coste, soprattutto nella zona orientale che si affaccia sul Golfo di Aden, in corrispondenza della costa somala, di decine di barili carichi di sostanze non meglio identificate.

Già in passato, sempre in quella zona, erano stati denunciati episodi di scarico in mare di bidoni sigillati. L’11 novembre 1995, poi, un altro episodio viene segnalato alle competenti autorità dell’Onu e dell’Organizzazione mondiale della Sanità da un organismo non governativo a Bosaso.

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha scritto di recente: «Si è accertata l’esistenza di attività di trivellazione e inabissamento in mare di container, al largo della costa nord-orientale della Somalia». Anche nel Sud, a Merca, nell’estate 1993 si arena una nave con a bordo i sette membri dell’equipaggio morti in circostanze oscure, vittime forse di esalazioni emanate dal carico trasportato.

Nel gennaio 1996, d’altronde, Giancarlo Marocchino, un imprenditore italiano da tempo in Somalia, davanti alla Commissione parlamentare sulla cooperazione aveva affermato di avere notizie sullo scarico di rifiuti radioattivi nel Nord del Paese. Marocchino, però, è stato indicato da altri testimoni come l’intermediario per accordi finalizzati al trasporto in Somalia di rifiuti tossici provenienti dall’Europa.

Sospetti, notizie, intrighi. Nel tentativo di fare piena luce stanno lavorando diverse Procure italiane, tra cui quelle di Reggio Calabria, Torre Annunziata, Asti.

L’inchiesta di Reggio Calabria, in particolare, parte dall’affondamento, il 21 settembre 1987, della motonave Rigel al largo di Capo Spartivento. Una soffiata e alcune intercettazioni telefoniche mettono i magistrati sulle tracce di un possibile traffico di rifiuti tossici e radioattivi. L’inchiesta si allarga: nel dicembre del 1990 la nave Rosso, ex Jolly Rosso già coinvolta nel traffico dei rifiuti, si incaglia a Capo Suvero.

Nel ’96 l’inchiesta passa alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti il pm Alberto Cisterna dichiara che alcuni personaggi legati alle cosche ioniche della provincia di Reggio Calabria, in parte residenti in territorio tedesco, sono cointeressati all’attività di società tedesche che già figurano nei libri contabili e nelle documentazioni acquisite nel corso delle indagini sull’affondamento delle navi. Un collaboratore straniero, inoltre, collega l’affondamento delle navi cariche di rifiuti a un traffico di armi sbarcate in Calabria e destinate alle cosche dell’Aspromonte. Tra lo Ionio e il basso Adriatico si sarebbero nel tempo inabissate 32 navi. Sono in corso operazioni di ricerca della Rigel, coordinate dall’Anpa, Agenzia nazionale protezione ambiente.

Al vaglio degli inquirenti delle varie Procure si susseguono episodi e personaggi in parte noti e in parte no.

Ad esempio, chi è davvero Guido Garelli, un pugliese di 54 anni dalle molteplici identità e mestieri, segnalato nell’Amministrazione territoriale del Sahara controllata dal Fronte Polisario, quindi in Somalia a proporre vendite d’armi, e ancora a Nairobi, in Kenya, per sottoscrivere (24 giugno 1992) un accordo di natura economica con altri due italiani, tra cui Marocchino.

«Combattiamo a mani nude contro i carri armati», conclude Tarditi. «Occorre introdurre nuove figure di reati e inasprire le pene. Perseguire i trafficanti di rifiuti è oggi molto difficile: non possiamo autorizzare intercettazioni telefoniche né arrestare nessuno, neppure se colto sul fatto. Il traffico di rifiuti è attualmente un reato che cade in prescrizione in quattro anni e mezzo».

Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari
   

«Ma la Shifco è innocente»
  

«Mio fratello, l’ingegnere Mugne Said Omar, è innocente. È merito suo se la Shifco è rimasta l’unica società somala che non è stata svenduta. Le sue navi sono somale, battono bandiera somala e grazie a loro vivono più di duemila famiglie somale. La Shifco non compie nessun traffico illegale, né di armi né di scorie. Chi dice il contrario afferma il falso. Gli italiani, i giornalisti, la Rai, i somali dei salotti televisivi romani vogliono distruggere la Shifco. L’Occidente ha abbandonato la Somalia. Solo Arabia Saudita, Egitto e Yemen ci sono vicini».

Parla l’ammiraglio Said Abdalla Omar, ex vicecapo di Stato maggiore della difesa ed ex comandante della Marina militare somala durante il regime di Siad Barre e fratello dell’ingegnere Mugne. Dal 1991 è in Italia. Durante l’intervista, su nostra richiesta, telefona al fratello nello Yemen per alcune precisazioni, ma l’ingegnere Mugne non accetta di parlare con noi.

  • Chi vuole mettere le mani sulla Shifco?

«Noi abbiamo detto "no" a tutte le fazioni somale che volevano vendere questi pescherecci, come è stato invece fatto con tutte le altre proprietà somale: le industrie, le banche, la Somalia Airlines, i mercantili. Abbiamo evitato che la flotta prendesse parte alla guerra civile dopo la caduta di Siad Barre. Le due corvette lanciamissili della Marina somala sono ora ad Aden. L’ingegnere Mugne è l’unico che entrerà in Somalia con due navi da guerra e sei navi da pesca battenti bandiera somala, salutato con onore. Gli altri non porteranno niente».

  • Eppure la Shifco è al centro di alcune inchieste della magistratura; l’ultima intervista di Ilaria Alpi al Bogor di Bosaso citava proprio la Shifco e Mugne...

«Questa è una congiura giornalistica. Se mio fratello fosse implicato nella morte di Ilaria Alpi o nei traffici di armi io non sarei qui e non lo difenderei».

  • C’è qualche partecipazione italiana nella Shifco?

«Assolutamente no».

  • Nel registro delle imprese di Roma risulta una Shifco italiana, costituita nel luglio 1990 e in liquidazione dal 30 ottobre 1994...

«Non esiste nulla del genere. È falso».

Segue: «Li aiuteremo ancora»

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